
I RICORDI DI
MORGAN
Scrisse una volta un uomo che la mente umana è una sorta di grande cassettiera piena di minuscoli scomparti a doppi o tripli fondi. Un altro, poi, amò aggiungere un concetto strano, affascinante che non sto qui a raccontarvi.
Ebbene, di qualunque cosa io stia parlando, è dato da sapere che di tutto questo Morgan non aveva mai compreso un granché.
Di cassetti e cassettini più o meno grandi lui non ne aveva mai sentito parlare.
Ne esistevano pochi nella sua testa, prima che un abile falegname ne aprisse di più.
Tre, perlopiù. Un numero magico, gli avevano sempre sussurrato:
Ø la paura del buio;
Ø la paura delle mani;
Ø la Follia.
Ma, tra tutte, sovrastando le altre anche quando le altre non c’erano ancora, quella strana sensazione che gli derivava dall’essere sfiorato, quella nota stonata che, apparentemente, non avrebbe mai potuto avere un senso.
All’epoca Morgan aveva, senza saperlo, appena compiuto sette anni. Era piccolo, innocente. Un bambino sudicio e piagnucoloso che a difficoltà si sarebbe potuto riconoscere. Non comprendeva ancora il perché della sua misera esistenza. Viveva una strana tranquillità, insolita per quanto ne possa ricordare ora o per quanta, in verità, si possa credere. Nessuno si curava di lui e, questo, nella sua ottica, era un bene, un privilegio di cui non avrebbe più potuto godere nei successivi quattro anni.
Era notte. Faceva caldo. Troppo caldo perché si potesse respirare bene in una casa piccola e quasi senza finestre. A lui, che non aveva ancora né nome né entità, era stato permesso, in via del tutto eccezionale, di uscire dalla sua buca. Una gentilezza visto la temperatura afosa.
Aveva vagato per l’appartamento abusivo per quasi due ore. Smarrito, stordito dalla calura e dal rumore assordante del televisore acceso in salotto, i capelli unti ormai senza più un colore ben preciso, nudo come un verme e privo di pudore, era finito in possesso di un vecchio paio di forbici da cucina. Gli piacevano le cose che brillavano sotto la luce, come gli piaceva affacciarsi di nascosto dalla finestra della sala grande, quella che dava sulla strada a quattro corsie di cui non aveva mai capito il nome. Ma, in televisione, aveva visto che con quel genere di attrezzi ci si poteva fare male. Ci giocò solo un po’, poi, le rimise al loro posto.
Erano le undici della sera. Il bambino si strascicava dolente sulle mattonelle fredde del pavimento. Ed era assurdo per lui che nessuno si fosse accorto della piccola pozza di pipì che aveva lasciato sul pavimento del corridoio. O forse no: la mamma era uscita di casa quella mattina e non si era ancora rifatta viva e il suo compagno, quello che lei chiamava Robbyamore, russava clamorosamente sulla poltrona davanti al televisore. Anche lui aveva bagnato il pavimento, qualche minuto prima, perché ubriaco com’era aveva urtato una bottiglia di birra e questa era caduta per terra.
Per rimediare allo spreco, Robbyamore aveva tentato di prendere il bambino e costringerlo a leccare le mattonelle una ad una, ma lui si era rintanato tra il frigorifero rubato e lo scaffale dello stereo, un posto che solitamente ospitava a mala pena tre scope, imponendogli una resa.
Per un po’ di tempo, poi, era rimasto lì a paventare come un topolino che scappa dal gatto, finché, sentendo il gatto russare di nuovo e mosso da una fame cieca suggerita da quella giornata a digiuno, non aveva deciso di tornare, strisciando i piedi, in cucina ed assaltare la fortezza inespugnabile del barattolo dei biscotti. Perché, in fondo in fondo, sapeva che l’enorme recipiente non era poi così inaccessibile, lo aveva raggiunto più di una volta, e più di una volta qualcuno lo aveva colto in flagrante e non gli era successo nulla, se non qualche schiaffo o poco più.
Camminando piegato così che nessuno potesse rendersi conto dei suoi movimenti nella casa, il bambino raggiunse la sua meta. Il barattolo dei biscotti se ne stava tranquillo tranquillo sopra un basso scaffale di legno che la mamma aveva comperato per quattro soldi da un ricettatore di sua conoscenza. Imponente, di porcellana con sopra dipinti tanti omini col cappello a triangolo che passeggiavano sotto ombrellini graziosi, blu, rosso e bianco con le rifinitura in oro puro, sembrava che lo stesse aspettando, che lo chiamasse a gran voce o che fosse lì, a portata di mano, solo per lui.
Il bambino si leccò le labbra screpolate e sanguinolente. Strofinando il viso sulla spalla, poi, si pulì il naso. Allungò una manina tremante, alzandosi in punta di piedi per arrivare meglio a togliere il coperchio. Ci riuscì. Infilò le dita nella bocca del vaso ed estrasse, trionfante, tanti biscotti quanti erano i suoi occhi. Uno per mano, per non esagerare. Se Laura fosse tornata ed avesse contato i biscotti nel vaso, avrebbe sempre potuto discolparsi dicendo che Robbyamore li aveva mangiati. Per questo non poteva prenderne di più.
Se li sarebbe fatti bastare.
Sorridendo sdentato perché in quel periodo i denti piccoli avevano deciso di cadere per lasciare il posto a quelli grandi, che facevano pure male, fissò soddisfatto il suo prezioso bottino. Poi, si allungò nuovamente verso l’alto per richiudere il barattolo e tornarsene, finalmente, nella buca dove viveva. Si sentiva eccitato, contento di essere riuscito ancora a rubare qualcosa da mettere nello stomaco. Nel farlo, però, perse l’equilibrio e, urtando coperchio e pancia del vaso, lo fece barcollare qua e là in un modo del tutto temibile. Fu dopo una breve danza, infine, che lo vide perdere il suo asse e crollare definitivamente verso il vuoto del pavimento. E l’urlo che cacciò in quell’istante e il fracasso della porcellana che s’infrangeva a terra svegliò Robbyamore.
Fu un errore madornale che non si sarebbe mai più perdonato…
Piangendo e gridando per il terrore, con il suono sempre più forte dei passi furiosi del compagno di sua madre che gli risuonavano nelle orecchie e la sua voce impastata che tuonava di rimando alla sua, debole e infantile, il bambino scappò per tutta casa. Tentò di infilarsi negli armadi, di nascondersi sotto i letti, dietro ai mobili, accanto al frigorifero. Ma invano, perché ogni volta che gli sembrava di vedere una via di uscita, Robbyamore gli si parava davanti, costringendolo a cambiare direzione.
Non aveva capito qual era stato il suono che lo aveva svegliato, né il motivo per cui lo stupido moccioso stava scappando a quel modo. Per quanto lo riguardava, con la mente annebbiata dall’alcol e ancora assonnata, l’unica cosa che gli interessava in quel momento era divertirsi. E poco importava, in tutto ciò, se l’oggetto del suo desiderio fosse un ragazzino esile e sudicio o una prostituta avvenente e disponibile.
Afferrò il bambino mentre questi sbucava terrorizzato da un angolo, dietro una tenda. Gli mise una mano sulla faccia e lo rivoltò su sé stesso come un pupazzo. Lo odiava, odiava la sua sola esistenza in quella casa e lo stava dimostrando senza remore.
Lo prese per i fianchi e lo sbatté con violenza sul muro, tenendolo alto in modo tale che il collo fosse alla portata delle sue labbra. Spostò le braccia per costringerlo a stare fermo, cingendogli la schiena con uno e l’inguine con l’altro.
Robbyamore non badò neppure un secondo alle grida disperate del bambino, né alle briciole di biscotti che gli cadevano con frequenza sulla fronte e tra i capelli. Il solo lottare contro quella violenza immane, contro tutto quell’orrore che lo circondava del ragazzino bastava ad eccitarlo e a farlo fremere ancora di più.
Arrivò al punto da non sentire più nemmeno i calci che gli venivano sferrati addosso. Il suo isolamento sembrava totale. La sua mente era concentrata al massimo in quell’incubo senza fine.
In quel momento la pelle del bambino era l’unica cosa che importava. Ruvida, secca, piena di graffi e lividi e irritazioni cutanee sparse un po’ ovunque.
Lo staccò dal muro, lo portò sul tappeto ancora umido e puzzolente di birra del salotto. L’odore dell’alcolico diede idea al ragazzino di afferrare una bottiglia e di spaccarla sulla testa del suo aggressore, ma le braccia erano ancora troppo corte e gli sembrava più importante riuscire prima a pararsi il viso. Lo sentiva ovunque. Quelle mani enormi, appiccicose, stavano rovistando sul suo corpicino troppo leggero con una velocità ed una brutalità esasperante. Gli toccavano il viso, poi scendevano sempre più giù, sul collo, sul torace piccolo, la pancia, le gambe. Ogni tanto si posavano e lo pizzicavano. Giocavano a rincorrere i suoi brividi d’orrore e i suoi movimenti ostacolati dal peso dell’altro. Ma più di tutto amavano soffermarsi in un punto ben preciso. Per il resto della sua vita, infatti, Morgan avrebbe sempre ricordato quel gioco disgustoso, quelle dita grasse che si divertivano a stuzzicare troppo in anticipo la sua sessualità, quella sensazione di orrendo calore che fino a tardi avrebbe ripudiato e rifiutato come una punizione.
Solo alla fine, però, Robbyamore riuscì a voltare il bambino come avrebbe voluto. Quella schiena esile e sottile contro il suo addome prominente. Infilò il volto grasso e ruvido di barba tra i capelli unti del bambino. Gli sussurrò all’orecchio parole che quegli non poteva comprendere e, finalmente, arrivò ad ottenere ciò che aveva sempre desiderato e, spingendo contro quel corpo che non poteva offrirgli resistenza, denudò il ragazzino delle ultime cose che gli erano rimaste: la sua dignità e la speranza di ottenere, dal futuro, una vita come tutte le altre.
Quella sera, dopo aver vomitato più di una volta, rinchiuso nel suo armadio sgangherato e con nient’altro se non la voglia di sparire per sempre dalla faccia della terra, il bambino cominciò la sua nuova vita. Nella sua testa, come gli dissero successivamente, qualcosa si era spezzato, un filo sottilissimo e molto delicato, che a detta degli altri separava l’uomo dalla bestia, si era rotto, abbandonando la sua mente in uno stato di totale sbaraglio.
Quella notte, errando nella disperazione e nel dolore, con le gambe che gli dolevano e gli occhi rossi per le lacrime, il bambino aveva incontrato una nuova amica: la Follia che gli avrebbe fatto da compagna fino all’adolescenza.
Capitolo secondo
La creatura davanti a me mi osservava con noncuranza. Nei suoi occhi quell’odio puro che non auguro di conoscere.
-Ciao, papà…-
Più alto di me di quasi dieci centimetri, non riuscivo a scorgere i lineamenti di quel figlio che avevo rinnegato. Solo i suoi occhi sembravano capaci di riflettere luce, illuminati nella notte come quelli dei felini.
Un lampo, e ogni mio dubbio venne disciolto. O, per lo meno, così speravo potesse essere, invece…
Una lunga sciarpa scura mi impedì di scorgere il volto del mostro che avevo davanti.
-Ti aspettavo da tempo…- balbettai, prima che i punti lucenti delle sue iridi scomparissero per qualche secondo. Nel buio, avvertii 34AF7KO2 spostarsi alla mia sinistra.
-Chiudi la finestra…- mi disse sibilando ad un orecchio. E, nella testa sentii come una sorta di ultrasuono che mi fece impazzire per un attimo –Per favore…-
E io ubbidii.
Un altro lampo fu sufficiente per vederlo piegarsi per far forza sulle schienale del divano, quasi per reggersi in piedi.
Un tuono, coprì i suoi accessi di tosse.
Chiusi la finestra come aveva chiesto e mi voltai nuovamente nella sua direzione.
-Perché?- chiesi, aspettando un po’, prima che terminasse di tossire –Perché proprio ora?-
Lui alzò il viso verso di me. Di nuovo, i suoi occhi notturni si posarono sui miei ed io fui costretto ad abbassare lo sguardo: -È stupido chiedermelo…- biascicò lentamente, come se facesse grande fatica –Lo sai meglio di me…- ed iniziò a muovere le braccia: si tolse la sciarpa dal volto.
-Perché non uccidermi undici anni fa, quando ne hai avuto l’occasione?-
Ma lui non mi rispose. Sentii un tonfo, qualcosa che cadeva a terra ed i suoni strozzati della sua gola. Poi, il vaso di porcellana sul tavolo accanto a lui si infranse sul tappeto persiano.
Ancora una volta, un bagliore di luce azzurra lo investì, in ginocchio, con il volto verso il basso e un braccio stretto intorno allo stomaco. Per qualche minuto restai immobile, osservandolo mentre gemendo mi dimostrava che le mie ricerche sull’effetto del siero non erano sbagliate, poi, mi lanciai su di lui e cercai di aiutarlo.
-Perché?- gli gridai –Perché hai distrutto la formula per il siero? Avresti potuto salvarti!-
Tornò la notte. Lui voltò il viso verso di me, ma non riusciva a parlare, non ne aveva più la forza.
Perché no? Sono stanco di fare il mostro…
-Forse posso ancora aiutarti- mormorai, rialzandomi di scatto e voltandomi alla ricerca della torcia elettrica. Ma una mano si strinse sui miei pantaloni e mi bloccò.
-No! Aiutarmi ora non ha più senso! Non lasciarmi solo!-
E fu con quella frase che sentii il mio cuore disintegrarsi.
34AF7KO2 aveva paura. Tremava come una foglia.
Mi gettai di nuovo sul suo corpo stremato. Sotto le mie mani, lo sentivo sempre più gelido e rigido, eppure nella sua voce, nel suo battito cardiaco, tutto sembrava normale.
Gli toccai l’addome e lo sentii vuoto. Sospirai: -Da quanto tempo…?- domandai, fermandomi a metà domanda perché tanto non aveva senso dire tutto…
Lui improntò un mezzo sorriso e, facendo leva su di me, si rimise in piedi a fatica: -Dovrei essere io a fare domande, a chiedere spiegazioni, eppure…- la voce gli mancò, si sedette sul divano…
Sono così debole che non riesco neppure a fare ciò che voglio…
In quelle parole, una vena di malinconia e di dolore che non avrei mai più dimenticato.
Solo dopo qualche minuto di silenzio ed alcuni profondi respiri, si rese conto di non aver ancora risposto alla mia domanda.
Tre giorni…strascicò la sua voce nella mia mente, sono tre giorni che vomito parti del mio corpo…senza sosta…
Tre giorni. Non avrei creduto che avesse potuto avere un’agonia così lunga ed estenuante.
-Potevi venir prima…- lo sgridai con una sottile sfumatura di rammarico in quel che dicevo –così mi avresti visto morire strisciando ai tuoi piedi, invece che strisciare tu ai miei…-
-Ma io non ho paura e non mi pento di essere qui ora!- e un lampo argentato, subito seguito da un tuono potente e dal latrato di qualche cane nelle vicinanze, gli illuminò il volto pallido.
E io vidi che stava ridendo.
La mia vendetta su di te…io l’ho già avuta…
E, come se stesse prendendo in giro entrambi, iniziò a cantare, un motivetto stupido, ripetitivo, infantile: quello che Christine aveva ripetuto in continuazione la sera in cui era stata uccisa…
Capitolo primo
Seduto sul divano, gli occhi persi nel vuoto davanti a me, un vecchio album fotografico abbandonato sulle ginocchia, ascoltavo il rumore del traffico ed del temporale che, da fuori, irrompeva prepotente nel mio salotto. Un tuono…un lampo…una notte spettrale…
La casa era deserta. Solo io e la mia solitudine sembravamo abitarla. Jasmine era partita per il fine settimana con il suo fidanzato e non sarebbe tornata che l’indomani mattina, avevo dato un giorno libero alla cameriera che veniva a fare le pulizie ed il pesce rosso non sembrava in grado di tanta compagnia.
Avevo spento anche la televisione.
Dentro di me, un freddo incredibile mi avvisava che, prima o poi, qualcuno mi avrebbe fatto visita. Come ogni notte, quando aspettavo l’edizione speciale del TG, 34AF7KO2 mi aveva avvertito della sua presenza nell’aria della città.
Ero felice che mia figlia non fosse in casa per assistere a qualcosa che non conoscevo ancora. Felice che, finalmente, anche io potevo scontare quanto fatto ventisei anni prima.
Non mi restava altro da fare, se non attendere la tragica conclusione di quella bollente domenica sera…
Sfogliai qualche pagina nel buio. Un lampo improvviso, illuminò una foto di Jasmine e Christine che sorridevano verso di me al compleanno di una delle due. Poi, cadde di nuovo la notte.
Allora, allungai una mano verso il basso mobile di legno che avevo di fianco, come se cercassi qualcosa, e la ritirai quasi subito .
Fuori, un cane in lontananza aveva iniziato ad abbaiare furiosamente.
Un altro lampo, ed il salotto si illuminò a giorno.
Un tuono.

Ora, ad abbaiare erano due cani, uno più grande con la voce cavernosa, l’altro più piccolo con la vocina stridula.
Uno strano rumore, un tuono più forte e la radio, dall’altra parte della stanza, si accese di botto su una vecchia canzone di trenta anni prima.
Mi alzai ed andai a spegnerla.
Un altro tuono, un altro cane che iniziava ad abbaiare.
Poi, i vetri della finestra iniziarono a sbattere contro i muri ed io mi voltai nella loro direzione, con l’intenzione di chiuderli…non potevo rischiare che si rompessero.
Ma nel muovermi, improvvisamente, sbattei contro qualcosa, una figura imprecisata nel buio che mi respinse indietro senza alcun suono.
Un lampo…ed il mio salotto vuoto venne illuminato da due strani occhi viola.
Fuori, un tuono terrificante aveva spaventato i cani.
RIFLESSIONI SULLA MIA VITA,
L’APOTEOSI DI: “THE SHOW MUST GO ON”
“Empty spaces, what are we living for? Abandoned spaces, I guess we know the score…on and on …this anybody know what are we looking for…?” no. Non sto cantando, se è questo che credi. Sono solo le parole della mia canzone preferita. Per me “The Show must go on” dei Queen costituisce una regola di vita da rispettare.
E l’ho sempre fatto, io.
Un altro eroe, dice il testo, un altro crimine senza ragione..
Wow! Sembra la storia della mia vita!
Forse, se ci penso abbastanza intensamente e abbastanza a lungo riesco a convincermene.
È terribile. Ritrovarsi in un incubo buio e troppo stretto per te. E gridare, gridare. Gridare al vento ogni tua sensazione, ogni tua emozione. Gridare a squarciagola dal più profondo dei tuoi orrori.
Senza risposta.
Solo il tuo eco è interessato a te. Solo il tuo eco si degna di risponderti.
Bravo, Morgan.
Grida. Grida al vento,
forse lui ci sarà a raccogliere il tuo cuore quando cadrà in frantumi per l’ennesima volta.
Grida, avanti. Grida più che puoi. Non c’è nessuno che può sentirti. Nessuno che vuole farlo. Gli esseri umani, quelli veri, non sono fatti per raccogliere le tue stupide lacrime inutili.
Per cosa stiamo vivendo? Spazi vuoti, spazi abbandonati…dice la canzone. Ah, si? È davvero questo il senso della vita? Vivere e sfruttare tutte le qualità che uno possiede solo per riempie un’idiota di spazio rimasto vuoto. Si. Vuoto.
Ma vuoto per te. Tutto tuo.
La mia anima è dipinta come ali di farfalle, ali senza libertà che danzano nell’inferno dei ricordi e nell’angoscia che, prima o poi, qualcosa si possa ripetere.
Ma perché?
Perché gli uomini si ostinano a ricordare? Non sarebbe meglio una vita senza Memoria? Compi un’azione e…puff! due secondi dopo non l’hai fatta più…possiedi un’immagine…-guarda è la mamma che ti sorride!-…e, tre minuti dopo, non la possiedi più!

Nel corso della mia vita, qualcuno mi ha detto che devo trovare il coraggio di andare avanti. Che devo trovare il vento giusto che possa spingermi il più lontano possibile dai ricordi. È bella questa frase. Mi piace. Bastasse solo il vento a darti la forza per spingerti ad andare avanti, a vivere la tua vita come Cristo comanda. Ma, purtroppo, non è così. Nulla può essere così facile, nemmeno canticchiare sotto la doccia lo è, nemmeno parlare con il dottor “Condor” lo è.
È quello in cui credi. Solo questo ti aiuta a guardare dritto, davanti a te. Quello che da sempre sogni, quello che quando allunghi la mano per afferrarlo e farlo tuo, si fa sempre più lontano.
Eppure ti resta vicino.
Come me. Come la mia Voce.
Ad un passo da te. Un passo sempre troppo lungo perché si possa compiere tutto in una volta.
Si rincorre sempre ciò che non si può avere. Si rincorre l’effimero, l’inutile, si rincorre quella frazione di felicità che sai che non potrai mai ottenere. Ma, anche se ne sei cosciente, anche se sei cosciente che non raggiungerai mai ciò che più ti sta a cuore, continui a volargli dietro.
Un cerchio sempre più stretto e più grande.
Com’è possibile?
Forse è colpa mia. Forse è perché sono una specie di pazzoide che non riesco a capire tante cose. Forse, dovrei prendere la vita con più filosofia e smetterla con queste domande troppo fuori mano per uno come me.
Sai, quando ero piccolo, l’unico modo che avevo per passare il tempo era riflettere sul tempo stesso. Le ore che si assottigliavano man mano, le giornate che si sfumavano e perdevano la propria luminosità a favore di quella delle stelle. trascorrevo settimane intere senza mai spostarmi da una finestra perché nevicava o, magari, perché c’era semplicemente il sole e, io, pazzo esaltato che non sono altro, non riuscivo a spiegarmi minimamente quale via scegliesse il padre di Pollon-combina-guai per trainare il suo bel carro d’oro.
Io. Io che lo inseguivo per tutto il cielo volando sulla mia fantasia, io che mi sentivo così affascinato da quella palla di fuoco, tanto da cercarla in qualunque momento del giorno.
Io non riuscivo a capire. Non riuscivo a vedere.
Perché cambiava percorso ogni volta che mi scorgeva vicino al mio intento, ogni singola volta che mi sentivo veramente arrivato alla soluzione del mio enorme rebus? Quali erano le sue alternative?
Tutte. Tranne quelle che vedevo io.
Ero escluco da tutto. Persino da quello. Ma perché? Perché ero cos’ diverso dagli altri bambini?
In quei giorni mi sembrava quasi che il mondo volesse crollarmi addosso. Investirmi e tagliarmi in due come un verme alla lezione sulla vivisezione. Avevo paura che anch’io, prima o poi, avrei fatto quella fine…
D’accordo, d’accordo. Ti ho annoiato abbastanza con i miei discorsi filosofici.
Non arrabbiarti.
In fin dei conti, lo spettacolo deve andare avanti, no?
The Show must go on.
Ed è più che inutilie, ormai, volgere le spalle al futuro e fissarsi nella placida contemplazione di un passato che non avresti mai riconosciuto come tuo.
Ora lo so. Nessuno mi ridarà più quello che ho perso: il mio primo giorno di scuola, gli amichetti dell’asilo, quelli che ti prendono una manina paffutella e ti portano a vedere una lumaca in un secchiello di plastica gialla. Ho perso molto della mia vita in quegli anni e nessuna terapia sarà mai in grado di farmi diventare come sarei diventato…senza quel mondo.
Perché, in fondo, è questo lo scopo di pianti, di dolori e di sofferenze. Trasformare l’essere umano in un MOSTRO. Fare di un mostro chi ne conosce ogni singolo filo della ragnatela. Chi sa di non potersi mai riconquistare una vita normale.
Per me è stato così. Mi sentivo intrappolato in quella strana e soffocante morsa, come una piccola preda che, scappando, finisce dritto dritto nella trappola del cacciatore.
Ma la mia storia è diversa, diversa da quella di tutti gli altri.
In fin dei conti, qualunque cosa sia stata, resta parte della mia vita.
Mia. Di nessun altro.
Nessuno potrà mai farmi diventare qualcuno di diverso dal Morgan che sono adesso…
I RICORDI DI
MORGAN
Scrisse una volta un uomo che la mente umana è una sorta di grande cassettiera piena di minuscoli scomparti a doppi o tripli fondi. Un altro, poi, amò aggiungere un concetto strano, affascinante che non sto qui a raccontarvi.
Ebbene, di qualunque cosa io stia parlando, è dato da sapere che di tutto questo Morgan non aveva mai compreso un granché.
Di cassetti e cassettini più o meno grandi lui non ne aveva mai sentito parlare.
Ne esistevano pochi nella sua testa, prima che un abile falegname ne aprisse di più.
Tre, perlopiù. Un numero magico, gli avevano sempre sussurrato:
Ø la paura del buio;
Ø la paura delle mani;
Ø la Follia.
Ma, tra tutte, sovrastando le altre anche quando le altre non c’erano ancora, quella strana sensazione che gli derivava dall’essere sfiorato, quella nota stonata che, apparentemente, non avrebbe mai potuto avere un senso.
All’epoca Morgan aveva, senza saperlo, appena compiuto sette anni. Era piccolo, innocente. Un bambino sudicio e piagnucoloso che a difficoltà si sarebbe potuto riconoscere. Non comprendeva ancora il perché della sua misera esistenza. Viveva una strana tranquillità, insolita per quanto ne possa ricordare ora o per quanta, in verità, si possa credere. Nessuno si curava di lui e, questo, nella sua ottica, era un bene, un privilegio di cui non avrebbe più potuto godere nei successivi quattro anni.
Era notte. Faceva caldo. Troppo caldo perché si potesse respirare bene in una casa piccola e quasi senza finestre. A lui, che non aveva ancora né nome né entità, era stato permesso, in via del tutto eccezionale, di uscire dalla sua buca. Una gentilezza visto la temperatura afosa.
Aveva vagato per l’appartamento abusivo per quasi due ore. Smarrito, stordito dalla calura e dal rumore assordante del televisore acceso in salotto, i capelli unti ormai senza più un colore ben preciso, nudo come un verme e privo di pudore, era finito in possesso di un vecchio paio di forbici da cucina. Gli piacevano le cose che brillavano sotto la luce, come gli piaceva affacciarsi di nascosto dalla finestra della sala grande, quella che dava sulla strada a quattro corsie di cui non aveva mai capito il nome. Ma, in televisione, aveva visto che con quel genere di attrezzi ci si poteva fare male. Ci giocò solo un po’, poi, le rimise al loro posto.
Erano le undici della sera. Il bambino si strascicava dolente sulle mattonelle fredde del pavimento. Ed era assurdo per lui che nessuno si fosse accorto della piccola pozza di pipì che aveva lasciato sul pavimento del corridoio. O forse no: la mamma era uscita di casa quella mattina e non si era ancora rifatta viva e il suo compagno, quello che lei chiamava Robbyamore, russava clamorosamente sulla poltrona davanti al televisore. Anche lui aveva bagnato il pavimento, qualche minuto prima, perché ubriaco com’era aveva urtato una bottiglia di birra e questa era caduta per terra.
Per rimediare allo spreco, Robbyamore aveva tentato di prendere il bambino e costringerlo a leccare le mattonelle una ad una, ma lui si era rintanato tra il frigorifero rubato e lo scaffale dello stereo, un posto che solitamente ospitava a mala pena tre scope, imponendogli una resa.
Per un po’ di tempo, poi, era rimasto lì a paventare come un topolino che scappa dal gatto, finché, sentendo il gatto russare di nuovo e mosso da una fame cieca suggerita da quella giornata a digiuno, non aveva deciso di tornare, strisciando i piedi, in cucina ed assaltare la fortezza inespugnabile del barattolo dei biscotti. Perché, in fondo in fondo, sapeva che l’enorme recipiente non era poi così inaccessibile, lo aveva raggiunto più di una volta, e più di una volta qualcuno lo aveva colto in flagrante e non gli era successo nulla, se non qualche schiaffo o poco più.

Camminando piegato così che nessuno potesse rendersi conto dei suoi movimenti nella casa, il bambino raggiunse la sua meta. Il barattolo dei biscotti se ne stava tranquillo tranquillo sopra un basso scaffale di legno che la mamma aveva comperato per quattro soldi da un ricettatore di sua conoscenza. Imponente, di porcellana con sopra dipinti tanti omini col cappello a triangolo che passeggiavano sotto ombrellini graziosi, blu, rosso e bianco con le rifinitura in oro puro, sembrava che lo stesse aspettando, che lo chiamasse a gran voce o che fosse lì, a portata di mano, solo per lui.
Il bambino si leccò le labbra screpolate e sanguinolente. Strofinando il viso sulla spalla, poi, si pulì il naso. Allungò una manina tremante, alzandosi in punta di piedi per arrivare meglio a togliere il coperchio. Ci riuscì. Infilò le dita nella bocca del vaso ed estrasse, trionfante, tanti biscotti quanti erano i suoi occhi. Uno per mano, per non esagerare. Se Laura fosse tornata ed avesse contato i biscotti nel vaso, avrebbe sempre potuto discolparsi dicendo che Robbyamore li aveva mangiati. Per questo non poteva prenderne di più.
Se li sarebbe fatti bastare.
Sorridendo sdentato perché in quel periodo i denti piccoli avevano deciso di cadere per lasciare il posto a quelli grandi, che facevano pure male, fissò soddisfatto il suo prezioso bottino. Poi, si allungò nuovamente verso l’alto per richiudere il barattolo e tornarsene, finalmente, nella buca dove viveva. Si sentiva eccitato, contento di essere riuscito ancora a rubare qualcosa da mettere nello stomaco. Nel farlo, però, perse l’equilibrio e, urtando coperchio e pancia del vaso, lo fece barcollare qua e là in un modo del tutto temibile. Fu dopo una breve danza, infine, che lo vide perdere il suo asse e crollare definitivamente verso il vuoto del pavimento. E l’urlo che cacciò in quell’istante e il fracasso della porcellana che s’infrangeva a terra svegliò Robbyamore.
Fu un errore madornale che non si sarebbe mai più perdonato…
Piangendo e gridando per il terrore, con il suono sempre più forte dei passi furiosi del compagno di sua madre che gli risuonavano nelle orecchie e la sua voce impastata che tuonava di rimando alla sua, debole e infantile, il bambino scappò per tutta casa. Tentò di infilarsi negli armadi, di nascondersi sotto i letti, dietro ai mobili, accanto al frigorifero. Ma invano, perché ogni volta che gli sembrava di vedere una via di uscita, Robbyamore gli si parava davanti, costringendolo a cambiare direzione.
Non aveva capito qual era stato il suono che lo aveva svegliato, né il motivo per cui lo stupido moccioso stava scappando a quel modo. Per quanto lo riguardava, con la mente annebbiata dall’alcol e ancora assonnata, l’unica cosa che gli interessava in quel momento era divertirsi. E poco importava, in tutto ciò, se l’oggetto del suo desiderio fosse un ragazzino esile e sudicio o una prostituta avvenente e disponibile.
Afferrò il bambino mentre questi sbucava terrorizzato da un angolo, dietro una tenda. Gli mise una mano sulla faccia e lo rivoltò su sé stesso come un pupazzo. Lo odiava, odiava la sua sola esistenza in quella casa e lo stava dimostrando senza remore.
Lo prese per i fianchi e lo sbatté con violenza sul muro, tenendolo alto in modo tale che il collo fosse alla portata delle sue labbra. Spostò le braccia per costringerlo a stare fermo, cingendogli la schiena con uno e l’inguine con l’altro.
Robbyamore non badò neppure un secondo alle grida disperate del bambino, né alle briciole di biscotti che gli cadevano con frequenza sulla fronte e tra i capelli. Il solo lottare contro quella violenza immane, contro tutto quell’orrore che lo circondava del ragazzino bastava ad eccitarlo e a farlo fremere ancora di più.
Arrivò al punto da non sentire più nemmeno i calci che gli venivano sferrati addosso. Il suo isolamento sembrava totale. La sua mente era concentrata al massimo in quell’incubo senza fine.
In quel momento la pelle del bambino era l’unica cosa che importava. Ruvida, secca, piena di graffi e lividi e irritazioni cutanee sparse un po’ ovunque.
Lo staccò dal muro, lo portò sul tappeto ancora umido e puzzolente di birra del salotto. L’odore dell’alcolico diede idea al ragazzino di afferrare una bottiglia e di spaccarla sulla testa del suo aggressore, ma le braccia erano ancora troppo corte e gli sembrava più importante riuscire prima a pararsi il viso. Lo sentiva ovunque. Quelle mani enormi, appiccicose, stavano rovistando sul suo corpicino troppo leggero con una velocità ed una brutalità esasperante. Gli toccavano il viso, poi scendevano sempre più giù, sul collo, sul torace piccolo, la pancia, le gambe. Ogni tanto si posavano e lo pizzicavano. Giocavano a rincorrere i suoi brividi d’orrore e i suoi movimenti ostacolati dal peso dell’altro. Ma più di tutto amavano soffermarsi in un punto ben preciso. Per il resto della sua vita, infatti, Morgan avrebbe sempre ricordato quel gioco disgustoso, quelle dita grasse che si divertivano a stuzzicare troppo in anticipo la sua sessualità, quella sensazione di orrendo calore che fino a tardi avrebbe ripudiato e rifiutato come una punizione.
Solo alla fine, però, Robbyamore riuscì a voltare il bambino come avrebbe voluto. Quella schiena esile e sottile contro il suo addome prominente. Infilò il volto grasso e ruvido di barba tra i capelli unti del bambino. Gli sussurrò all’orecchio parole che quegli non poteva comprendere e, finalmente, arrivò ad ottenere ciò che aveva sempre desiderato e, spingendo contro quel corpo che non poteva offrirgli resistenza, denudò il ragazzino delle ultime cose che gli erano rimaste: la sua dignità e la speranza di ottenere, dal futuro, una vita come tutte le altre.
Quella sera, dopo aver vomitato più di una volta, rinchiuso nel suo armadio sgangherato e con nient’altro se non la voglia di sparire per sempre dalla faccia della terra, il bambino cominciò la sua nuova vita. Nella sua testa, come gli dissero successivamente, qualcosa si era spezzato, un filo sottilissimo e molto delicato, che a detta degli altri separava l’uomo dalla bestia, si era rotto, abbandonando la sua mente in uno stato di totale sbaraglio.
Quella notte, errando nella disperazione e nel dolore, con le gambe che gli dolevano e gli occhi rossi per le lacrime, il bambino aveva incontrato una nuova amica: la Follia che gli avrebbe fatto da compagna fino all’adolescenza.
DAL DIARIO DI MORGAN:
PRIMO GIORNO
PREMESSA:
C’è chi la chiama Follia e chi semplicemente la ritiene una Stranezza. Forse…un po’ troppo strana. Personalmente? La considero una via d’uscita, un modo di convivere con sé stessi e di accettarsi anche quando se ne farebbe volentieri a meno.
Io mi chiamo Morgan. E questo è il mio incubo.
Benvenuto nella mia vita.
CONSIDERAZIONI PERSONALI:
Bèh, iniziamo con qualcosa di sufficientemente semplice. Se sapessi con precisione che cosa sono ve lo direi.
Un ragazzo? Si, si, una volta mi definivano così, per convenzione, vista la mia età.
Ma ora sono un piccolo mostro.
Un essere umano? Perché insistere? Non sono io quello uscito di testa che vive ascoltando una Voce interiore che gli gestisce le giornate?
Allora un pazzo? Non precisamente. Il mio medico preferisce il termine “DISADATTATO” .
Ma che vuol dire?
Cliccando col tasto destro del mouse –ah! Sto scrivendo un diario con il computer dello psicologo che mi segue, passo dopo passo, dagli ultimi sei anni- mi compaiono tre sinonimi: disinserito, asociale ed emarginato.
Bene! Ma c’è ancora un piccolo problema: come si può inserire in una società una persona, in questo caso uno come me, che la società stessa ha rifiutato?
Il dottore dice, con quella sua solita aria da buon samaritano, che non devo preoccuparmi, che da qualche parte in questo schifoso mondo esiste qualcuno che mi vuole bene. Ok, perfetto. Grazie dottor “Condor” per la fiducia che ha…negli altri.
Ora il problema è: se esiste veramente qualcuno in grado di volermi bene, e mi vuole bene come me ne hanno voluto fino ad adesso, preferisco scappare di casa, abbandonare tutto e tutti, e rifugiarmi in Antartide con i pinguini senza smoking.
In Antartide?
No, no, forse fa troppo freddo.
Facciamo così: prima di andare a trovare i pinguini faccio una capatina in Australia, rapisco un canguro e lo porto via con me. Così potrò essere come le lumache ed avere una casa porta-con-te. Qual è quella parola francese? Port-con-toi?
Che ne pensi? Mica male, eh?
D’accordo, d’accordo. Forse sono veramente pazzo. Hai ragione. Perdonami.
Considerazioni per il lettore: sono le diciotto e tredici minuti del 24 settembre 2006 e tu hai appena iniziato a leggere le parole di un pazzo. Complimenti! Sei il prossimo…
Diciotto e sedici…
LA STORIA DELLA MIA VITA:
Ehilà! Bravo! Hai avuto il coraggio di voltare pagina. Che impavido! Io non lo avrei mai fatto, ma visto che sei qui, lascia che ti racconti un po’ di me…poi, ti prometto, sarai tu a tirare le somme.
In bocca al lupo…
PRESENTAZIONE E DESCRIZIONE:
Quanti anni hai? Vai ancora a scuola? Oppure ti sei già realizzato e aspetti che da un momento all’altro qualcuno bussi alla tua porta e ti dica, un sorriso stampato sulla faccia da ebete: “complimenti hai appena vinto un tour gratuito del mondo intero! Che fai accetti?”.
Siediti. È meglio.
Forse ricorderai la tua infanzia, quando ridendo ti buttavi tra le braccia della tua mamma o le raccoglievi le più belle margherite del giardino accanto, oppure quando ti portavano un nuovo regalo, l’attesa di Babbo Natale, la calza della Befana, la delusione del carbone o di un giocattolo che si rompe…il primo giorno di scuola…magari hai addirittura pianto perché non ti strappassero dalla gonna materna…
Io no…
Io non ho avuto tutto questo…
“Ebbene?” dirai tu, tornando indietro nel tempo, fino ai gloriosi giorni dell’asilo quando te ne andavi in giro col tuo prezioso grembiulino a quadri e lo zaino del cartone animato più in voga. “Non si finisce mica col sentire le Voci solo perché non si ha avuto qualcosa. Anche a me è mancato qualcosa…per esempio quel nuovo pallone di cuoio firmato da quello sportivo. Come si chiamava?”
Ecco appunto: come si chiamava?
Quando ti viene in mente fammi uno squillo.
Io non sono mai andato a scuola, non ho mai indossato un grembiule a quadri né avuto uno zaino.
“Bene! E come fai a scrivere questa roba?”
Il dottor “Condor” mi ha insegnato, quando mi ha tirato fuori dalla mia vecchia casa e mi ha portato qui. All’epoca avevo da poco compiuto undici anni –la data del mio compleanno me l’ero scelta, perché nessuno si era preso la briga di dirmela, e la spostavo al bisogno, più vicina o meno vicina- e pesavo come uno di sei. Un po’ sottopeso, non ti pare? Ancora cerco di recuperare.
I miei genitori non mi avevano mai preso in considerazione.
Ero un fantasma.
Un fantasma nella loro bella vita snaturata.
Un impiccio.
Forse è per questo che mi sono sempre nutrito da solo, quando trovavo degli avanzi o quando cadeva qualcosa per terra.
Non mi volevano, non mi hanno mai voluto. Eppure io c’ero e, per questo, ero diventato il loro sfogo, il loro divertimento. Un giocattolo, come quelli che hai avuto tu, forse appena un po’ più grande e di pelle e ossa –non carne, credo di non averne mai avuta.
Mi odiavano.
E mi usavano come uno straccio per pulire.
Ero io a gironzolare per casa con la scopa in mano, attento a non farmi vedere da nessuno, a non farmi sentire da nessuno.
Ero io quello che quando aveva gli incubi o si faceva male si rinchiudeva in un armadio mezzo rotto.
Ero io quello che quando vedeva la mamma o il papà, o uno dei suoi compagni non saprei, si nascondeva sotto il letto, o dietro una porta, o in un angolo buio in mezzo all’immondizia e allo sporco, per paura delle botte, per paura di essere toccato.
Detestavo le loro mani.
Le temevo.
Ovunque, come e sempre.
Le odiavo così come loro odiavano me.
Le odiavo così come odiavo tutto quello che avevo intorno e faceva parte della mia misera, deforme vita. La coperta di lana d’inverno, le solite mutandine mezze scucite d’estate, il pennarello rosso che aveva smesso di scrivere da anni, ma che tutt’ora conservo, i mobili, i soprammobili, tutte cose che non potevo toccare perchè, altrimenti, le avrei sporcate.
Perché ero io, sempre io, quello sporco in casa.
Sempre io quello che combinava guai, quello che puzzava, quello con le mani tremanti e i capelli unti.
Quello brutto. Quello stupido. Quello insignificante e invisibile.
Ma perché? Perché?
Io, io, io, sempre e solo io quando si trattava di cose disgustose, orribili, malsane.
Loro, loro, loro, sempre e solo loro quando, invece, si trattava di chi era importante, di chi era bello e contava in quello schifo di vita. Le loro esigenze. I loro bisogni. Le loro vite.
I loro desideri.
Avevo paura quando li sentivo tornare a casa e li vedevo venirmi incontro –quelle rare volte che lo facevano- perché era per picchiarmi o per mettermi le mani addosso.
No, lo so quello che pensi. Non sono un idiota.
Ma picchiare qualcuno e mettergli le mani addosso, per me sono due gesti diversi. Il primo ti toglie il respiro, ti dà dolore. Il secondo ti strappa via ogni sensazione. Ti denuda della tua dignità, per quanto poca ne puoi avere. E questo, si, finché sei piccolo e non capisci e ti senti dita ovunque, tra i capelli, tra le gambe, sulle braccia, sul viso, questo si che è la cosa più disgustosa e degradante che possa pensare. E anche una delle più dolorose. Parola mia.
Ero solo.
Io, Morgan, me stesso, la mia solitudine, il mio timore, i miei incubi port-con-toi.
Un esercito di io messi tutti insieme che non riuscivano a darmi un essere umano completo, che non riuscivano a dirmi: tu sei…
Finché un giorno non iniziai a parlare da solo.
A parlare. Parlare.
Io, io soltanto.
E qualcuno mi rispondeva. Nella mia testa senza istruzione, senza Dio, senza più la volontà di combattere, una voce si degnava di me, mi consolava quando ne avevo bisogno, mi coccolava quando nessuno lo faceva.
E: “Morgan, tesoro, sta calmo, sta tranquillo. Va tutto bene. Ci sono io con te! Non aver paura.”
La Voce mi capiva.
La Voce mi voleva bene.
Mi parlava. Mi vedeva come un essere umano.
E io? Che potevo fare io? Non avevo mai avuto nessuno. Nessuno mi aveva mai chiamato tesoro, o piccolo mio, o angelo caro. Nessuno.
Nessuno, se non lei. La mia Voce.
La mia unica, vera famiglia.
La mia unica, vera amica.
D’accordo, ora, se lo stai facendo, smetti di avere pietà di me. Smetti di pensare a questo povero, piccolo infante violato. Smetti di commiserarmi per le mie sventure.
Il dottor “Condor” dice che, se continuo con le cure e gli presto ascolto, molto più di quanto abbia mai fatto, forse un giorno avrò un’altra famiglia. Chissà, magari sarà proprio la tua. Potremmo vivere insieme e tu potrai finalmente scoprire che significa avere un pazzo sciolto in casa, uno di quelli che guarda per aria quando cammina e inciampa su un sassolino.
Ma il dottor “Condor” non sa che sono io a non volere un’altra famiglia. Il dottor “Condor” non conosce la sensazione che ti suscita quando, chiudendo gli occhi, una lunga serie di immagini ti comincia a sfilare davanti come in un film. Ed è il film della tua vita.
Capitolo ottavo
Sconcertata da quanto vedeva, la giovane allungò una mano tremante verso il volto di lui, per liberarlo dalla morsa di tutta quella stoffa rigirata su sé stessa che le impediva di goderne la visione. Inizialmente, però, ebbe una leggera resistenza, troppo facilmente abbattibile.
Jamie tremò per un istante, prima che il sole gli investisse le labbra ed il collo, poi sospirò e voltò gli occhi sul pavimento. Il suo viso pallido, teso, era ancor più scarno e spigoloso dell’ultima volta che lo aveva visto, le labbra violacee, come se sentisse freddo, le guance senza colore, come quelle di un morto.
-Jamie…che…- la ragazza tentò un dialogo, allontanandosi spaventata da quel corpo che non riconosceva più, da quegli occhi che avevano perso tutta la loro bellezza –Ti prego…che ti sta succedendo?-
-Perdonami- accennò lui, poi si piegò in due e tossì violentemente.
Non ho più nemmeno la forza di parlare, tesoro mio…
Ed alzò una mano per pulirsi la bocca, sporca di sangue e di qualcosa che lei non voleva nemmeno immaginare.
-No!- gridò terrorizzata, l’espressione paralizzata come se l’avessero infilata in una vasca d’acqua ghiacciata –No, ti prego no!-
Sembrava disperata. Ora, che stava finalmente vedendo quanto lui le aveva più volte accennato con quella frase orribile, sintetica, si rendeva conto che senza di lui non avrebbe più avuto nulla.
E, per l’ultima volta, Jamie allungò le braccia verso di lei e l’accolse verso di sé, posandole teneramente le labbra sulla fronte e stringendola forte, più che poteva.
Perdonami, piccola mia, per tutto questo…
La sua voce strana, di nuovo così scarsamente famigliare, le penetrò nella testa senza che le sue labbra compissero alcun movimento.
Qualcuno ha voluto che fosse così, molto tempo prima che tu ed io nascessimo…
Tutti noi siamo nati con uno scopo…ed io non posso più aspettare…
Si fermò un istante a raccogliere con un dito le lacrime della ragazza che stringeva al petto. Le accarezzò ancora una volta i capelli e lasciò andare la propria testa rossa sulla sua spalla piccola, da donna. Poi sospirò e radunando le forze la guardò negli occhi.
Domani mattina esci presto da questo posto, poco dopo l’alba…
Sussurrò, poi le porse un post it fucsia, un mazzo di chiavi e del denaro.
Sul foglio, c’è scritto l’indirizzo di un appartamento dall’altra parte della città. Chiama un taxi, fatti portare lì…
Si allontanò e, voltandosi di spalle, tossì ancora…
Le chiavi ti serviranno per aprire il portone principale…entra, non aver paura…
Qualcuno sarà lì ad aspettarti a braccia aperte…
E, detto questo, si diresse verso l’ingresso del piccolo monolocale e si rimise la sciarpa intorno al volto.
In un impeto di rabbia e dolore, la ragazza si lanciò contro di lui e intrappolandolo tra sé ed il legno del portone lo fissò un’ultima, disperata, volta: -Io ti amo…- gli gridò in faccia, le lacrime agli occhi e scossa da mille singulti che non poteva placare –ti amo…- ripeté poi, abbassando la voce e lo sguardo.
E, allora, poco prima di svanire ancora, vestito come in inverno sulla scia di quell’estate torrida, Jamie sorrise, gli occhi violacei, strani, che spiccavano, di nuovo meravigliosamente, sul volto cinereo.
-Il nostro, è un amore contro natura, tesoro mio…- disse, ma poi scelse di concludere altrimenti.
Mi sarebbe piaciuto farti, veramente, da fratello…Christine…
E, con fare dolcissimo, si abbandonò a lei e, stavolta, la baciò veramente…sulle labbra…
Aveva amato suo fratello e continuava a farlo. Di lui non aveva avuto altro se non ricordi dolci e felici.
In una mano, stringeva ancora quel ciondolo strano che era riuscita a strappargli dal collo prima di vederlo svanire per sempre.
sarà vendicata…
Capitolo settimo
Jasmine mi svegliò scrollandomi le spalle a destra e a sinistra. Sotto un braccio stringeva due libri dell’università ed aveva i capelli raccolti in una coda dietro la nuca.
Mi voltai verso la sveglia che mi aveva regalato per il mio ultimo compleanno.
Osservai l’orario: 8:50. Le nove meno dieci.
E la temperatura dell’ambiente: 37°C.
-Agosto è iniziato bene- dissi, mormorando quasi con la lingua ancora impastata dal sonno: -Senti un po’ qua: sono tutto sudato!- e tentai un dialogo.
Inutilmente.
Jasmine mi volse le spalle e biascicò solamente: “Io vado al parco a studiare con alcuni amici. Il numero del cellulare ce l’hai appeso al frigorifero!- e se ne andò sbattendo la porta.
Dopo quella notte non aveva più voluto saperne di me. Ogni volta continuava a ripetere che la colpa per la morte di Christine era tutta mia e, si, aveva ragione ed io lo sapevo bene. Viveva con me solo perché non aveva nessun altro posto dove andare, ma evitava qualunque contatto: la disgustavo e non potevo certo biasimarla.
Gli ultimi svolgimenti delle cose avevano disciolto in minuscoli pezzi quella breve sensazione di libertà che avevo creduto di provare.
34AF7KO2 non solo era ancora vivo, ma si stava gustando quella vendetta che tanto aveva desiderato e maturato con l’odio più totale.
Mi aveva isolato.
In poche notti aveva annientato tutto ciò che costituiva i suoi vincoli naturali ed il suo passato.
Mi aveva lasciato per ultimo per cibarsi del mio terrore, per costringermi a macerare nell’orrore del ricordo, nello strazio di quanto era accaduto a mia figlia.
Ero stato il primo a mettere le mani su di lui ed ora dovevo essere l’ultimo a pagarne le conseguenze.
Anche perché, senza di me, non ci sarebbe stato nessun mostro, né nessun ragazzo. O bambino: gli avevo dato una vita non sua, che non mi aveva chiesto e che continuava a non volere. Poi, lo avevo abbandonato a sé , considerandolo solo una sciocca cavia da laboratorio. Niente di più.
La verità, però, lui l’aveva sempre saputa. Da piccolo gli avevamo insegnato a chiamarci tutti papà, così solo per divertirci un po’ e verificare la sua intelligenza, ma quando i nuovi geni lo avevano fatto diventare quel demone con la faccia d’angelo che era, l’unica soluzione che trovammo per non divenire gli schiavi, i burattini, della sua volontà, fu quella di rinchiuderlo in una stanza blindata, da solo, e continuando i nostri esprimenti a distanza attraverso rudimentali computer e marchingegni. Ma…
Fu quando lo vidi piangere per la prima volta, ferito ad una manina e con una specie di museruola di ferro infilata in bocca, perché la smettesse di torturare il gatto che avevamo inserito nella sua stanza, che decisi di abbandonare tutto, che mi resi conto che, si, quello che avevo davanti, non era una cavia, non era solo un esperimento: era un bambino.
Il MIO bambino.
Biologicamente parlando ero io suo padre. Avrei dovuto coccolarlo ed amarlo e, invece, lo avevo fatto diventare un mostro, non avevo impedito quel processo di stravolgimento del suo essere.
E ciò che fu veramente tragico, è che non me ne accorsi subito.
Solo nel momento in cui avevo avuto Jasmine, infatti, avevo capito di non essere più in grado di continuare con lui, preferendogli la mia bambina, perché meno orrenda, meno spaventevole, accattivandomi immediatamente tutto il suo odio.
34AF7KO2 ne aveva sofferto.
Soffriva per la sua situazione ogni momento di più. Soprattutto in quel momento…
Voleva vederci tutti morti prima che il suo corpo fosse stato completamente distrutto dalla modifica genetica e voleva che nessun altro avesse da soffrire, in futuro, quanto lui lo aveva fatto fino ad allora. Per questo aveva distrutto il laboratorio con i nostri appunti e tutti noi insieme a sé stesso, perché in fondo, uccidendo noi, aveva ucciso il ricordo di quell’unico siero in grado di tenerlo ancora in vita: il siero che ritardava la decomposizione dei suoi organi interni.
Capitolo sesto
Per la terza notte consecutiva, mi ritrovai ad attendere l’edizione speciale del TG. E per la terza notte consecutiva fui accontentato, come se sapessi già in anticipo cosa sarebbe accaduto e perché.
La solita donnina, che ormai avevo identificato col nome di Susan Lock, accennava sempre una stessa notizia, ma ogni volta, il nome del protagonista cambiava. Dopo l’assalto al laboratorio, infatti, i miei vecchi colleghi erano divenuti, uno dopo l’altro, vittime costanti della notte.
Joe Kruck era stato investito dall’autista ubriaco di una linea d’autobus notturna.
Anton Lucas e David Makoo da un furgoncino per gelati, appena uscito dal parcheggio dove lavoravano entrambi: travolti dentro la cabina per il cambio.
Mike Columbus, il fondatore, insieme a me, del laboratorio ed ideatore degli esperimenti su materiale umano, o almeno così li chiamavamo noi, era stato trafitto da un toro impazzito in piena città.
Stranezze apparentemente senza logica, se non fosse stato che tutti avevano lavorato insieme al laboratorio e che tutti tenevano in mano un ciuccio da bambino o un biberon appeso al collo. Inoltre, i loro volti erano stati sfregiati ed un pezzetto di carta viola brillante e scritto a mano era stato poggiato sui loro petti.
Ha tentato di modificare
Ora,
VENDETTA…
I loro corpi erano stati tutti ricomposti in una posizione tale da ricordare quella di un feto nel grembo materno.