mercoledì, 29 agosto 2007

34af7ko2 - Parte seconda

Capitolo terzo

La ragazza giaceva distesa sul letto.

L’uomo che chiamava Jamie, il bel rosso che da tanti anni si prendeva cura di lei a tal punto da farla innamorare di sé, dormiva dolcemente sul cuscino poco distante dal suo. Da quando era tornato, l’aveva accarezzata, coccolata, baciata pudicamente sulla fronte e sulla testa, tenendola stretta al suo copro freddo con un amore tale da meritare tutte quelle ore di attesa.

Le faceva visita una volta a settimana, le portava cibo e bevande, le raccontava del mondo esterno e la viziava con teneri baci e calde carezze, le parlava, perennemente avvolto nell’ombra che portava con sé. Inizialmente era stato difficile abituarsi a lui, ai suoi modi strani, al suo terrore della luce troppo forte del giorno, al fatto di dover restare sempre reclusa in quel piccolo monolocale, senza mai uscire e con la televisione e la radio come unica compagnia. Ma poi, i suoi modi di fare, il suo amore fraterno avevano vinto su tutto e, spesso, la ragazza si accorgeva di desiderare la sua presenza, le sue mani.

Con il passare del tempo, poi, aveva letteralmente perso la testa per lui, molte volte si ritrovava a sognarlo, a sognare quel suo corpo gelosamente custodito prima denudato e poi amato, la sua voce di miele gemere per il piacere di un rapporto intimo e, a lungo, voluto.

Più volte aveva tentato di parlarne con lui, aveva dichiarato il suo amore a Jamie, cercando con le labbra le sue, l’apertura della camicia, quella dei jeans scuri. Ma lui si era sempre ritratto.

-Non puoi farlo…verranno altri per questo…- continuava a dirle.

Ma lei non aveva mai capito il significato di quelle parole.

-Ma…io…-

E più protestava, più dichiarava di amarlo e desiderarlo, più da lui riceveva coccole e gesti d’amicizia.

Jamie le dava modo di sentirsi ancora viva, cantandole con voce insolitamente calda le più belle canzoni del momento, quelle che le piaceva ascoltare con più frequenza alla radio, quelle che ricercava quando si ritrovava sola nel silenzio dell’appartamento vuoto, senza di lui.

E, nonostante fosse tagliata completamente fuori dal mondo, se non per quelle poche ore in cui telegiornali e giornali radio le facevano compagnia, la ragazza non aveva mai fatto domande sul perché fosse destinata a vivere quella vita nascosta da tutto e tutti. Non che non si fosse mai domandata tutto ciò, certo, quello no, e delle volte aveva persino fantasticato di chiederlo a Jamie, ma poi, quando lui arrivava ed iniziava a raccontarle le sue vicende, dimenticava sempre tutto e, allora, nulla aveva più importanza, né il tempo né la solitudine.

Ora, distesa accanto a lui, la ragazza ascoltava il suono ritmico del suo quieto respirare, una mano sul basso ventre, l’altra tra i capelli morbidi del giovane.

Di tutte quelle che le aveva narrato, Jamie aveva tuttavia precluso la sua storia. La custodiva gelosamente in una cassaforte sotterrata e senza chiave e cambiava sempre discorso quando, involontariamente, lei gli porgeva domande al riguardo. Non era un segreto che avesse sofferto molto, in passato, né, forse, che continuava a farlo, eppure nessuno sembrava in grado di persuaderlo a parlare di sé.

La giovane poggiò la testa sul petto di Jamie e lo baciò delicatamente tra le due clavicole.

Poi, la sua mano gli cadde sulla frante e, per l’ennesima volta, lo sentì ardere di febbre.

-Il mio corpo si sta disfacendo lentamente- le aveva sussurrato lui all’orecchio qualche mese prima: -Aiutami a fare una cosa…-

E, scosso da un conato di vomito improvviso, aveva lasciato cadere da sé l’argomento.

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 29, 2007 17:48 | link | commenti (1)
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34af7ko2 - Parte seconda

Capitolo secondo

-No! No!- l’uomo correva lungo il corridoio. Le luci appese, sopra di lui, lo illuminavano a tratti, esaltando e diminuendo la sua ombra prima di scomparire, inghiottita dal buio.

-Che cosa vuoi da me? Perché mi perseguiti?-

Nella notte oscura del laboratorio nulla si prese la briga di rispondere. La voce che aleggiava nell’aria tacque. Tutto intorno allo scienziato, l’unico rumore udibile era il suo ansimare ansioso, seguito da quello, più tranquillo, della creatura che lo stava inseguendo.

Il suo sospiro si fece sempre più vicino, sempre più pesante, fino a spegnersi del tutto, perso nella nebbia di un canto infantile…

Ninna nanna, ninna oh,

questo bimbo a chi lo do?

 Un suono cantilenante.

Un suono persecutore che aumentava in dolcezza a mano a mano che il terrore si impadroniva della preda…

Lo darò all’uomo nero,

che lo tiene un anno intero…

 -Lasciami!- gridò l’uomo, il camice bianco che svolazzava sulla scia della sua corsa: -Lasciami, lurido mostro!-

Lo darò all’uomo blu,

che lo tiene un anno e più…

Una mano fredda lo raggiunse.

Due labbra gelide gli strisciarono sul collo imperlato di sudore.

-Avrei potuto stringere tra le braccia mio figlio…- sussurrò quella voce stridula che invano lo scienziato aveva tentato di sedare, con potenti iniezioni di tranquillanti e morfina –Avrei potuto avere una famiglia…-

C’era una strana e profonda nota di malinconia in quel breve discorso. Sofferenza in quella voce solitamente fredda ed impassibile.

-Mi hai chiesto perché ti perseguito…io non voglio te…voglio la mia VENDETTA!-

E lo scienziato crollò a terra, scosso da tremende convulsioni e dolorosissimi spasmi.

Tra le grida, udì un’ultima frase…

-Gioca a prendere il suo ruolo…e Papà Natura ti punirà!-

E fu allora che il laboratorio costruito segretamente trenta anni prima da un gruppo di universitari spiantati e prossimi alla laurea, venne inghiottito in una voragine di fumo e macerie.

E saltò in aria…

BUM!

 

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 29, 2007 17:47 | link | commenti
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34af7ko2 - Parte seconda

Capitolo primo

UNDICI ANNI DOPO…

Mi svegliai di soprassalto.

Intorno a me, nel buio screziato di tanto in tanto dalle luci della città semideserta, una sensazione di mancanza che ormai non mi abbandonava più da tempo. mi sentivo stanco, malato. Nel mio sonno irrequieto non riuscivo a ritrovare quel attimo di pace che agognavo da quella notte.

Ogni volta che chiudevo gli occhi, immagini di quella sera al luna park mi inondavano il cervello, una confusione di musica, odori, voci che si susseguivano l’una all’altra senza un ordine ben preciso, per poi ritornare tutte inesorabilmente su un’unica visione: Christine, allegra, correva verso di me. In mano, quel dannato orsacchiotto di peluche che ricordavo in troppo bene.

Mi scossi fra le lenzuola. Allungando una mano, tremante, poi andai alla ricerca del mio bicchiere d’acqua, quello che ero solito mettere sul comodino accanto al letto. Ma avevo bevuto già altre volte ed il bicchiere era vuoto. Decisi di alzarmi, tanto ormai non avevo più sonno, di recarmi in cucina  e di vedere cosa davano a quell’ora alla televisione. “Pura curiosità” pensai e stavo quasi per convincermene.

Lasciai scorrere l’acqua dal rubinetto e fissai l’orologio a pendolo appeso sopra il caminetto, gelido dopo aver perso il suo calore.

Le 2:45. tre meno un quarto.

Alla tv davano i resoconti delle partite, un vecchio film muto degli anni trenta e un balletto classico: Romeo e Giulietta, il preferito di Jasmine.

Chiusi il rubinetto del lavello mentre i due étoiles danzavano sotto il balcone della famosa scena e portai il bicchiere alla bocca, saggiando prima la temperatura con le labbra.

Improvvisamente, però, la musica cambiò totalmente.

Nello stato disorientato in cui mi trovavo da quasi undici anni, riconobbi la sigla del telegiornale.

Mi voltai con uno scatto, rovesciandomi addosso quell’acqua che avevo tanto desiderato e spalancai gli occhi spaventato.

Un’edizione speciale. A quell’ora?

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 29, 2007 17:46 | link | commenti
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mercoledì, 22 agosto 2007

LA BALLERINA DI CRISTALLO

Sh! Taci. Nel silenzio della notte un solo suono si distingue.

Ed ella danza.

Danza sospinta da un solo vento, chiamato passione;

danza ad un ritmo che solo la musica del suo cuore riesce a sostenere;

danza per combattere il desio, la tristezza;

danza per allargare quei cassetti ormai troppo stretti per contenere il suo sogno,

fatto di brillanti paillettes e di lustrini colorati.

Le scarpette ai piedi, la gamba alzata, le braccia morbidamente adagiate a mezz’aria.

  È lì la ballerina di cristallo e, al sicuro nella sua campana, ella piroetta.

Piroetta ed attende quell’amore mai nato, quella vita mai avuta,

lo scatenarsi di una tempesta mai vista.

Orsù, allora!

Danza creatura senza colore.

Metti ali alle tue forme aggraziate e prendi il volo.

Scolpisci con eterei salti le nuvole.

Lanciati incontro al tuo destino e, prima o poi, scivolerai dolcemente tra i sipari del successo e, lì, ti abbandonerai.

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 22, 2007 14:50 | link | commenti (1)
categorie: poesie

IL GIULLARE

Arancio e blu. Salta il giullare in un turbine di colori.

A scacchi il gonnellino, a scacchi le calzamaglie.

A scacchi la giacca ed il cappello con le punte.

Ogni scampanellio è per lui.

Ogni risata è per lui.

Si destreggia in capriole e salti mortali.

Si china, bacia, ride e scalcia.

Tra una sedia e l’altra nessun difetto ha scampo.

Tra una sedia e l’altra, tutti attendono lui.

Eppure egli sembra così fragile: vestito di toppe, un campanellino in testa per sentire dov’è.

Egli lavora mentre gli altri mangiano.

Uno schiocco di dita e tutti i fiati rimangono sospesi.

Uno schiocco di lingua e tutte le donne sospirano.

Una canzone, una poesia, un’arguta battuta e tutti a nanna…

il giullare dorme di giorno e di notte sfoga la sua abilità.

Una farfalla, un pipistrello, un folletto che danza e canta senza tregua.

Una creatura allegra che si nutre di grasse risa e di gentili esclamazioni.

Salta il giullare, vestito di scacchi arancio e blu,

ma nessuno sa che vincerà la partita…

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 22, 2007 14:50 | link | commenti
categorie: poesie

LA CREATURA D'AMBRA

Corrile dietro. Non lasciarla scappare.

La creatura d’ambra ride e corre.

Si prende gioco di te con quei suoi occhi come l’oceano.

E tu, docile segugio, non fai altro che stare al gioco: fingi di cadere e ti rialzi, abbellendo la maestosità del sole con il suono acuto di risa gioiose.

È lì, davanti a te.

Ti sfugge o sei tu a lasciarlo andare?

I morbidi boccoli gli finiscono negli occhi e volano indietro, scansati da una manina piccola e da ditini affusolati.

Tutto sembra esaltare la sua allegria: il delicato fruscio del vento, il morbido odore dei fiori che, delicatamente, si infrange sul visino paffutello e lentigginoso.

Afferralo. Non lasciarlo fuggire.

Avrà tutto il tempo per farlo, quando non sarà più tuo.

Coccolalo.

Sospingilo in un caldo abbraccio. Bacialo in quest’attimo.

Ora e per sempre la sua immagine di bambino ti apparterrà.

Ora e per sempre ti apparterranno quegli occhietti vispi e quelle manine minute.

Il calore della sua pelle. La morbidezza del suo respiro.

Blocca il tempo. fallo per lui.

Non permettergli di crescere e non permettergli di soffrire.

Vivere non è per lui…

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 22, 2007 14:48 | link | commenti (1)
categorie: poesie

IL CAVALIERE NERO

Allunga la mano. Stringi forte. È tua la notte, oscuro signore.

Nei tuoi occhi di ghiaccio la luna si riflette e prendono forma, come in un incubo, le sensazioni più spaventose.

Se solo sapessi che sei e da dove vieni, forse, abbandoneresti quella spada e quell’arco e ti dedicheresti di più alla creatura spaventata che stringi tra gli artigli.

Fermati un attimo, ascolta le sue lacrime.

Raccogli il suo pianto e custodiscilo in un’ampolla.

Ti farà sentire migliore.

Ti darà più forza.

Egli possiede il colore della tua pelle, l’asprezza dei tuoi occhi.

Presto assumerà forme non dissimili dalle tue e diventerà forte, molto più di quanto tu non immagini, molto più di quanto tu non oseresti sperare.

Ha sangue strano nelle vene.

Un’indole feroce e, al tempo stesso, così dolce.

Un giorno, quando entrambi accederete alla mia verità, vi cercherete e cercherete un modo per abbracciarvi e stringervi.

Un po’ come fate ora, inconsapevoli ed innocenti pedine del Destino.

La vostra prossima mossa è già stabilita.

Non vi resta altro da sperare, se non di ritrovarvi insieme nel momento in cui verrà proclamato:

scacco matto!

 

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 22, 2007 14:47 | link | commenti
categorie: poesie

VENDETTA

  L’Assassino si prostrò dinnanzi all’uomo che lo aveva battuto al duello. Poggiò le labbra mascherate dalla ceramica sugli stivali dell’avversario ed implorò per quella pietà che non aveva mai concesso a nessuno. Dalla sua gola, uscirono soltanto tre parole, strascicate, tremanti. Nient’altro. Non ebbe né un sussulto, dettato dal timore della morte, né altro fremito. Si era già abbassato abbastanza per la sua vita.

  “No, nessuna pietà” si ripeté dentro il vincitore. Aveva promesso la testa dell’Assassino a sua moglie, poco prima che gli morisse tra le braccia, trafitta da quella spada nemica senza un volto.

  Il Re aveva addestrato lui stesso quell’animale. Gli proibiva affetto. Gli proibiva conforto. Ed ora, lo aveva spedito dinnanzi al Giustiziere, ora, che la sua vendetta era compiuta, ora che non gli serviva più. Nessuno conosceva il volto dell’Assassino, pochi avevano udito le sue parole, molti avevano tentato di ucciderlo…

  -No,- esclamò il vincitore, tirando su la testa del vinto con violenza –nessuna pietà per chi non ne ha mai concessa!- e, così dicendo, inflisse una ferita mortale al costato dell’Assassino.

  Egli non si lasciò sfuggire nemmeno un gemito. Chinò ancora la testa e crollò su un fianco, permettendo al Giustiziere di calciarlo al ventre, al petto, all’addome.

  Fu allora che il Re si alzò dal suo trono d’oro e pietre preziose. Batté le mani con fare soddisfatto. Finalmente, ciò per cui aveva lavorato tanto, si stava per compiere. Alzò il braccio sinistro per pretendere il silenzio e scese giù, nell’arena dei combattenti, dove il suo allievo preferito stava morendo.

  -Ben fatto!- esclamò in faccia al Giustiziere, ridendo sia con gli occhi che con le labbra –Hai ucciso senza prima sapere chi fosse la tua vittima! Complimenti!

  L’uomo lo fissò, senza capire, mentre l’altro gli sfilava di mano il pugnale e si chinava sulla sua creatura agonizzante. Gli strappò via dal volto la maschera di ceramica. La lanciò lontana, verso la regina in lacrime.

  Il Giustiziere spalancò gli occhi. No, non poteva essere. Era impossibile…

  L’Assassino si contorceva sotto di lui. Il suo viso fin troppo giovane sfigurato da una sottile ragnatela di emozioni che andavano dalla paura, al dolore, all’innocenza.

  Un ragazzo?

  Solo un ragazzo?

  Non avrebbe mai potuto fare tutto quello che aveva fatto. Eppure…

  -Sono un buon modellatore!- si rifece il Re, posando il pugnale su quella gola sottile, pallida, che tremava al tocco delle sue dita pesanti –Posso prendere un ragazzo qualsiasi, insegnargli cos’è l’odio, precludergli qualunque via d’amore e trasformarlo in una macchina senza sentimenti!

  Ma il Giustiziere continuava a non capire. Non riusciva a smettere di fissare quel volto stremato dal dolore, quegli occhi chiari, offuscati dall’orrore.

  -Pietà, signore, pietà!- l’Assassino implorò una seconda volta, poi una terza ed un’altra ancora. Aveva paura. Provava l’unica sensazione che era riuscito ad infliggere alle sue vittime. Possibile?

  Il Re lo ignorò del tutto, non gli interessava concedergli la grazia che chiedeva. Doveva morire. Doveva morire fin dall’inizio. La sua vita era stata già pianificata…

  -Devo confessarti, però- continuò, spiegando al Giustiziere la fitta rete di inganni che aveva intessuto appositamente per lui –che questa volta non mi sono limitato ad un ragazzino qualunque!- sorrise ed accarezzò i capelli rossi dell’Assassino –Non è vero, Dehnian?

  Il ragazzo si mosse leggermente nel sentir nominare il suo nome. Gemette e chiuse gli occhi per pochi istanti. Ansimava. Faceva fatica a respirare.

  Dehnian?

  No, per favore no!

  Il Giustiziere spalancò le labbra, come per ribattere, ma aveva la gola secca e non sapeva cosa dire.

  Dehnian?

                                              

Il ragazzo continuò a fremere. Il Re continuava a tenergli la testa gettata tra le spalle. Il pugnale continuava a serrargli la gola, minaccioso ed impavido.

  No, per favore no!

  -Hai dato ad una bestia il nome di mio figlio per umiliarmi?- la voce del Giustiziere tuonò al di sopra dei lamenti del giovane.

  -Gli hai dato tu questo nome- sorrise il Re, compiaciuto –io gli ho solo dato uno scopo nella vita!

  -Lui non è mio figlio!- gridò, le lacrime agli occhi –Mio figlio lo hai ucciso tredici anni fa!

  -Tu credi?

  Il sovrano infilò la mano sulla camicia del ragazzo e la strappò all’altezza dell’ombellico. Dehnian gridò quando le dita si soffermarono sulla ferita e si spinsero al suo interno.

   Il Giustiziere lo fissò incredulo. Poco prima che il ventre incontri l’inguine, sulla pelle dell’Assassino spiccava un tatuaggio, un drago, per la precisione, un simbolo.

  L’uomo spalancò gli occhi. Il cuore gli si ruppe in mille pezzi. Quel disegno…il bambino-Dehnian lo stringeva tra le mani l’ultima volta che lo aveva visto, poco prima che la sua casa venisse distrutta e la sua vita cambiasse radicalmente. Era l’unico ricordo che il ragazzo aveva serbato di sé, l’unico oggetto che congiungeva il suo passato, con un futuro angusto e travagliato.

  In un istante cercò di muoversi, di strappare l’Assassino-Dehnian dalle braccia di quello che chiamava Maestro, di riprendersi quel figlio che tanto atrocemente avevano educato, quella macchina che pochi minuti prima voleva uccidere.

  Non ci riuscì…

  Il Re si lasciò andare in una fragorosa risata, mentre il giovane, sotto di sé, avvertiva ciò che gli stava per accadere. Il pugnale, gli premette ancora di più sulla gola.

  -No, vi supplico, no!- riuscì a gridare con tutto il fiato che aveva in corpo, contorcendosi tra le braccia dell’unico uomo che si era preso cura di lui e che, ora, lo ghermiva come un avvoltoio con un coniglio, pur di ostacolare un estrema, disperata fuga –No! Per favore!

  Le parole inciamparono nel sangue. Di loro si udì a mala pena un gorgoglio.

  Le sue preghiere non furono ascoltate, né prese minimamente in considerazione.

  Con un sorriso di trionfo sul volto, il Re sfregiò il viso del ragazzo. Le carni cedettero all’altezza dell’occhio sinistro, l’iride color ametista venne squarciata a metà. Dehnian lanciò un ennesimo stridio: -No!

  Nel giro di pochi secondi la bocca gli si riempì del suo stesso sangue, minacciando di soffocarlo.

  Dehnian tossì, sputò, tossì di nuovo cercando disperatamente di resistere. Qualcuno gridò il suo nome: il Giustiziere tentò nuovamente di strapparlo da quella morte assurda, dalle braccia del Re, tirandolo per una gamba.

  Ma l’altro uomo non  desistette. Gli tappò la bocca con una mano, gli spinse la testa ancora più indietro, scoprendo il collo vulnerabile e terribilmente sottile.

  Dehnian gemette, diede uno strattone al suo Maestro. Dall’unico occhio iniziarono a colare lacrime. Il freddo lo assalì.

  -Muori da eroe, Assassino!- sibilò il Maestro, compiaciuto.

  -No!!!- la paura, l’orrore, lo strazio lacerarono lo sguardo fisso di Dehnian. Il ragazzo cercò di ribellarsi, ancora. Ma l’avvoltoio vinse sul coniglio. Il pugnale vinse sulla pelle sottile. Bastò un semplice movimento del polso e un fiotto di sangue schizzò verso il vuoto. Verso il Giustiziere. Verso il Padre.

                                               

Il giovane Assassino si accagliò tra le braccia del suo amato Maestro. Non un solo sibilo, gemito o gorgoglio uscì dalle sue labbra insanguinate e definitivamente serrate. Le mani  piccole, dalle dita lunghe ed affusolate, crollarono sul terreno polveroso.

La notte si impossessò dell’unico occhio, quando da questi ne uscì una sottilissima lacrima. 

  Il drago scuro sul ventre ebbe un lievissimo sussulto. L’ultimo.

  -No!!!- gridò la regina, scendendo dagli spalti alla ricerca di quel fanciullo che era stato suo.

  -No!!!- ripeté il Giustiziere, quando per la seconda volta si ritrovò orfano di quel figlio che lui stesso aveva avviato verso il buio –Deeeehniaaaan!

  Il Giustiziere si lanciò sull’Assassino.

  Il padre si chinò sul figlio.

  L’uomo asciugò una lacrima dal viso di quel ragazzo che nessuno mai avrebbe potuto ridargli.

  Il Re lo osservava inorridito dall’alto. Aveva abbandonato Dehnian a terra subito dopo avergli reciso la carotide e, da allora non aveva fatto altro che complimentarsi con sé stesso per il lavoro svolto. Il bimbo-Dehnian era stato rapito quando aveva appena imparato a fare pipì senza bagnarsi, educato a suon di frustate e di aspri rimproveri. Qualcuno gli aveva, poi, insegnato l’odio e dato una missione: uccidere quella donna che tutti consideravano una strega. Ma nessuno gli aveva spiegato chi, la strega in questione, fosse in realtà, né il motivo per cui andava eliminata. E Dehnian aveva ubbidito, come ogni brava macchina da guerra tra le mani di un ottimo stratega. Non aveva fatto domande. Ed ora, era stato ricompensato…

  La donna doveva morire per far si che l’attenzione del Giustiziere si concentrasse sul giovane Assassino. Che lo uccidesse.

  Ma perché? Perché scatenar l’ira di un Padre sul proprio figlio? Perché far crescere un ragazzo nel dolore quando già è stata decretata la sua fine?

  Follia? Forse.

  Vendetta? Possibile.

  Il Giustiziere prese Dehnian tra le braccia e se lo strinse forte al petto, come fosse tornato bambino, come se si potesse ancora proteggere…

  Non gli importava più cosa avesse fatto. Non aveva voluto lui quel destino…

  Una sola parola restava sospesa tra le sue labbra, in bilico tra il dolore e la rabbia. Una parola strozzata, dal suono dolce e malinconico…

  Una parola ripetuta all’infinito…

  Una parola persa nel vento…e nel vuoto…

  Un suono inutile, ormai. Inutile.

  O forse no?

  Tra le braccia del Giustiziere, Dehnian ebbe un sussulto. Per pochi istanti, il suo corpo sempre più freddo parve non volersi arrendere. Con un immane sforzo, il giovane Assassino aprì l’unico occhio rimastogli.

  Non sapeva chi fosse l’uomo che lo stringeva tra le braccia. Non aveva più importanza, ormai, nemmeno tentare di estorcere un nome. Ma il ragazzo non poteva fare a meno di fissare quegli occhi, completamente uguali ai suoi, che durante il duello non aveva notato. L’immagine del Giustiziere gli riportò alla mente qualcosa.

  Papà ora deve andare, Dehny, ma ti lascia questo disegno per proteggerti e farti compagnia…”

  Papà…?

  Dehnian fu scosso da un conato di vomito. Ebbe dei fremiti di dolore. Ma sulle sue labbra regnava qualcosa che il Re aveva cercato in tutti i modi di reprimere…

  L’Assassino sfiorò il tatuaggio a forma di drago che portava impresso sul ventre.

  Sorrideva. L’occhio che brillava di lacrime e di dolore.

  -Il mio disegno!- agognò poi, prima di esalare l’ultimo, dolorosissimo, respiro –L’ho perso!

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 22, 2007 14:38 | link | commenti
categorie: piccole storie
giovedì, 16 agosto 2007

Francis, il Vento, la Rosa...

   Giocare al "Gatto e Topo" con papà era uno dei passatempi preferiti di Francis, primo perchè la casa era tanto grande che risultava molto facile trovare un buon posto dove nascondersi, secondo perchè quando suo padre non era via non aveva occhi che per lui, il suo petit. Perchè Alexandre, così si chiamava, era uno dei membri del Consiglio oltre ad essere l'uomo più bello e più forte che Francis conoscesse.

   Erano in grado di rincorrersi per giorni interi, ridendo allo stesso elegante modo, con i capelli biondi che ricadevano inditro e gli occhi che si socchiudevano per un istante breve come un battito d'ali.

   -Ti prendo...ti prendo....

   Fuori, la notte era calata da, ormai, qualche ora e la neve aveva smesso di cadere. Francis si affacciò al davanzale della finestra e con gli occhietti illuminati dalla gioia, il visetto arrossato dal troppo correre e i capelli scomposti, buttò lo sguardo oltre la linea nera dell'orizzonte.

   -Guarda papà!

   Il giardino, solitamente scuro dopo il tramonto, rifletteva di una luce argentea, biancastra, lontana ed eterea come un fantasma. Il bambino ne era estasiato, fissava nel vuoto con un misto di ammirazione e felicità crescente, niente affatto intimidito dall'entità di ciò che non conosceva ancora.

   Muovendosi lentamente e lanciando un'occhiata interrogativa alla mamma, Alexandre avvicinò il piccolo e, cingendolo con un braccio forte ed autoritario, lo issò al suo petto.

   -Dov'è l'erba, papà?- chiese, voltando il visino appena in tempo per scorgere le labbra dell'uomo incresparsi nella sua direzione per poi schioccare velocemente nella sua guancia destra.

   -Là sotto, sotto tutto quel bianco che dorme insieme ai fiori e alla terra...

   -E le fatine? Dove sono le fatine, Monsieur? 

   Alexandre poggiò il mento sulla testina bionda del figlio e, prendendogli una manina piccola nella sua, gli accarezzò le dita minute e lunghe senza fretta. Lo baciò.

   -Elles ne peuvent pas se faire voir...- rispose -Hanno freddo e nessuno può scorgerle...

   Francis ne rimase deluso. Mise il broncio e scalciò indietro per farsi rimettere a terra. Per qualche minuto, poi, scelse di non parlare. Offeso com'era abbandonò l'interesse per papà e si cacciò di filato sotto il tavolo.

   Voleva essere invisibile per un po'.

   Adesso odiava la neve ed odiava le fate.

   Rimasto immobile a fissarlo, Alexandre sorrise con amore e lanciò uno sguardo fugace alla strada che precedeva la villa, prima di dirigersi al pianoforte ed iniziare a suonare una strana ninna-nanna.

   Non aveva notato il baio che, galoppando veloce come il vento, si dirigeva verso l'ingresso principale della villa.

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 16, 2007 11:51 | link | commenti
categorie: piccoli incipit
mercoledì, 15 agosto 2007

IL CAVALIERE NERO

IL CAVALIERE NERO

Lentamente avanzava nel buio.

Fremente.

Febbricitante.

Soltanto una pugnalata, mollata a tradimento tra le spalle forti, avrebbe potuto fermarlo.

Soltanto un grido, un attacco, un inganno, avrebbero bloccato i suoi intenti.

Nero, sul suo stallone nero, il cavaliere avanzava. La spada al fianco foderata in un panno di lino perché non facesse il minimo rumore, il respiro mozzato dal freddo, i polmoni che bruciavano per i cristalli d’aria che vi penetravano. Un pupazzetto di terra cotta gelosamente custodito fra tre delle cinque dita della mano sinistra. Le redini nella destra.

Aveva viaggiato per tre giorni e tre notti, senza mai scendere da cavallo. Si era affaticato ed aveva affaticato la bestia che lo trascinava. Ma non gli importava. Nulla importava. Nemmeno i geloni alle mani, gli occhi rossi per il vento, il ferro allo zoccolo destro che minacciava di staccarsi da un momento all’altro.

Doveva solo raggiungere un villaggio, poi, tutto sarebbe finito.

Per il momento.

L’acqua nella bisaccia appesa al cinturone si era congelata con il calar della notte, i guanti di pelle scura non servivano più a proteggere le lunghe dita delle mani. Il mantello di lana, il farsetto, la camicia erano fradici di neve sciolta.

Da quando era partito non aveva mai smesso. Da quando era partito, il bianco alone del paesaggio non aveva fatto altro che incalzare quella sua maledetta fuga verso una meta sconosciuta. Quel suo forzato viaggio con un solo scopo. Quel sottile ricordo che a intermittenza gli saliva agli occhi e li faceva bruciare ancora di più.


Dove sei piccolo? Nella sua mente, un’unica domanda non gli permetteva di concedersi riposo. Un’unica domanda lo assillava, martellante come il rintocco di campane la domenica, come il corno che indica l’inizio della battaglia. Dimmi dove e io ti troverò.

Ma non sarebbe mai stato così facile…

Nel silenzio del bosco, ricoperto quasi con affetto da un velo candido e soffice,  il cavaliere nero errava alla ricerca di un lume, di un tetto e di un letto caldo. Errava alla ricerca di qualcuno che aveva sempre amato, di qualcuno che aveva sempre posseduto come suo, sangue del suo sangue, qualcuno cui doveva quel pupazzetto di terra cotta e la nuova parte di sé.

Perché in fondo è questo che sei, pensò, una parte di me.

In lontananza qualcosa frusciò, strappando al tetro silenzio di quella notte anche il più piccolo segno di vita. Ed il cavaliere nero tirò le redini e si voltò indietro. Nel movimento, una sottile treccia gli scivolò fuori dal cappuccio per infrangersi poi, gelida come il vento, sul collo nudo, stretto, quasi in un disperato tentativo di calore, tra la sottile stoffa della camicia e quella più spessa del farsetto. I suoi occhi rimasero inespressivi. Inermi di fronte a quel ramo crollato sotto il peso della neve.

Sorrise e speronò lo stallone, infilandogli sgarbatamente i talloni nei fianchi caldi e ansimanti. Dal canto suo, il cavallo ebbe una breve esitazione. Scartò la testa indietro, verso il suo inflessibile padrone, e si lasciò sfuggire un nitrito di protesta, ma non osò oltre: una mano piuttosto fredda lo aveva già schiaffeggiato al collo.

E ripartirono. Senza più fiatare, senza più voltarsi.

Soli nella solitudine del bosco. Soli contro la notte e il freddo.

Un’unica mente. Un unico corpo.

Spaventato da quella strana presenza, estera al restante ecosistema del bosco, un gufo si lasciò strappare un verso gutturale e scomparve oltre i rami fitti di un pino, allargando le ali e sbattendole una sola volta verso il basso. Il suo corpo tozzo e il suo verso cupo scomparvero con lui. Soltanto gli occhi, tondi e gialli, ebbero il coraggio di continuare ad affrontare l’imponente figura che avanzava e, per un istante, il cavaliere nero e l’uccello si sfidarono in un muto duello, poi, anche quell’ultimo segno dell’animale sparì, abbandonando i tristi viandanti alla luce debole di una luna che, sempre di più, illuminava il terreno sassoso.

Siamo quasi usciti. Fra poco dovremmo vedere il monastero.

Quasi come se avesse intuito i pensieri del padrone e rinvigorito dalla nuova consistenza che il suolo sotto i suoi zoccoli aveva acquisito tutto d’un tratto, lo stallone si lanciò al piccolo trotto verso il limitare del bosco.

Il confine tra la natura selvaggia e il mondo codardo degli uomini.

-Bravo Dark!- delle dita intorpidite passarono dritte tra i crini neri dello stallone nero, quasi a volerlo pettinare, e delle labbra fredde e spaccate dal vento si posarono sull’ispido manto. Il cavallo sentì una leggera pressione nel punto in cui il pupazzetto di terra cotta entrava in contatto con la sua pelle spessa, ma non vi badò più di tanto. Pago delle feste che il cavaliere gli stava rivolgendo, voltò il grosso muso indietro e lo posò delicatamente sulla guancia china del padrone.

I loro occhi si incrociarono per un brevissimo ma intenso istante.

Il cavallo, fiero con i suoi occhi iniettati di sangue.

Il cavaliere, freddo ed impassibile con lo sguardo di specchio.

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 15, 2007 10:41 | link | commenti
categorie: il cavaliere nero

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