giovedì, 17 dicembre 2009

Anya

SABATO 16 GENNAIO 2010,

alle ore 17,00

presso il teatro SAN

FILIPPO NERI di

MONTEFALCO,

andrà in scena il

musical "ANYA"

della compagnia

 HAWK'S WIZARD!!

Non mancate...

l'ingresso è gratuito e

ci sarà molto da

 divertirsi!

postato da: 34AF7KO2 alle ore dicembre 17, 2009 22:05 | link | commenti
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mercoledì, 04 novembre 2009

DAMIEN _ Il lato oscuro dell'amore

La svolta...

È strano, ma alla fine riuscii ad alzarmi. Tornai ad essere me stesso. Ero io. Punto e basta. Per la prima volta non avevo pensieri, non sentivo niente. Caldo, freddo, rumori, paure, ansia¹. Ero rientrato nel mio mondo, nella mia vita, nel mio corpo.

Mi sembrava di riuscire a respirare meglio¹.

Mi disinfettai con dell’acqua ossigenata ed un po’ d’ovatta. I tagli non erano così profondi, né così spaventosi. Avrei potuto mascherarli senza difficoltà e con qualunque cosa. Poi tornai in bagno e mi lavai di nuovo: dovevo assolutamente togliermi di dosso l’odore dolciastro del suo profumo, così le cose sarebbero tornate a posto. Nel giro di un quarto d’ora avevo fatto tutto.

Allora mi vestii, indossando gli abiti che avevo preparato prima che tutto questo cominciasse: un paio di jeans tagliati sotto il ginocchio e una t-shirt nera di Nightmare Before Christmas. Misi una bandana a coprire il mio nuovo segreto e tornai in cucina a pulire il sangue che aveva sparso sul frigo e sul pavimento.

Mi ci volle un po’: il sangue rappreso non fu facile da togliere, soprattutto perché non mi andava di farlo. Avrei voluto che Lui l’avesse visto, avrei voluto scorgere la sua espressione cambiare quando, entrando in cucina, la macchia rossa avrebbe colpito la sua attenzione e lo avrebbe indotto a chiedermi che cosa fosse accaduto. In quel modo, forse, sarei riuscito ad assalirlo con tutta la rabbia che provavo e a gridargli in faccia: “è colpa tua se sono diventato un mostro, sei stato tu a volermi così”…ma non lo feci. Recuperai uno straccio e, bagnatolo, lavai tutto prima che rientrasse e potesse accorgersi della mia esistenza.

Ero pazzo? Forse. In quel momento mi sentivo bene, in pace con la metà fisica di me.

Misi lo straccio a bagno con della varechina in una bacinella nella lavanderia e mi preparai a sistemare la mia camera.

Continuavo ad incedere lentamente, quasi a rallentatore, ma non mi importava. Potevo sembrare normale…dopo quasi tre ore passate a terra a piangere su me stesso, avevo finalmente trovato un modo per dimenticare, almeno momentaneamente, le orribili sensazioni che avevo provato durante l’incesto. Avevo conosciuto un nuovo compagno di viaggio.

Più tardi, quando entrai in terapia, venni a sapere che questo nuovo amico, o come lo si voglia definire, si chiama “autolesionismo”. Una parola lunghissima, incomprensibile, che già in sé possiede tutti i presupposti di un qualcosa di sgradevole, malsano, brutto.

Autolesionismo.

Eppure a me non è mai sembrato così orribile come invece può apparire ad occhi esterni. Non inizialmente, per lo meno. È stato una valvola di sfogo, un modo per tornare a vivere, per sentirmi vivere ancora qualche ora in più.

Quando Lui tornò a casa, verso mezzogiorno, mezzogiorno e mezzo, mi stavo esercitando al pianoforte. Qualche giorno prima, su internet, avevo recuperato uno spartito di Beethoven e volevo provarlo. Al chiaro di luna…molto dolce, tranquilla, rilassante.

Mi piaceva.

Non lo salutai quando venne nel salone a sentirmi e Lui non mi chiese nulla. Disse: -Ciao- ed io non risposi, non volevo spostarmi dal mondo soffice e ovattato in cui mi ero calato.

La sua voce mi dava fastidio.

Poi sparì, andò in cucina ad apparecchiare e mi giunse il profumo del pollo arrosto che stava riscaldando in forno. Mi chiamò, quando fu pronto, venne da me e mi disse di avermi fatto il piatto. Io lo respinsi dicendo che non avevo fame e per quel giorno non mangiai. Il cibo era un qualcosa da condividere con Lui ed io avevo già condiviso troppo per quella giornata.

Si arrabbiò, mi diede uno schiaffo.

Allora anch’io mi arrabbiai. Montai su tutte le furie e scappai. Mi rinchiusi in camera e non uscii più.

A ‘fanculo la passeggiata a cavallo. Non mi interessava più.

Presi l’mp3, m’infilai sotto le coperte nonostante la temperatura ed alzai il volume al massimo. Se voleva entrare a vedermi, poteva benissimo buttare giù la porta e presentarsi violentemente. Tanto, ormai, non aveva più nulla da perdere. Una volta di più, una volta di meno…

Ma non lo fece. Rimase tutto il giorno a leggere poesie sul divano e non mi chiamò più.

E io non sentii di certo la sua mancanza.

Dentro, pensai a Don Luca, al consiglio che mi aveva dato il giorno in cui ero tornato a casa. Mi chiesi che cosa ne avrebbe pensato lui di me se gli avessi rivelato cosa stava succedendo. Probabilmente si sarebbe incazzato e avrebbe riproposto l’idea di denunciarlo. Oppure avrebbe pensato che fossi un sadico masochista. No, decisamente, non era il caso di raccontargli tutto. Alla prossima telefonata, avrei benissimo potuto mentirgli e continuare a dire, così come avevo fatto negli ultimi mesi, che, si, andava tutto bene…lo…Lui era cambiato e non mi avrebbe più fatto del male. Mi vergognavo di ammettere che avesse avuto ragione.

Uscii dalla mia stanza solo verso le nove di sera. Avevo sete e non sopportavo più la sensazione ruvida della bocca secca. Volevo solo un succo di frutta e qualche biscotto dalla credenza, niente di più.

Lui aveva preso il suo portatile e stava scrivendo qualcosa. Accanto, sulla scrivania, un plico enorme, pieno di fogli ed un vecchio codice penale aperto, con un segnalibro sgualcito e colorito a tenere il segno. Scriveva e controllava, leggeva qualche comma e tornava a scrivere, poi controllava di nuovo.

Si interruppe quando mi sentì aprire la porta e trascinare le ciabatte verso la dispensa. Io tenevo ancora l’mp3 al massimo nelle orecchie, ma gli fu facile catturare la mia attenzione. Mi si parò davanti e me lo strappò dalla mano, spegnendolo.

-Ciao- disse, quasi a voler riprendere la “conversazione” di quel pomeriggio. Aveva gli occhi spenti, stanchi, almeno quanto i miei.

-Ciao- risposi. Ero seccato dalla sua prossimità. Non lo volevo così vicino, non lo volevo affatto.

Mi sorrise: -Come stai?- domandò, come se avessi avuto la febbre o mi fossi sentito poco bene per tutto il giorno. Titubava.

Lo ignorai, passai oltre e mi slanciai verso la credenza dove tenevamo quelle che nonna molto carinamente chiamava “le schifezze”, merendine, succhi di frutta e quanto altro di simile. La aprii e cercai con lo sguardo la scatola dei wafer. Lui attese che rispondessi, venendomi dietro come un cane.

Quando capì che non lo avrei fatto, ripeté la domanda, chiamandomi, questa volta, per nome.

Aprii la confezione e presi una decina di biscotti, li poggiai sul piano orizzontale della credenza e mi allungai per prendere un succo d’arancia.

Lui non demorse: -Non mi rispondi?-.

Non mi voltai nemmeno a guardarlo. Serrai le labbra. Rimisi a posto la scatola dei wafer.

-Damien? Per quanto ancora mi terrai il broncio?-.

Una richiesta assurda, l’unica che non avrebbe mai dovuto farmi. Mi sentii invadere dalla rabbia: -Che varrebbe a dire “per quanto ancora mi terrai il broncio”, eh? Che cazzo di domanda è?- avevo le lacrime agli occhi, lasciai cadere a terra tutto quello che tenevo in mano: -Che cosa ti aspetti che faccia?-. Mi girai verso di lui: -Vorresti che ti dicessi che sto bene? Vorresti che ti dicessi questo? Così poi ti sentirai in pace con te stesso e potrai ricominciare da capo…di nuovo-.

Afferrai un vaso di fiori secchi e lo lanciai a terra: sentivo il bisogno di distruggere qualcosa.

Le lacrime affiorarono anche sui suoi occhi: -Perché mi dici questo?- urlò, cercando di trattenersi, evitando di calpestare le margherite e la rosa che gli avevo buttato ai piedi –Perché?- provò a prendermi, allungò le braccia verso di me. Io gli diedi una manata e cercai di difendermi con un altro vaso.

-Allontanati da me- sibilai. E Lui si bloccò.

-Ti prego, Danny-.

-Non chiamarmi così!-.

Mi sentivo isterico, pazzo, completamente fuori di me. L’effetto dei tagli era finito. La calma, la tranquillità, erano scomparse.

-Damien!- Lui cadde in ginocchio. Mi guardò esitante dal basso all’alto –Io ci sto male- mormorò –Sto male per quello che è successo- piagnucolava, si stringeva le mani come spesso faccio anch’io quando mi sento colpevole o agitato.

-Non mi sembrava che stamattina ti dispiacesse così tanto-.

Mi sentivo potente in quella posizione, a fissarlo austero da dove mi trovavo, con gli occhi piegati verso il pavimento. Sentivo che avrei potuto fare qualunque cosa, che avrei potuto vendicarmi, avrei potuto fargliela pagare. Ero furioso con lui e con il mondo intero. Avrei voluto continuare, insultarlo ed umiliarlo come Lui aveva umiliato me quella mattina, facendomi provare piacere per un atto che, in realtà, mi disgustava. Eppure non riuscii a muovermi. Me ne stavo lì, con il vaso alzato sopra la sua testa inerme, con i suoi occhi imploranti puntati addosso, lacrimevoli, melodrammatici. Era come se qualcuno avesse improvvisamente stoppato la scena. Mi sentivo incapace di muovermi. Ricominciai ad avvertire l’orribile sensazione di soffocamento. Abbassai il vaso, rimettendolo a posto.

Lui aveva iniziato a piangere, coprendosi il volto come un bambino preoccupato per una punizione.

 -Perché lo fai?- mi lasciai cadere davanti a lui, completamente soggiogato ad un destino che non avrei mai voluto –Perché?- non riuscivo a dire altro. Come un tempo, l’unica domanda che avevo ancora da porgere era: perché.

Mi guardò. Era arrossito. Una fioca luce di speranza iniziò a comparire nei suoi occhi. Mi prese le mani: -Credimi- biascicò, tirando su col naso e scuotendo la testa –se potessi cancellare tutti i miei errori, lo farei…è solo che…- s’interruppe, abbassò lo sguardo, incapace di continuare a sostenere il mio –non ci riesco, Damien…te lo giuro: non ci riesco. Io ti amo-.

Non riuscì nemmeno ad impietosirmi.

Facevo fatica a guardarlo. Chiusi gli occhi, rividi la scena di quella mattina, sentii di nuovo le sue dita su di me, sul mio corpo, sul mio inguine. Mi venne voglia di vomitare. Li riaprii, sfilai via le mie mani dalle sue. Mi ritrassi.

-Non ti credo- dissi, attirando di nuovo i suoi occhi melensi –Tu non sei capace di amare, la tua è solo cattiveria, vuoi solo confondermi, così la prossima volta sarò più docile-.

Si alzò a gattoni: -No!- gridò –No, Damien, no! È la verità: tu sei la cosa più importante per me, non c’è niente di più importante di te nella mia vita-.

Si avvicinò. Io sgattaiolai indietro finché non mi ritrovai con le spalle al muro. Lui continuava a parlare. Aveva cominciato la sua arringa di difesa.

-Tu sei la mia vita, Danny: io non posso rinunciare a te, non posso nemmeno immaginare di vivere senza di te…- iniziai ad ansimare. Pensavo “ecco, ci risiamo…preparati ad abbassare i pantaloni”. Invece non mi toccò. Seguitò a piangere, ad implorare.

-Perdonami- singhiozzò –Forse io non mi rendo conto di quello che provi, ma devi credermi se dico che tutto quello che faccio, lo faccio per te. Damien: è la verità!-.

Mi sentivo paralizzato. Avevo voglia di urlare a squarciagola, ma non riuscivo a muovere un solo muscolo.

Nella mia testa, l’altro Damien, quello che stava sempre dalla sua parte, si riscosse nel sentire quelle parole e tornò alla carica.

Hai visto? sibilava. Avevo ragione: ti ha sempre amato…sei tu che non meriti le sue cure, sei tu che non meriti tutto questo….

Ero confuso, incredibilmente debole.

Incapace di prendere decisioni o di ribellarmi.

Per quanto mi disgustasse l’idea, dipendevo da lui, dal buon ricordo che avevo dell’uomo che fino a quel momento avevo chiamato zio.

E non potevo più tirarmi indietro.

Avevo avuto modo di ritirarmi da quella vita, mi ero trovato di fronte ad un bivio ed avevo preferito la strada sbagliata.

Forse il mio cuore aveva creduto di scegliere in buona fede, forse, Lui era stato tanto abile da farmi credere questo.

Non lo sapevo.

Non sapevo più niente.

Volevo protezione. Volevo vivere una vita tranquilla, serena, sentirmi protetto una volta per tutte. Era troppo chiederlo? Non era forse un mio diritto?

Avevo tre anni quando lo conobbi. Da allora la mia esistenza aveva ruotato tutta intorno a lui…diceva di amarmi. Magari era l’unica persona in grado di farlo sulla faccia della Terra. Che cosa potevo fare?

Mi baciò, prendendomi delicatamente per il mento ed intrufolandosi nella mia bocca con dolcezza esasperante. Disse di nuovo che mi amava, che lo avrebbe fatto per sempre, che non mi avrebbe mai abbandonato, qualunque cosa avessi deciso di fare o di essere. Questo era il nostro segreto. Ripeté che non dovevo sentirmene umiliato, anzi, dovevo esserne felice perché significava che Lui prediligeva me sopra qualunque altra forma di vita.

E non importava quanto tempo avessi impiegato ad amarlo anche io in quel modo: prima o poi lo avrei fatto, perché noi eravamo simili, eravamo una cosa sola.

Queste le sue parole, le parole che rivolse ad un ragazzino di quindici anni che della vita aveva già imparato tutto e niente. Un ragazzino spaventato, forse troppo arrendevole che nulla cercava se non un minimo di sicurezza…e di amore.

Mi lasciai andare a quel bacio, forse per la prima volta nella mia vita. Dimenticai chi fosse o che cosa significasse per me tutto questo e, dimenticando ciò, dimenticai me stesso, là, acciambellato contro un muro, confuso e sconcertato.

E non tornai mai più a prendermi.

Da quel momento in poi, Damien non esisteva più…

 

<<Tu che t'insinuasti come una lama
Nel mio cuore gemente; tu che forte
Come un branco di demoni venisti
A fare, folle e ornato, del mio spirito
Umiliato il tuo letto e il regno-infame

A cui, come il forzato alla catena,
Sono legato; come alla bottiglia
L'ubriacone; come alla carogna
I vermi; come al gioco l'ostinato

Giocatore, - che tu sia maledetto!>>

postato da: 34AF7KO2 alle ore novembre 04, 2009 16:46 | link | commenti
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venerdì, 04 settembre 2009

DAMIEN - IL LATO OSCURO DELL'AMORE

Prologo

 

<<La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.>>

 

(Dante Alighieri, “La divina commedia”

Canto V dell’Inferno, Versi 30-33)

 

Ci sono cose al mondo che nessuno può immaginare.

Il dolore del fuoco che cammina sul tuo corpo, il morso di un uomo che ti strappa ogni sensazione e ti umilia fino ad in fondo. La nausea, l’odio profondo che senti nascere in qualche parte seminascosta del tuo essere e che lentamente prende a dominarti.

Ci sono gli istinti, le gare spropositate volte alla ricerca del piacere perfetto, il nichilismo, la negazione più totale e completa di tutto ciò che ti accade. I sogni, gli incubi. Te stesso. Un orrore continuo, velato da uno strato di nebbia e rarefazione che, alla fine di ogni evento, ti invade e ti butta giù. La forza incontrastata del furore cieco e della disperazione.

Sembra quasi che non possa esserci nulla di bello o anche solo di piacevole. Tutto quello che hai intorno, la tua vita, il tuo corpo, divengono una prigione improvvisamente troppo stretta e soffocante. E non sopporti più la tua pelle, le tue braccia, le gambe, i capelli. Tutto te stesso diventa null’altro se non una macchina da tortura, un motivo per distruggerti, per annientarti, un mondo detestabile e al tempo stesso atrocemente attraente che ti sfila via l’ultimo tratto di umanità che possiedi e ti getta irrefrenabile in un vortice di crudeltà e di sofferenza.

Ho conosciuto il male cieco e la felicità timida di un sorriso.

So cosa significa respirare attaccato ad una realtà che a tutti i costi cerchi di non rendere vera e cosa accade quando, alla finestra, scorgi il sole fare capolino dietro una montagna.

Ho visto i mille significati del termine confabulare. La mia mente che inventa sempre di più storie nuove e verosimili per spiegare un taglio, un graffio, una macchia inconfutabile affiorata duramente sul lato della bocca. 

I miei occhi si rifiutano di vedere, le mie mani si rifiutano di assaporare i colori della sventura.

Il cuore batte per abitudine. Il corpo si muove perché sa cosa fare e come farlo.

Le labbra che non riescono più ad implorare o che, forse, lo sanno fare fin troppo bene.

Ho visto una rosa sbocciare nel giardino davanti casa ed una donna chinarsi su di essa e carpirne dei petali per mangiarli. Ho provato anche io a mangiarne uno, ma non ha sapore e l’ho colta e portata in cucina, così, senza un petalo. L’ho sistemata in un vaso, le ho dato dell’acqua. Ma anche lei, come me, lentamente si è sentita morire. E, allora, a nulla vale quanto amore puoi averle dedicato o quanta dolcezza puoi aver utilizzato nel maneggiarla.

Ci sono cose che accadono e che nessuno può fermare.

Talvolta mi chiedo come sarebbe stata la vita di quella rosa se non l’avessi rubata dal suo piccolo mondo perfetto. Magari sarebbe arrivata un’altra donna e le avrebbe strappato i petali per mangiarli, o forse sarebbe stata attaccata da qualche parassita che le avrebbe succhiato via la linfa, uccidendola lentamente come lentamente l’avevo uccisa io. Oppure avrebbe semplicemente continuato ad esistere. Ad essere rosa. Ad essere fiore.

Che cosa pensa un fiore quando lo si coglie?

Si chiede perché lo si fa? Perché qualcuno più grande lo debba portar via dalla sua aiuola e disporlo in uno stupido vaso tra tanti altri, dove si deve combattere per avere un po’ d’acqua ed un po’ d’aria?

Che cosa significa essere una rosa in mezzo a margherite, bocche di leone, mughetti?

Qualche volta ho paura di pensarlo. Ho paura di credere che anche quella rosa avrebbe potuto avere un destino migliore, che possa tornare e rimproverarmi per ciò che le ho fatto, per il petalo che ho mangiato, per il vaso pieno d’acqua in cui l’ho infilata.

Ho paura di sentirmi rosa in mezzo a tanti altri fiori. Di vedermi rosa tra margherite, bocche di leone e mughetti. Io che nella mia vita sono diventato un cactus, io che ho tirato fuori le spine e le ho usate come corazza contro un nemico che non riuscivo ad accettare, che non volevo vedere. Il nemico che si cibava della mia corolla e che gioiva del mio starmene solo, sconfinato e sconosciuto, in mezzo a tanti altri che, all’epoca, guardandomi, non vedevano altro che uno stelo alto e nodoso e niente di più.

È una terribile sensazione amare qualcuno quando quel qualcuno non ama te, o forse il suo amore per te è talmente morboso ed asfissiante da apparire addirittura spietato. È una sensazione soffocante, abominevole che ti spinge oltre un confine che non sapevi nemmeno esistere, o non volevi che esistesse. Ho cercato di farmene una ragione, ma ne sono uscito troppo tardi. La mia vita, ormai, il mio futuro, le mie speranze ed i miei desideri erano nelle sue mani. Quelle mani che non smettevo di volere, quelle mani che, da sempre, avevo immaginato potessero aiutarmi o volermi bene.

Non l’ho mai tradito. Non ho mai tradito il mio nemico perché non riuscivo a farlo, perché dentro di me speravo che potesse cambiare, così, da un momento all’altro e vedermi finalmente come ciò che realmente ero. Sono arrivato perfino a proteggerlo. Sono arrivato a punire me stesso per i suoi crimini. Il mio corpo, la mia vita: distrutti per causa sua.

Mi ha portato a fare cose che da solo non avrei mai fatto. Mi ha insegnato che significa sprofondare sempre di più fino a toccare l’inferno con un dito e non riuscire a risalire. Grazie a lui, ora, conosco l’agonia di una notte senza fine, di ombre distorte che mi fissano e voci lontane che mi parlano. Spesso rivedo me stesso inginocchiato a terra, mi rivedo mentre guidato da non so quale demone mi lascio trasportare dalla sua foga e dalla sua forza in realtà irreali, dove i mostri esistono ed esistono per ferire.

Non avrei mai voluto che tutto questo fosse accaduto. Non avrei mai voluto diventare schiavo di me stesso, di qualcuno che, dentro di me, non conoscevo ancora del tutto.

Ho fatto qualunque cosa purché potesse aiutarmi a non pensare. Ho preso farmaci, poi addirittura droghe sempre più pesanti, ho cercato in un rasoio la soluzione ultima dei miei problemi, ma non è servito a niente. Finito l’effetto e finito il dolore, fuori di me per quella realtà che non sapevo come gestire se non facendomi male, mi ritrovavo sempre nello stesso luogo, sempre più solo, nel mio letto, con il sangue che gocciava lentamente sul lenzuolo e gli occhi persi in un poster appeso alla porta. Allora non c’erano lacrime tanto forti da restare incastonate oltre le mie palpebre per più di qualche minuto. Spesso, mi lasciavo andare al pianto finché la stanchezza e la rabbia non esaurivano ciò che restava delle mie forze e cadevo addormentato. Qualche volta vomitavo. Tenevo una vecchia bacinella nascosta sotto il letto. Rimettevo lì in attesa che qualcuno mi desse il permesso di andare in bagno o mi liberasse per farlo. In  momenti come quelli non riuscivo neanche ad alzarmi dal materasso e nessuno veniva mai ad aiutarmi. Solo, c’era sempre una bottiglia d’acqua sul mio comodino ed una scatola di tranquillanti. Sapevo che venivano usati per tenermi buono di notte fin da quando ero bambino e per questo mi rifiutavo di assumerli spontaneamente. E allora bevevo, cercavo nell’acqua quella sensazione di pulizia e freschezza che non avvertivo più dentro di me.

Mi sentivo sporco, deleterio. Tutt’oggi, anche a qualche mese di distanza, continuo ancora a sentirmi così e mi verrebbe voglia di strapparmi i vestiti ed annegare in una pozza di varechina. Ma ora so cosa fare, ora so come combattere il nemico dentro e fuori di me. Le persone con cui vivo attualmente sono capaci di ascoltare i miei lamenti. Loro mi hanno insegnato a vivere, a volermi bene, a rispettare me stesso, prima di tutto, e poi gli altri. È a loro che devo la mia nuova vita, il fatto di sentirmi di nuovo Damien, di sentirmi di nuovo me stesso, ed è a loro che devo il mio nuovo modo di percepire la realtà che mi circonda.

Il passato è passato e spero che non possa più ritornare.

Ora mi sento felice e, se non proprio felice, almeno sereno.

Sono libero dall’odio che mi ha cresciuto, libero dal mostro che mi ha umiliato, da quella parte di me che, consapevolmente e deliberatamente, aveva deciso di fermare quel raptus di violenze distruggendo tutto ciò che avrebbe potuto scatenarlo.

Mi sento in pace con me stesso, con l’altra parte di me che sono tornato a scorgere timida allo specchio.  

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 04, 2009 12:25 | link | commenti
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lunedì, 24 agosto 2009

Il Gioco dei Re

Perché è così impossibile credere in me?

Richard lo studiò, avido e incuriosito. Poi spostò gli occhi sulla pietra dove cucinava e sul coniglio. Il coltello era sparito.

Lord Culter non fece alcun tentativo di attraversare lo spiazzo. Invece, issandosi sulla sporgenza più vicina, parlò con voce quieta: <<Bel tempo per viaggiare. L’erba pignola vi dà la caccia?>>

Vi fu una breve pausa. <<No>>, rispose Lymond, <<ero stanco di vivere ai tempi di Giovanni-vai-al-letto-a-mezzogiorno.>>

<<Lo trovo piuttosto piacevole. Questa vostra particolare agilità mentale non vi è stata amica, non è così?Senza di essa avreste potuto sopravvivere, senza danni, in un tiepido limbo di droghe, libagioni e donne insulse…>>

<<Volete che vada avanti su questo argomento? Non credo di potermi costringere ad ansimare sui vostri valori morali, o sulla loro assenza.>>

<<Mi chiedevo>>, continuò ozioso Richard, <<adesso che avete tanto tempo per ricominciare a pensare, cosa è che vi manca di più. Non avete denaro, naturalmente: e quello è stato piuttosto importante per voi. E senza dubbio vi manca l’illusione del comando. La formica che munge l’afide. Che cosa patetica: quei rozzi sempliciotti e criminali incalliti che vi salutavano come il loro potente Lare: come è stato facile, come è stato eccitante ottenere ascendente su di loro, giocando a fare il Robin Hood al contrario, e istupidendovi del brivido di ripiego di sfidare le nazioni…Quanta attenzione avete attirata su di voi facendo in quel modo…>>

Impalato sul proprio masso come un’averla, Lymond non aveva la forza residua per ripercorrere carponi il tragitto che lo avrebbe riportato al giaciglio e alla lucidità di pensiero. Sapendo con certezza che l’ultimo, feroce assalto stava per abbattersi su di lui, rispose sottovoce: <<Mi rifiuto, fratello. Non danzerò>>.

Anche Richard parlava a bassa voce. <<E l’amore dei giovinetti, ovviamente: vi mancherà senz’altro anche quello. Qualcuno con cui riposarsi dalle fatiche, mollemente, qualcuno da torcere e indottrinare e scuotere con la selvaggia, deliziosa mutevolezza dei vostri umori. Vi deve mancare Will Scott. E poi le vostre donne.>>

Lymond rispose senza abbassare gli occhi: <<Immaginiamo di lasciar perdere le donne>>.

<<Per esempio Cristiana Stuart?>>

<<Immaginiamo di lasciar perdere Cristiana Stuart e tutto quello che ha a che fare con lei?>> Vi era un tale silenzio che il suo respiro si udiva distintamente.

<<Non lo apprezzereste, se lei ora fosse qui con noi? Una ragazza dal cuore generoso, Cristiana: non le sarebbe importato. Si sarebbe resa utile, senza fare domande. Era abituata a farlo: un po’ troppo fiduciosa, si sarebbe tentati di dire, ma dopo tutto, nel mondo di Dio dobbiamo pur fidarci di qualcuno, no?>> Il suo sguardo non abbandonava mai Lymond: inesorabile, privo di scrupoli, lo sezionava, igienico come un bulino o uno scalpello. E nel viso di suo fratello vide un cambiamento, una crepa, il primo cedimento.

Una grande fitta di dolorosa gioia prese il cuore di Richard. Eccoci, eccoci sta per arrivare…? <<Si>>, continuò con calma mentre si alzava. <<Un poco di compagnia adulatoria sarebbe piacevole. Quel tizio che vi ha promesso tutto il suo oro, quel Turco qualcosa: anche lui ha cercato di aiutarvi, ed è morto, povero diavolo. Dandone la colpa a Will Scott, mi hanno riferito. Vorreste il suo aiuto adesso? Temo proprio che non vi godrete la sua casetta ad Appin…>>

La denuncia pacata diede a quelle parole un potere che le fece rotolare attraverso il prato come il tuono del crepuscolo degli dei. <<Basta Richard!>> gridò Lymond. E alla fine, barcollando paurosamente, riuscì a tirarsi indietro con uno sforzo.

Culter lo osservava; ne osservava le mani che si aggrappavano disperate in cerca di sostegno alla parete della roccia alle sue spalle, osservava la morte di tutte le sue caratteristiche, le doti coltivate, e parlò di nuovo, molto più vicino, ora, come un’ombra di pietra, che emetteva il suo giudizio.

<<O forse, se non l’aveste assassinata, vi conforterebbe la presenza di Eloise?>>

Da Lymond non venne alcun suono.

<<L’unica figlia, e la più bella. La più vivace, la più desiderosa, la più intelligente. Che ora dovrebbe essere amata dal suo sposo, con in braccio i propri figli. Una volta, a tarda notte, quando voi eravate via, mi disse…>>

<<No!>> esclamò Lymond. <<No, dannazione a voi!>>

<<No? volevate che morisse bruciata viva e così è stato>>, continuò Richard con terribile imparzialità. <<Perché la cosa dovrebbe impaurirvi adesso?>>

La guardia era abbassata. Ecco il volto che bramava di vedere: mai più indecifrabile: mai più avrebbe avuto bisogno di chiedersi che cosa vi fosse dietro la bocca sorridente e l’ingegno elegante e maligno. Cranio, carne e muscoli, ogni ruga che lo attraversava ogni ombra ammaestrata sul viso di Lymond lo tradivano esplicitamente, e Richard, assurto a una dimensione superiore, estranea, all’improvviso ammutolì.

Da dietro le mani avvinghiate, con il volto rivolto alla roccia, Lymond parlò, infine.

<<Perché? Ho commesso uno sbaglio. Chi non ne fa? Ma io ho disprezzato gli uomini che accettano il loro destino. Io ho forgiato il mio venti volte e l’ho ricevuto distrutto venti volte fra le mani. Certamente mi ha lasciato deforme e inservibile, difettoso e pericoloso come compagnia…Ma, in nome di Dio che cosa ne è stato della pietà?...L’egoismo guida me come il mio prossimo, ma non invariabilmente; non sempre. Uso la compassione più di quanto facciate voi; conosco il valore della fedeltà e so dimostrarmi fedele; servo l’onestà in una maniera contorta, ma al meglio delle mie capacità; e non tormento i miei debitori e nemmeno li rendo consapevoli del loro debito…Perché è così impossibile credere in me?>>

<<Avete chiuso la porta voi stesso.>> Richard parlò con durezza. Ora che il momento era venuto, indietreggiava davanti ad esso: indietreggiava mentre Lymond si voltava e rivelando il viso alla luce continuava a parlare, con voce esausta, malferma, tenace.

<<Perché dovreste pensare questo? Perché credete che io sia fatto di una stoffa tanto diversa dalla vostra? Abbiamo lo stesso sangue, la stessa educazione. Cos’altro c’è, alla fine della giornata, che possa essere di nostra proprietà? Siamo i pregiudizi di nostro padre e siamo gli uomini morti del nostro maestro d’armi; siamo il palato di nostra madre e il modo di parlare della nostra balia. Siamo i libri che il nostro tutore non ha scritto, le convinzioni del nostro stalliere ed il coraggio del nostro primo cavallo. Tutto questo lo condivido con voi. Cinque anni – persino cinque anni come questi – non possono strapparmi goccia dopo goccia dal vostro sangue.>>

Atterrito, inebetito, Richard balzò indietro, riflettendo l’orrore con l’orrore: <<E chi ha fatto di voi un assassino?>>

Con l’ultima offerta della propria forza, Lymond rispose: <<Allontanate le vostre mani, Richard. Uscitene: liberatevene. Ho già abbastanza di cui rispondere. Se ho chiuso una porta, voi avete sbarrato e bloccato tutte le altre contro voi stesso>>.

<<Credete che la mia vita sia affare di una coscienza spregevole e sporca come la vostra?>> reagì Richard con violenza.

Vi fu silenzio. <<Perché altrimenti dovrei dire quello che ho fatto?>> chiese il Signore alla fine.

<<Perché>>, lo rimbeccò crudelmente Richard, <<avete paura della corda intorno al collo. Perché sono la prima vittima che non siete riuscito ad incantare. Perché vi contorcete come avete obbligato altri a contorcersi, perché siete ridotto a pezzi come avete sezionato altri. Perché andate disfacendovi, disgregandovi e piagnucolate sotto il male che portate sulle spalle, che vi risucchia le viscere; e da momento che non c’era nessun altro con cui frignare; non c’era anima viva che vi ascoltasse; nessuno che vi aiutasse, siete caduto a pancia in giù e avete strisciato e vi siete trascinato contorcendovi fino ad arrivare a guaire davanti a me!>>

Poiché i suoi occhi non si erano mai staccati dalle mani di Lymond, vide il lampo del coltello e già era scattato di slancio quando il Signore vibrò la lama luccicante che aveva rubato. Afferrò il gomito e il polso che la impugnavano: <<No, non in quel modo, misero bastardo mugolante!>> e si arrestò di colpo a causa del vigore della spinta.

Lymond non lasciò cadere il coltello. Lo portò invece in basso, traendo forza dell’isteria della necessità; con il corpo puntellato contro la roccia resistette allo strattone di Richard, fece leva con le braccia bloccate e, senza una parola, silenziosamente e disumanamente, spinse la punta in giù.

Fu prodigioso. Richard lo trovò terribile: gli raggelò il sangue, la lenta discesa del braccio di suo fratello, che prevaleva pesante e inesorabile sulla massa di tutto il suo corpo; che forzava la lucente lama a doppio taglio verso l’interno, in mezzo ai corpi avvinghiati.

Maledisse la passione che lo aveva fatto attendere, invece di afferrare subito quell’arma; maledisse il corpo posseduto, la testa chinata e la volontà trascendente che guidava il pugnale. Fece appello a tutta la forza che possedeva. Lymond disse qualcosa, in un rantolo, e poi si chinò in avanti, aiutandosi con il proprio peso morto, e il coltello si mosse ancora, come doveva, lungo il sentiero disegnato per lui; e una luce di sbalordimento illuminò Richard.

In quella frazione di secondo Lymond alzò gli occhi. Gli occhi azzurri incontrarono quelli grigi, e Richard vi lesse un potere e una determinazione che capì, improvvisamente, essere inattaccabili. La rabbia lo lasciò. Con le labbra riuscì ad atteggiare la parola <<No!>>, lesse il rifiuto negli occhi votati a quell’azione, e con tutto il proprio vigore spinse prima un ginocchio e poi un piede contro le bende macchiate sprofondandoli nel corpo ferito dell’avversario. Il coltello cadde a terra come un filo di paglia abbandonato. Lymond gridò una volta nell’agonia, e poi gridò ancora e ancora.

Tratto da: "Il Gioco dei Re" _ Dorothy Dunnett (pag: 535 - 539)

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 24, 2009 16:13 | link | commenti (3)
categorie: francis crawford
giovedì, 20 agosto 2009

Questo post è estratto da un forum internet...

Lymond VS Edward

Gli esami si avvicinano è l'unica martellante domanda che mi si presenta è : Chi è il più sano? Francis Crawford signore di Lymond protagonista della saga della Dunnett (grazie Vezz e Angy!!!!!) o il fascinoso vampiro Edward Cullen di Twilight ? Eh si..perchè se una settimana fa chiunque mi avesse chiesto, puntandomi una pistola alla tempia, " Qual'è, secondo te, il personaggio più figo della letteratura?" io avrei sicuramente risposto "Ma Edward no?! Che domande sono?!", ma ora le cose sono cambiate...facciamo una breve descrizione dei due candidati:
 
Francis Crawford: bellezza nordica ( scozzese) , capelli biondi (quasi argentati), occhi di ghiaccio. Nobile, avventuriero, indomabile ed elegante, Lymond ha la lingua di un poeta e talenti pericolosi. Eroe romantico e moderno, espressione di virtù e sregolatezza, uomo affascinante e senza scrupoli.  L'uomo che non vorresti mai avere al tuo fianco, ma per cui saresti capace di perdere la ragione...
 
Edward Cullen: Vampiro dalla pelle diafana, i capelli di bronzo, i denti luccianti, gli occhi color oro, algido e impenetrabile, talmente bello da sembrare irreale. Pericoloso ,ma allo stesso tempo tenero, protettivo e così razionale da sembrare quasi pedante.
 
Capite il mio imbarazzo!!!!! Come diavolo si fa a prendere una decisione?! Li voglio entrambi!!!!!!  
postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 20, 2009 14:37 | link | commenti (4)
categorie: francis crawford

Il gioco dei re

Il gioco dei re

1. EST. STRADA DI EDIMBURGO. SERA.

 

Piccoli gruppi di uomini e donne parlano tra di loro in una piccola stradina di Edimburgo.

 

SCOZZESE 1:

(allo scozzese 2, disgustato) Lymond è tornato…

 

SCOZZESE 2:

(voltandosi a guardarlo spaventato) è in Scozia…?

 

SCOZZESE 3:

Gira voce che il fratello minore di Lord Culter sia tornato…

 

Scozzese 2:

Ma come? con tutte quelle guardie…come può sperare di entrare in città senza essere catturato?

 

Due uomini in disparte, uno ZINGARO ed un enorme GUERRIERO barbuto, ascoltano la conversazione e si guardano dubbiosi.

 

Scozzese 1:

Sicuramente i suoi sapranno come accoglierlo…

 

I due uomini in disparte scrollano la testa e fanno spallucce, allontanandosi. Arriva una donna, avvicina il gruppo di scozzesi.

 

DONNA:

(lasciva, poggiandosi alle spalle dello scozzese 3)…anche io saprei come accoglierlo…

 

Lo scozzese 3 le lancia un’occhiataccia e la donna ride frivola.

 

Donna:

ho sentito certe storie su di lui…

 

Scozzese 1:

Tutti conoscono le sue avventure su e giù per l’Europa.

 

Scozzese 2:

Fortuna che ha saputo rendersi mal accetto tanto di là quanto da questa parte della Manica…

 

Scozzese 3:

Fortuna?

 

Scozzese 1:

Conoscete forse qualcuno disposto a prenderselo nella propria corte?

 

Scozzese 2:

Sono più i problemi che crea con la sua semplice presenza, che non quanti ne risolverebbe mai se decidesse di tornare a schierarsi da qualche parte in guerra…

 

Donna:

Schierarsi?

 

Scozzese 1:

(alla donna) Dubito che gli inglesi lo vogliano ancora tra le loro fila e qui…(esita) beh, qui non è proprio il caso che faccia vedere in giro quel suo faccino d’angelo.

 

Scozzese 2:

C’è una taglia sulla sua testa talmente grande da far star bene tutta la famiglia per due generazioni…

 

Donna:

Deve essere pazzo, allora, a voler tornare…

 

Scozzese 2:

Già…nessuno sa cosa potrebbe fare…

 

Donna:

poveri noi…dove andremo a finire?

 

Si sente il rumore di zoccoli, poi una cavallo passa accanto al gruppo e lo sorpassa procedendo verso destra. I tre uomini e la donna lo osservano allontanarsi poi decidono di andarsene anche loro. Contemporaneamente, un altro uomo, incappucciato, sorprende lo zingaro e ed il guerriero alle spalle, poggiando una mano su quelle del guerriero.

Il guerriero si volta e fa per tirar fuori la spada dal fodero che gli pende dal fianco sinistro, ma l’uomo incappucciato lo ferma.

 

Uomo incappucciato:

(all’orecchio del guerriero, senza scoprirsi il volto) è l’ora…

 

Il guerriero e lo zingaro si voltano verso l’uomo incappucciato, si guardano l’un l’altro ed annuiscono.

Escono tutti e tre.

 

2. INT. RIFUGIO DEGLI UOMINI DI LYMOND. SERA.

 

Lymond sta mangiando seduto ad un tavolo di legno. Alle sue spalle ci sono altri due uomini (tra cui lo zingaro), mentre davanti c’è il guerriero.

 

Guerriero:

(in modo automatico)…e quindi il governatore si aspetta l’arrivo degli inglesi nel giro di tre settimane ed è lì a svolazzare da tutte le parti come una gallina con la gola tagliata…(con un’espressione falsamente preoccupata) Siete bagnato fino al midollo.

 

Lymond:

(senza scomporsi, pulendosi la bocca con un tovagliolo bianco ed alzandosi) non prendetevi simili preoccupazioni, Matt: io sono il narvalo in cerca della sua vergine. Ho succhiato il mare come Cariddi, e in mancanza di altri divertimenti, lo sputerò fuori tre volte al giorno, dietro compenso.

 

Lymond si reca verso un appendiabiti ed afferra un mantello. Lo indossa e si va a specchiare.

 

Lymond:

(annuendo e poi voltandosi verso i suoi uomini) timido come una violetta del pensiero...

 

Lymond esce senza congedarsi e si reca nel cortile del rifugio dove qualcuno ha preparato un cavallo per lui. Monta in sella e lo sprona al galoppo.

I suoi uomini lo guardano sparire nel buio.

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 20, 2009 13:55 | link | commenti (4)
categorie: sceneggiature
venerdì, 08 maggio 2009

Song for a raggy boy...

L'uccellino è vivo o morto?

Libro da cui è tratto il film, ahimé non molto famoso, di Aisling Walsh "Angeli Ribelli" (2003) ed indimenticabile seguito di "Canzone per un povero ragazzo".

<<C'era una volta un gabbia piena di uccellini gialli.Questi uccellini erano guardati notte e giorno da centinaia di enormi corvi neri. Esseri orrendi, con artigli d'acciaio, pronti a farli a brani, pezzo per pezzo, se solo avessero osato aprire il becco. Allora, che cosa facevano questi uccellini? Tenevano il becco chiuso e se ne stavano buoni buoni nella loro gabbia.
Ora, bambini. Con tutti quegli uccellini stretti in una gabbia sola, qualcosa doveva andare storto. Tanto per cominciare erano tutti maschi. Tutti uccellini maschi. E ben presto molti di questi uccellini maschi iniziarono ad accompagnarsi tra loro. Giocavano al morto, al dottore e roba del genere. Ma, attenzione, non facevano questi giochi apertamente. Non erano così stupidi. Ovviamente tutti gli altri uccelini sapevano, ma non erano fatto loro. E se anche fosse, che cosa potevano farci? Andare a dirlo agli orribili corvi? No, bambini. Perché se c'è una cosa che non si deve mai fare è andare a denunciare un uccellino ai corvi. Eppure c'era un uccellino che decise di non rispettare questa regola. E una notte, mentre tutti gli altri uccellini erano mezzi addormentati, strisciò fuori dalla sua gabbia e andò a raccontare tutto al capo dei corvi. Il capo dei corvi andò su tutte le furie. Voleva dei nomi. E il piccolo uccellino spione glieli fornì.
La mattina dopo il capo dei corvi entrò nella gabbia degli uccellini e trascinò fuori due di loro. Gli rasò le penne e poi li frustò fino a che dal loro dorso prese a sgorgare del sangue.
E questa è la fine della storia. Tranne che...voi che cosa pensate che si dovrebbe fare all'uccellino che ha tradito i suoi compagni?>>

E' il racconto vissuto in prima persona da Patrick Galvin, nel momento in cui, ritrovandosi nel riformatorio di Saint Jude, viene a contatto con una realtà distorta e violenta cui simbolo è senza ombra di dubbio il Crocefisso.

<<Perché mi hai tolto la faccia
e me ne hai messa una nuova

non dirmi che era tuo compito
e adesso sono più bello.

Bugiardo.

Perché m'hai tolto i polmoni
e me ne hai messi altri due
non dirmi che adesso respiro
un'aria migliore.

Bugiardo.

Perché m'hai tolto la lingua
e me ne hai messa una nuova
non dirmi che i canti che canto
sono più dolci.

Bugiardo.

Perché m'hai tolto gli occhi
e me ne hai messi altri due
non dirmi che la mia terra
ora splende di più.

Bugiardo.>>

Innegabilmente incisivi i personaggi: il signor Franklin, padre John, Mercier...e di grande impatto emotivo le scene (con i successivi commenti dell'autore) in cui meglio sono puntualizzati i metodi di "educazione" impartiti dai "confratelli in Cristo" che gestiscono la struttura.

<<Sono avvolto dai miei sogni. Il viso di mia madre. Le mani di mio padre. Uno zufolo di latta appeso all'attaccapanni. Un uomo di stile che si trasforma in un gabbiano.
Ora posso volare. Posso toccare le nuvole, volteggiare sulle mura e guardare in basso il campanile di una chiesa. Posso stridere "Altro pesce", e a chi mi chiede il mio nome dirò: "I gabbiani non hanno un nome. Si chiamano solo gabbiani".
"Qualsiasi cosa tu faccia", diceva mia madre "non cadere mai nel fiume". Adesso ho le ali. Posso riposare sull'acqua. Posso cantare con i pesci.
"E' stata qui tua cugina Beatrice. Lei sa tutto dei pesci".
E quando suonerà la campana del mattino, non mi ritroveranno più. Il mio letto vuoto. Le scarpe sul pavimento. Nel dormitorio un mulinello di piume bianche.
Qui dentro c'è un fantasma. E' nascosto sotto le lenzuola.>>

postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 08, 2009 16:03 | link | commenti (1)
categorie: i libri da non perdere
venerdì, 06 marzo 2009

Capricci

Favola

Un tempo non molto lontano, un re ed una regina persero una battaglia contro un demone.

Il demone, felice e crudele, aveva allora chiesto loro di consegnargli ciò che di più caro al mondo essi possedessero.

Il re e la regina rifletterono un po’ sulla decisione da prendere: erano giovani, vitali, appena sposati.

Dissero: -Prenditi il nostro oro, le nostre ricchezze, il nostro regno-.

Il demone allora annuì e si strofinò le mani.

Disse: -Va bene. Ora datemi ciò che di più caro al mondo avete-.

I due si guardarono di nuovo, sempre più tristi, sempre più spaventati.

Chiesero: -Sono le nostre vite che vuoi?-.

Il demone allora annuì e si strofinò le mani.

Disse: -Sono già mie. Ora datemi ciò che di più caro al mondo avete-.

Il re e la regina gridarono indignati ed incapaci di comprendere.

Che cosa voleva da loro quell’essere? Perché chiedere tanto insistentemente qualcosa che nessuno conosceva? Che cos’era ciò che al mondo un uomo ed una donna potevano avere di più caro della ricchezza, della vita?

Il demone si strofinò ancora le mani e di nuovo annuì.

Disse: -Di corvo i capelli e di spettro la pelle-.

Il re e la regina continuavano a non capire.

Il demone sorrise e li avvicinò trionfante. Annuì alla donna e si strofinò le mani.

Disse: -Azzurri gli occhi, freddi e perfidi come il ghiaccio e tagliente la lingua di vipera o serpe. Nessun volto e nessun corpo da amare o di cui gioire. Soltanto un viso bianco, di ceramica e di cera, una maschera di ferro, un sorriso stampato. Preclusa la vista, preclusa la voce. Datemi un seme ed io lo pianterò dove la terra è impervia e deve nemmeno i sogni possono arrivare-.

Ma siccome il re e la regina continuavano a non capire, il demone voltò loro le spalle e fece per andarsene.

Nel farlo, disse loro: -La luna cala, la luna sale. Il fiore germoglia e nasce il frutto. Una nuova vita apre le sue spire mentre una vecchia se ne va. La regina ed il re non a lungo resteranno soli e non a lungo resteranno in tre. Ora sapete ciò che di più caro al mondo avete e ciò che la maledizione di una guerra persa in partenza vi ha tolto prima ancora di potervi dare…-

Il fuoco poi avvolse il suo corpo e scomparve.

Il re e la regina allora si guardarono l’un l’altra e l’un l’altra si strinsero in una abbraccio gelido e disperato.

postato da: 34AF7KO2 alle ore marzo 06, 2009 21:26 | link | commenti
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venerdì, 20 febbraio 2009

Piccoli capricci

Musica

Il bacio candido di una melodia trova il suo posto e la sua massima espressione là dove il tempo inumano incontra l’eternità e si ferma ad abbracciarla. Allora ogni cosa ed ogni oggetto si trasforma in un muto spettatore ed ogni essere vivente, uomo o bestia che sia, si ferma con esso a guardare e ad ascoltare il passato ed il futuro che danzano insieme.

Si vive per una cosa sola e la musica non è la vita. Ti chiedi se questa non sia follia e ti accorgi che, in realtà, sei tu, vivendo, che sei la sua vita. Sono le tue mani che creano le note, non le note che creano te. Qualunque cosa tu possa pensare è espressione armonica, qualunque cosa tu vedi, un temporale, il mare, persino la più orribile, è espressione armonica. Eppure sei tu, solo tu, che vivendo costruisci la musica. Solo tu. Perché essa è muta e celata dietro ogni cosa, e muta e nascosta e nuda non attende altro che qualcuno le dia voce, la riveli al mondo, la vesta di solennità e di splendore. E così le dita del pianista le accarezzano delicate la schiena, le gote del flautista infondono tra le sue labbra il proprio spirito vitale e l’archetto sfiora dolcemente le sue grazie con la prudenza e la maestria dell’amante di una vergine.

postato da: 34AF7KO2 alle ore febbraio 20, 2009 14:47 | link | commenti (2)
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venerdì, 26 settembre 2008

Di Loro Che Sta Tornando...

Francesco Dimitri:
"Pan"

Noi Siamo I Bambini Perduti: Questa E' La Notte In Cui Comincia La Nostra Festa. E Voi, Signori Miei, Non Sarete Mai Più Al Sicuro.

Copertina morbida 464 Pagine
Edizione:
1

Codice ISBN-10:
8831795007

Codice ISBN-13:
9788831795005

Editore:
Marsilio Editori

Data di pubblicazione:
Jun 04, 2008


La quarta di copertina:
Nelle notti romane ci sono bambini che sognano, e che nel sogno, ogni volta, ripetono il viaggio verso una grande isola che non c’è. Nelle notti romane ci sono ville borghesi illuminate dalla luna piena, e dai loro giardini spesso s’innalzano, non visti, mastodontici galeoni pirata. Nelle notti più fredde di una Roma moderna, pulsante, segreta, qualcuno ormai comincia ad avvertirlo: uno spirito folle sta bussando alla porta, uno spirito anarchico e sensuale, passionale e libertino, pronto a tornare per rapirci. Qualcuno lo vuol chiamare Peter; un tempo era noto come Pan.
Tra mito, pop, psichedelia e vecchio racconto d’avventura, Francesco Dimitri riesce a costruire un romanzo affascinante nei toni e nelle suggestioni quanto avvincente nella trama. A cento anni di distanza dalla sua prima comparsa, il Peter Pan di Barrie rivela oggi più che mai la propria carica eversiva, la propria primordialità vitale, erotica, libera, il proprio rifiuto verso ogni forma di dogmatismo. Nei cieli di Roma lo scontro si sta preparando: bambini e pirati, vecchie e nuove divinità, in un’inquietante favola nera che finirà per insegnarci come, talvolta, per vedere il mondo del sogno dal mondo reale, non serva altro che alzare la testa.

Articolo realizzato per "Panorama.it"

Pan (Marsilio, (464 pp. € 19) non è un romanzo facilmente inquadrabile, e questo, oltre alla qualità narrativa, depone a suo favore. Francesco Dimitri, classe 1981, appassionato di esoterismo, un paio di romanzi e di saggi alle spalle, fa di Roma lo scenario di un’avventura a cavallo tra le visioni di Tim Burton, Neil Gaiman, James Matthew Barrie e le ossessioni di HP Lovecraft, spostando così il confine tra sogno e realtà verso zone selvagge e buie, laddove fanciullezza, meraviglia e terrore confinano. I bambini perduti di Dimitri si muovono in una capitale stregata fatta di ombre, di orrori invisibili, di truce quotidianità, di gioa anarchica e crudele.

Pan, ci viene in ausilio il vocabolario, è narrazione panica in quanto relativa al dio Pan, a una forza primordiale e al timore di un pericolo che turba l’animo innescando comportamenti incontrollabili.

Con Pan, la narrativa italiana riprende quel dialogo particolare con il fantastico e con il meraviglioso che negli ultimi tempi si era perso, sommerso da altri generi, Fantasy compreso. Andrebbe la pena ricordare, a volte, che “chi alla Meraviglia chiude gli occhi, di Morte sente tredici rintocchi”.Ho incontrato Francesco Dimitri.

Che “oggetto narrativo” è Pan?

Un romanzo, uno di quelli identificatissimi. Non credo per niente nella confusione tra saggi, romanzi e “oggetti narrativi non identificati” vari. Di più: la trovo disonesta, una fegatura travestita da esperimento. Voglio sapere che roba compro. È come con il cibo: mangio di tutto, ma mi piace sapere cos’è. Se ordino un topo arrosto e mi danno caviale, mi incazzo. Ho ordinato topo, voglio topo. L’importante è che sia arrostito bene.

Perché hai scelto Roma per ambientare la vicenda?

Io sono arrivato a Roma a diciotto anni, venendo dalla provincia di Taranto - non so se mi spiego. E l’impatto con una città del genere ti segna. Se Milano è come Metropolis, Roma somiglia a Gotham City: sporca, lurida, confusionaria, classista nel midollo, piena di gente che tira a fregarti. Eppure puoi scoprire un Mitreo sotterraneo vicino casa, puoi fare un giro a Monti e avere la sensazione di essere finito a Frittole, puoi andare a Villa Ada e trovare un vero e proprio bosco dentro la città. È un set ideale per il mio tipo di storie. Ed è un set che conosco, quindi mi è più facile mitologizzarlo, agguantare la città nella realtà consensuale e spingerla a tradimento nell’immaginario.

Quanto ha inciso il tuo interesse per l’esoterismo nella stesura della storia?

Molto, anche se forse più come mood che altro. Per colpa di guru lampadati e tantrismo pret-a-porter, il pensiero magico è oggi frainteso in modo estremo. Me ne frega molto poco della cronaca - non dico che interessarsene sia sbagliato, dico solo che io preferisco fare altro. Se devo scegliere tra usare il mio tempo per farmi un’opinione seria sul programma politico di Berlusconi o farmela sul futuro della nobile casata Stark (chi legge Geroge R.R. Martin capirà), preferisco gli Stark, grazie tante. Mi interessano i miti, le storie, anche più della cosiddetta realtà - che poi altro non è se non il mito dominante, intessuto nella struttura stessa della tua lingua naturale. L’idea che sia “più reale” di altre storie non è solo sbagliata: è un inganno ontologico. Questa visione del mondo come tessuto di storie, che in più di un senso è magica, credo emerga da ogni cosa che scrivo.

Terrore e meraviglia, macabro e fanciullesco vanno d’accordo?

Pochi hanno davvero letto il Peter Pan di James Barrie. È un libro terribile. Peter Pan è egoista, schizoide, violento, i Bambini Perduti per prima cosa tentano di accoppare Wendy. E questa è l’ultima frase: “E così via via avverrà, sempre, finchè i bambini saranno spensierati, innocenti e senza cuore.” Ecco, se non vi mette un brivido, non so cos’altro possa farlo. Nell’immaginario contemporaneo abbiamo fatto ai bambini la stessa cosa che abbiamo fatto alle fate: essendo creature pericolose, li abbiamo ridotti a esserini di polistirolo da rimbambire con dosi massicce di Melevisione. Il punto è che i bambini hanno avuto meno tempo per intessere le loro vite nella storia dominante e quindi sono aperti alle alternative: alla possibilità che la vicina di casa, che quel pagliaccio, che sembra un mostro, be’, sia un mostro. E hanno avuto meno tempo anche per convincersi che l’uomo sia un animale mite ancorchè un po’ sopra le righe. E quindi non hanno paura di affrontare il mostro con tutte le armi che servono - senza le fighettate da pensiero debole che si usano per coprire la paura. Appunto, terrore (mamma mia, è un dèmone!), meraviglia (che splendore - esistono i dèmoni!) e macabro (ok, splendido, ma vogliamo farlo fuori sì o no?) - in un certo senso dobbiamo davvero riscoprire il bambino interiore, come dicono gli psicologi da talk show. Il punto è che non è detto che quello che scopriremo ci piacerà.

Quali sono gli scrittori cui sei debitore?

Tantissimi. Il principale credo sia Clive Barker, uno dei più grandi scrittori viventi, anche se in Italia è poco conosciuto e ancor meno letto. Il New York Times lo ha paragonato a Pynchon, ma per quanto mi riguarda Barker vince di parecchie lunghezze: un visionario capace di scombussolare il tuo mondo da cima a fondo. Poi c’è Tolkien, che ho letto e riletto in ogni salsa, e che con Il Signore degli Anelli mi ha fatto pensare, in quinta elementare, ‘io da grande voglio fare lo scrittore’. È un autore immenso, anche se credo di essere molto lontano da lui.
E tanti altri, lo Steinbeck più cazzone (quello di Pian della Tortilla e La Corriera Stravagante), Anne Rice quando scrive di sesso, Stephen King quando delinea personaggi… tendo a studiare molto gli autori che mi piacciono.

Pan ricorda il presupposto di American Gods di Gaiman per cui alcune divinità / enti soprannaturali tornano sulla terra….

Chiarisco subito due cose. La prima è che trovo American Gods un libro stupendo - forse il migliore di Gaiman, che è uno scrittore che seguo fin dai tempi di Sandman. La seconda è che, se American Gods vi è piaciuto, non è detto che vi piaccia Pan: sono libri molto diversi. Gaiman è uno scrittore pulito, che fa meccanismi a orologeria. Io sono più carnevalesco e rumoroso. Lo dico giusto per onestà.
Comunque, credo che il “ritorno dell’Incanto” sia un tema nell’aria, per motivi culturali complessi. Di recente ho letto una trilogia che non conoscevo, inedita in Italia, di Mark Chadbourn, che racconta del ritorno in Inghilterra degli dèi celtici. Il tono e la storia non c’entrano nulla con quelli di Pan, ma la premessa è quasi identica, e ne sono rimasto colpito. Credo che stiamo vivendo la fine di un certo scientismo superstizioso, e che altre forme di pensiero stiano riemergendo - e questo è un bene. Vari alfieri del vecchio ordine, come Richard Dawkins, dimostrano una superficialità desolante nel non capire che il ritorno di un pensiero mitologico (il ritorno degli dèi, se vogliamo) non significa la morte della scienza - significa una nuova polifonia. Se ragioniamo in termini di “credere” e “non credere”, perdiamo uno dei più bei nuclei di Meraviglia del nostro tempo.

Pan è un “fuori collana” per Marsilio, come ti sei trovato con la casa editrice veneziana (anche alla luce delle esperienze precedenti)?

Benissimo. Sinceramente, non pensavo che sarebbe andata così liscia: avevo in mente un libro molto forte, e temevo che avrei avuto problemi. Loro mi hanno garantito autonomia totale e poi (Meraviglia!) me l’hanno concessa davvero. Pan è un libro strano, per certi versi rischioso, soprattutto in un catalogo come quello Marsilio. Pubblicare il romanzo di una giovane ragazza che parla del suo ombelico sarebbe stata una scelta più ovvia, ma non l’hanno fatta. Insomma, se il libro fa schifo, non potrò dire che è colpa dell’editor (e la cosa mi dà quasi fastidio, è bello avere qualcuno da incolpare). Quanto al passato, so di essere stato fortunato, rispetto a tanti colleghi. Sia con Gargoyle che con Castelvecchi mi sono trovato bene: poi, è fisiologico che le esigenze cambino e alcune strade si allontanino.

Cosa ne pensi del panorama attuale della narrativa italiana?

Domanda imbarazzante, perché se rispondo “ne penso male” dò l’idea di essere presuntuoso, e se rispondo “ne penso bene”, mento. Allora sarò sincero: in linea di massima, la narrativa italiana contemporanea non mi interessa. È un panorama ombelicale, privo di fascino e meraviglia. Non sopporto Montalbano e soci. Gomorra non sono riuscito a finirlo (sono un appassionato del Padrino di Puzo: mito, non cronaca, che per quella ci sono i giornali). Baricco anche, ma l’ho adorato quando si è scagliato contro i suoi critici. Intendiamoci, ci sono varie cose che mi piacciono - Confine di Stato, La Strategia dell’Ariete, tutto Eymerich (con i crescendo e i diminuendo tipici di ogni serie), e tanti altri. Ma non fanno sistema. Io cerco visioni alternative alla realtà consensuale, non necessariamente ‘fantastiche’ in senso stretto, ma particolari - alla John Fante, per dirne uno, o alla John Kennedy Toole. In Italia queste visioni scarseggiano: i nostri scrittori, troppo spesso, si sforzano più di fare libri intelligenti che di fare bei libri.

E dell’esplosione del Fantasy made in Italy, ora che anche Einaudi ha aperto le sue porte al genere?

Penso che dobbiamo stare attentissimi. Il mio professore di cinema all’università una volta mi disse che il problema italiano è che organizziamo l’industria culturale per filoni e non per generi. Il genere è un meccanismo di produzione. Il filone è una cosa che scavi fino a che non la esaurisci. Ecco, io vedo il rischio della ‘filonizzazione’, che è quanto di peggio possa capitare a un genere, perchè lo affossa per sempre o quasi (vedi alla voce Spaghetti Western). Dobbiamo stare molto, molto attenti a evitare il filone. Detto questo, spero invece di far parte di una rivoluzione del genere che parte dall’Italia e dimostri anche all’estero che cosa possiamo fare: con un mio vecchio libro sono arrivato sul mercato spagnolo, ma il mio sogno è raggiungere quello inglese. Un paio d’anni fa parlavo a un editore di alcuni progetti, e mi sentii dire che “il fantasy in Italia non vende, specie se scritto da Italiani”. Io dicevo che era solo questione di tempo. E adoro avere ragione.

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 26, 2008 15:09 | link | commenti
categorie: i libri da non perdere

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