domenica, 28 ottobre 2007

Buon giorno, signor Madness

  Dialogo con sé medesimo:
"L'ultima follia di Morgan"
 
  Morgan si svegliò di soprassalto. Disteso dov'era, con le braccia intorno al ventre e gli ochi chiusi, il freddo ed il buio intorno a lui avevano assunto una consistenza vischiosa, quasi soffocante. Da una finestra chiusa da qualche parte nel limitato infinito della stanza, il rumore delle macchine che si rincorrevano in una strada vicina, appariva lontano, sfocato, un sottofondo per qual silenzio assoluto interrotto soltanto da un respiro stanco e sottile.
  Poi, fu come in un sogno, come fosse ripiombato di nuovo nel incubo costante della sua vita. Una luce fioca, leggermente rossastra si accese in un angolo alla sua destra.
  Oltre le palpebre molli e pallide, il rgazzo ne percepì la neonata presenza. Aprì gli occhi ed il suo sguardo fu immediatamente rapito da una piccola ombra indistinta che si muoveva furtivamente al di là di quella.
  Sottile, goffa, la minuta macchia nera prese ad avanzare verso di lui lasciandosi alle spalle la luce e, ombra tra ombre, scomparve inghiottita ancora una volta dal inconscio notturno di quella camera senza sole.
  Morgan si scosse. Si poggiò su un gomito e si sollevò lentamente. Si strofinò gli occhi con il dorso della mano e prese un bel respiro. Scrutandosi intorno, poi, allungando il braccio libero in avanti alla ricerca disperata di un'opposizione, non incontrò nulla e non vide niente.
  Sospirò. Stupido, aveva di nuovo pensato di poter curare la propria solitudine soltanto perché un'ombra più strana delle altre aveva catturato la sua labile attenzione.
  Scosse la testa e tornò a distendersi carponi, le braccia incrociate a sorreggergli il mento.
  Richiuse gli occhi e, nel farlo, si lasciò trasportare in un mondo di pensieri e sensazioni e vi si perse.
  Annegò per qualche tempo in assenza di forza per ritornare a galla. Godette di quell'istante e vagò tra dolci ricordi e belle esperienze di una vita relativamente passata.
  Poi, qualcosa di freddo gli si posò sulla schiena e lui sobbalzò e si voltò di scatto.
  E non vide nulla.

 
 
  Di nuovo sopsirò e se la prese con se stesso per essere così suscettibile.
  "Ciao" pensò "Sono la tua mente che si prende gioco di te". E ricominciò il suo sproloquio interiore, immobile, in silenzio...disperato.
  Fu una voce familiare a spezzare quel momento. Una canzoncina stupida che risuonava lentamente nel vuoto della stanza e, da lì, nel vuoto dentro di lui.

"Il bel bambino, il piccolino,
dorme tranquillo
nel suo lettino..."

  Una voce acuta, infantile. La voce di un bambino piccolo che, da qualche parte prima di quel giorno, aveva già sentito.
  Alzò lo sguardo. I suoi occhi incontrarono altri occhi. Azzurri, come i suoi.
  Cuccio accanto al materasso, chino in avanti verso di lui, il bambino sudicio continuava a canticchiare tra sé, le manine strette l'una all'altra e lo sgurdo fisso, puntato nel buio.
  Morgan lo fissò inerme. Si osservarono entrambi. Poi, il piccolo sorrise e gli mancava un dentino.
  "Ciao" biascicò dolcemente, inciampando nella lingua nel pronunciare quella parola.
  "Ciao" ripeté il ragazzo stralunato, indeciso, barcamenante tra sogno e realtà. Allungò una mano, le dita allargate protese verso il suo interlocutore. Lo sguardo speranzoso. La canzoncina idiota che rimbombava nelle orecchie.
  Il bambino colse il suo stupose. Allungò anch'egli la mano e le loro dita si incrociarono insieme.

"Il bel bambino, il piccolino,
dorme tranquillo
nel suo lettino..."

  Caddero nel desiderio di parlare, di uscire dalla spirale che l'udire di nuovo cantare quelle parole aveva evocato in entrambi.
  Morgan rimase in silenzio, timoroso di spezzare con la propria voce il sogno che stava vivendo.
  Rimasero immobili, ognuno perso nello sguardo del altro, finché il bimbo non si alzò in piedi e tornò ad appartenere alle ombre e, poi, alla luce rossastra.
  Allora, il sorriso scomparve dalle sue labbra sottili e screpolate e divenne risentimento. LA canzoncina smise di esistere. Al suo posto, Morgan non udì altro se non il suono acuto del silenzio e del suo respiro.
  Il bambino senza nome sollevò le braccia verso di lui (non se n'era accorto, ma erano vestiti alla stessa idenica maniera) e le ruotò in modo tale da mostrarne l'interno.
  Morgan seguì con gli occhi i suoi movimenti. Stupito. Il cuore gli batteva all'impazzata. Sentiva la testa pesante e alcuni brividi percuotergli le scapole. Cercò conforto nell'espressione del bambino ma quello che vide bloccò ogni sensazione  e gli gelò il sangue nelle vene.
  "Gua-da" mormorò secca la vocina acuta del bimbo "Gua-da che cosa ci hai fatto!" e compiendo un'ultima rotazione mostrò le tante e piccole ferite rosse che dal palmo della mano al gomito gli ricoprivano la pelle.
  Morgan impietrì. La sua espressione si congelò nello stupore e nel orrore. D'istinto cercò le sue braccia. Incontrò le maniche dell'accappatoio. Ne sollevò una. I suoi occhi caddero recalcitranti sul avambraccio destro. Non c'era bisogno di cercare troppo, sapeva già cosa avrebbe trovato e dove. Le sue cicatrici erano sempre le stesse da più di sette anni. Nessuno gliele aveva tolte e pochi erano stati in grado di rimarginarle o di ingorarle.
  In un istante avvertì come se il cuore gli scoppiasse. Il respiro venne meno. Il sangue defluì velocemente dalla testa.
  Rialzò lo sguardo, incrociò di nuovo gli occhi del bambino.
  "Ciao" ripensò "Sono la tua mente che si prende gioco di te". E, instintivamente, capì.
  Negli occhi indagatori e severi del piccolo vide l'esitazione e la disperazione del suoi, quando aveva la stessa età. Sulle sue manine tremule scorse le proprie manine tremule. La bocca del bambino si piegò in un sorriso che conosceva attraverso i racconti di chi aveva visto lui sorridere.
  Si sentì sprofondare nell'oblio, soffocare nel mare gelido di quel passato fin troppo presente.
  Iniziò a gridare e, più gridava, più la risata del bimbo dentro di sé risuonava nel vuoto. Si stava nutrendo di lui, dei suoi timori e dei suoi incubi incessanti.
  Morgan sentì di provare odio per quella figurina minuta e apparentemente fragile davanti a sé, quell'obra dai contorni orribili tanto erano reali. E nel provare odio per lei, sentì di provare odio per se stesso.
  Il filo d'oro della ragione si era spezzato un'ultima volta.
postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 28, 2007 15:05 | link | commenti
categorie: buon giorno
lunedì, 22 ottobre 2007

Portami all'orizzonte

I

TORTUGA, 27 MAGGIO

Come un corvo, avvolto nel suo mantello nero, lo straniero attraversava a grosse falcate la banchina instabile del porto. Sotto i suoi piedi alcune assi producevano un suono poco rassicurante, ma nulla lo avrebbe distolto dal suo intento, quella notte.

C’era la luna.

Le stelle si riflettevano a migliaia sul manto piatto e buio della superficie del mare.

E lei, la Perla Nera, era lì a schermarle e a creare una pozza scura nell’acqua salata e fredda di fine maggio. Lì, sola, facilmente abbordabile, maestosa e minacciosa, si ergeva l’ultima minaccia pirata dei Caraibi. 

E il suo obbiettivo.

Scivolando nell’ombra come un pericoloso serpente velenoso, lo straniero non ebbe difficoltà alcune ad introdursi sulla vecchia ma solida nave e da lì, dal ponte, senza faticare o dover usare il fine pugnale che stringeva in mano, entrò nella stiva e, di conseguenza, nel piccolo ripostiglio oscuro dove il capitano nascondeva il rum.

II

La nave solcava veloce, sospesa sulle acque azzurro-verdi dell’oceano mattutino come un sogno sulle ali del vento. La Perla Nera, temibile nave dalle vele nere, s’incamminava verso il filo lontanissimo dell’orizzonte lasciandosi alle spalle il rumoroso e caotico porto di Tortuga. Un movimento elegante il suo che sembrava ripetersi all’infinito adagiato morbidamente sul frangersi delle onde.

A bordo, tra il gozzovigliare allegro della ciurma appena sveglia, le risa, i rumorosi litigi del signor Gibs con una scimmia dispettosa imbarcatasi clandestinamente durante l’ultimo viaggio, un canto meccanico si espandeva sul ponte.

“Pirati, corsari…gran bucanieri,

yoh-oh,

beviamoci su!!!” 

Veniva dall’alto, dal tetto della cabina del capitano, dove un pappagallo zampettava allegramente in su e giù.

-Signor Pappagallo Cotton!- la voce che lo richiamò all’ordine era una voce brilla, bella e limpida, per quanto quest’ultimo termine possa essere indicato –Questa è la mia canzone!- e Jack Sparrow, pardon…il capitan Jack Sparrow saltò giù verso il timone con un movimento tanto agile quanto incerto e traballante.

In una mano stringeva una bottiglia di rum mezza vuota dalla quale, a intervalli irregolari, prendeva un lungo sorso, gettando la testa indietro ed alzando, per bilanciamento, il braccio. Nell’altra, uno stinto cappello a tre punte svolazzava a destra e sinistra in un eloquente gesto di saluto alla ciurma.

-Salve a tutti!- Jack Sparrow gettò il busto leggermente indietro ed alzò gli occhi al cielo. I lunghi capelli scuri, raccolti in spessi cordoni sotto una bandana rossastra, ondeggiarono e le perle produssero un delicato, quasi sordo, tintinnio colorato.

-Salve Jack!- rispose il signor Gibs e la scimmia, sentendosi chiamata in causa, si voltò a guardarlo –Non tu, rognosa bestiacca, l’altro Jack!

Ma l’animale se ne risentì e, con uno slancio, fu addosso al vecchio pirata.

Sparrow sorrise e si diresse, molleggiando sulle lunghe gambe, verso il timone…già occupato da qualcun altro. Contro il riflesso del sole, un largo cappello con una lunga piuma ad un lato non poteva appartenere che ad un unico uomo sulla nave…

-Barbossa!- sbottò il capitano non appena fu sicuro dell’entità dell’altro –Sbaglio o questa è la mia nave?- e lanciando un laconico sguardo verso l’alto si avvicinò, inciampando, al timone per prenderne il comando e scacciare l’intruso.

Barbossa si voltò verso di lui: -A davvero? E come mai non sei al timone, allora, capitano?- rispose con una voce nasale. Gli occhi brillanti e grigi come le profondità di una grotta piena di dobloni d’oro.

A quelle parole, Jack Sparrow aggrottò le sopracciglia scure e fece una smorfia. Sul suo volto dai vaghi lineamenti cherokee, si poteva benissimo leggere un leggero sentore di risentimento. La domanda suonava piuttosto derisoria: -Ci stavo giusto andando, guarda un po’!- e, dandogli una spinta verso destra, lo allontanò e prese ad accarezzare il timone.

 Ma era fin troppo difficile costringere un capitano a non essere capitano.

-Jack Sparrow…io…

-Capitan Jack Sparrow, prego…

Ma a quel punto, Barbossa era talmente fuori di sé che lasciò cadere l’argomento e si allontanò a grandi passi verso la sua cabina, sbuffando e gridando ordini a chiunque gli fosse a portata di mano.

-Che cosa avete da guardare lurida massa di cani? A lavoro!

                                            

III

Alle undici del mattino il rum venne a mancare. La bottiglia dalla quale Jack Sparrow attingeva ogni tanto era definitivamente senza più una goccia di prezioso liquore e questo, si, poteva rendere il capitano un tantino più accigliato e scorbutico.

Dopo quasi dieci minuti di astinenza –una vera eternità se si è in giro in mezzo all’oceano, poco tempo se si è davanti a un bel camino in una bella casa- il pirata abbandonò la sua postazione e scese nel ripostiglio della stiva.

La nave era grande e perciò impiegò parecchio tempo a percorrere la distanza che lo separava dalla piccola stanzetta buia, tempo che impiegò ad ispezionare superficialmente le varie falle e i vari buchi che avevano permesso all’acqua di entrare nelle parti più nascoste della Perla Nera.

“Yoh-oh…yoh-ho…

la spada, il corvo…il mare”

 Canticchiando, passò davanti alle prigioni vuote da ormai molto tempo ed, esattamente, da quando Will Turner era stato liberato e Barbosa sconfitto.

Non fece caso ai molti scricchiolii del legno, né all’odore di muffa che proveniva da una vecchia botte, probabilmente vuota, di vino francese.

Proseguì per la sua strada, barcollando leggermente a destra e a sinistra e stringendo gli occhi scuri nei punti più bui della stiva.

Poi, finalmente, vide la stretta porticina del ripostiglio e, pescando nelle tasche della lunga giacca di pelle stinta, tirò fuori una piccola chiave arrugginita che infilò nella serratura.

I cardini non fecero molta resistenza e, in un batter d’occhi, Jack Sparrow fu dentro.

-Perché il rum finisce sempre?

IV

“Yoh-oh…yoh-ho…

la spada, il corvo…il mare”

 -Perché il rum finisce sempre?

La voce del capitano irruppe nel suo sonno silenzioso. Sobbalzando impercettibilmente dalla botte di legno sul quale era appollaiato, lo straniero spalancò gli occhi e strinse ancora di più la piccola lama nella mano. Il respiro quieto, ben controllato, non tradì la sua presenza nel ripostiglio, così come non lo fecero i suoi movimenti lesti e assolutamente sordi.

C’era poca luce, ma era più che sufficiente per quello che aveva da fare, poi…

Nascondendosi dietro alcune casse e bottiglie impolverate, lo sconosciuto osservò per qualche secondo l’uomo appena entrato, spiando di sottecchi la via che questi aveva fatto nella speranza che nessuno lo avesse seguito.

La porta era stata lasciata aperta.

Il pirata, dunque, aveva ancora una via di uscita, una via per una fuga che non avrebbe mai potuto permettersi. E così, mentre questi impegnato nell’ardua scelta tra due bottiglie di rum –una bombata nel fondo, l’altra dritta- fissava contro luce il liquido marrone, si mosse lentamente verso la porta.

Fu lì che compì il suo primo errore: nella sua ignoranza in fatto di navi, non aveva calcolato che i cardini arrugginiti sono difficili da chiudere.

La porta si chiuse con un leggero tonfo e, nonostante tutti i tentativi di mascherare l’acuto fischio che aveva prodotto, il capitano si voltò, incuriosito.

E non vide nessuno.

-Signor Gibs?- chiese al buio male illuminato da una piccola lanterna.

Ma neanche una voce si prese il disturbo di rispondere. L’intruso aveva trovato un improvviso riparo dietro uno scaffale e Sparrow tornò al suo intento precedente.

-Umm…vediamo…questa sembra più artistica, più…rotonda- girò il viso dall’altra parte –bleh! Questa, invece, sembra scivolosa, troppo dritta…-

Si perse nei suoi pensieri e lì rimase, fintanto che…

-Jack Sparrow!- una voce limpida, maschile, lo costrinse a riprendere la via verso la porta.

Jack se ne risentì: -Capitano Jack Sparrow, capitano…- sussurrò e, facendo dietro front, si ritrovò puntati addosso due occhi chiari, minacciosi e freddi.

E un pugnale d’argento di splendida fattura.

V

La piccola lama finemente decorata con spirali dorate e sottili ghirigori, luceva in quella minuscola stanza come se possedesse una luce propria, riflettendo quasi da specchio gli occhi gelidi di chi la brandiva con tanta noncuranza.

Jack Sparrow fissò entrambi con gli occhi spalancati.

-Tu non mi sembri il signor Gibs…- disse, inclinando il collo da un lato e fissando lo straniero come se volesse squadrarlo dalla testa coperta dal mantello ai piedi nascosti dal buio –A meno che tu non abbia perso trent’anni in trenta minuti…il che…

-Zitto!- la voce era autorevole e curata. Il tono aspro celava la delicatezza del volto –Zitto se non vuoi che finisca il mio lavoro prima del tempo!

Il capitano approntò un sorrisetto  sbieco: -Mio caro, sia dia il caso che io sono il capitano Jack Sparrow e che tu…- avrebbe voluto continuare dicendo “ti trovi sulla mia nave, la Perla Nera” ma non fece in tempo, perché una mano spazientita, dal nulla, sbucò verso il suo volto e lui riuscì a malapena ad evitare il pugnale che puntava dritto al suo collo.

Il pirata si scansò da un lato e, prendendo l’altro alla sprovvista, si avventò contro di lui brandendo una fragile bottiglia di rum. Ma lo sconosciuto fu talmente veloce a muoversi, per quanto sorpreso fosse, che questa s’infranse su un vecchio scaffale di legno poco distante in un rumore di vetri rotti e schizzi di liquore.

-Che ignobile spreco!- sbraitò il capitano, osservando il lungo mozzicone di bottiglia rimastogli in mano con sguardo affranto –Ti appenderò all’albero maestro per questo, ragazzo!

E si voltò verso l’intruso e, di nuovo, fu colpito dalla luce sprigionata dai suoi occhi quasi inumani. L’altro scoppiò a ridere, una risata divertita e controllata.

-A meno che tu non faccia la sua stessa fine!- esclamò, poi sfoderò una piccola spada dalla lama leggera e rifinita e la puntò verso il suo avversario.

Sparrow sorrise. Quella scena l’aveva già vista da qualche parte.

-Ti sembra saggio incrociare la spada con un pirata?- domandò, andando a sua volta alla ricerca del codolo che gli pendeva ad un fianco.

-Hai forse paura che giochi sporco? Non temere: conosco tutte le tue mosse…ti ho studiato bene, sai…non temo più nulla…- e così dicendo, iniziò lo scontro.

Dopo un primo affondo, lo straniero dagli occhi di ghiaccio si spostò sulla destra, evitando per un soffio il fendente che il pirata si era apprestato a scagliargli contro.

Erano entrambi perfetti spadaccini, con tecniche diverse, si, ma con lo stesso carattere aggressivo e poco incline alla difesa.

-Bel gioco di gambe, ragazzo! Mi stai forse sfidando perché ti ho rubato la donna?- il rumore dell’acciaio che si infrangeva contro l’acciaio, creando scintille colorate tra i due contendenti, non confondeva nessuno dei due spadaccini. Ma nel parlare, Jack Sparrow aveva commesso un errore…

-Lei …- gli sibilò ad un orecchio lo sfidante, inaspettatamente sbucatogli dietro come dal fondo della nave –lasciala dov’è! Sta’ zitto e combatti!- e mollò un altro fendente, e stavolta colpì Sparrow, ferendolo di striscio ad una mano.

Il pirata si fermò un istante per esaminare il danno: portò l’arto davanti agli occhi e mosse le dita, osservando il sottile rivolo di sangue che scendeva dal dorso: -Mm…interessante…mi auguro per te che questo non sia il massimo che puoi fare!

Ma l’altro non si lasciò sfuggire l’occasione ed attaccò di nuovo, senza però avere risultati.

-Non temere, Sparrow, la prossima volta non sarò così clemente!- e il combattimento ricominciò nel caos di bottiglie  che cadevano a terra e rum che macchiava stivali e pantaloni.

postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 22, 2007 18:49 | link | commenti
categorie: piccole storie
venerdì, 19 ottobre 2007

Buon giorno, signor Madness

IL DOTTOR “CONDOR”:

Si. Mi ricordo ancora come se fosse ieri il giorno in cui il dottor “Condor” si strappò alla mia vecchia vita. Immagino la sua espressione da buon samaritano divenuta rigida davanti a mia madre. Le sue labbra solitamente sorridenti serrate come la chiusura di un forziere.

Io avevo paura di lui. come avevo paura di ogni cosa si muovesse o respirasse.

Lo guardavo dal basso all’alto, nascosto in una buca, nello scantinato sotto casa. Tra la neve. In mezzo al gelo. Infreddolito come un microbo in un congelatore.

E mentre lo spiavo, la polvere del pavimento sopra di me che si sgretolava sotto i suoi passi, mi ricadeva sul viso, mi si appiccicava addosso, si appiccicava alla coperta di lana bagnata che portavo sulle spalle.

Non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Non riuscivo a tenere le mani ferme, fra le cosce, per scaldarle un po’. Non riuscivo a rendermi conto che, se non avessi gridato, fra qualche millennio mi avrebbero ritrovato lì, perfettamente intatto, in mezzo al fango e all’immondizia che il mio corpo stesso aveva prodotto.

Ma loro mi avrebbero picchiato se lo avessi fatto. Mi avrebbero preso, io inerme fantoccio di sporcizia e stracci, e mi avrebbero sbattuto sul pavimento. La testa che rimbalzava sul muro finché non protestava sangue. Gli urli e i pianti soffocati da una mano o da un cuscino premuto contro la bocca.

Lo scotch tra i capelli. Lo scotch sui polsi. Sulle caviglie e sul collo. Lo scotch come collare, come strumento per farmi del male. Lo scotch come strumento per farmi del male.

Credo di aver avuto la febbre, quel giorno. Credo di averla avuta per tutta la mia vita, finché non mi hanno portato qui. Avevo la pelle piena di bolle ed escoriazioni. Lividi a non finire sparsi sul ventre, la schiena, le braccia e le gambe. Credo di non essermi più sentito tanto male. O forse si, un paio di volte. Ma lì ero già in ospedale.

Coma. Coma puro. Eppure avevo gli occhi aperti. Eppure riuscivo a guardare in alto. Ma non potevo muovermi. Non ne avevo la forza. E non potevo gridare. Non ne avevo il coraggio.

“Aiutami tu, aiutami tu” imploravo pietà dall’unica cosa che potesse essermi d’ausilio. L’unica cosa che, anche se fossi morto –come credevo che sarei stato di lì a pochi minuti- mi sarei portato dietro. Come me. Solo e sempre. Anche nella tomba.

La mia Voce.

E lei era lì, nella mia testa, pronta a consolarmi quando avessi iniziato a cedere, pronta a rispondermi.

“Grida, Morgan, tesoro, grida”

E io non volevo. Non potevo.

“No, no” e sbattevo la testa a destra e a sinistra. I capelli sudici che mi frustavano il collo con veemenza “No, mi picchiano se lo faccio, mi picchiano!”.

Lacrime su lacrime. quante ne ho versate prima di smettere. Quante? Forse tutte quelle che possedevo. Tutte, nessuna esclusa.

“Grida, Morgan, tesoro, grida”

“Grida, avanti. Fallo!”

“Morgan, fallo…fallo!”

Ma perché? Perché proprio io? Me l’ero sempre chiesto. Me lo chiedo tutt’ora. Perché, se davvero esiste qualcuno che sceglie la nostra destinazione, il nostro destino, perché proprio io? Che cosa avevo di diverso dagli altri bambini? Forse ero troppo per una famiglia normale? O troppo poco? Nella mia vita precedente avevo fatto qualcosa di sconveniente, che non gli era congeniale? No? E allora?

“Grida, Morgan, tesoro, grida”

E io lo feci. Con tutto il fiato che avevo in gola. Con tutta la folle disperazione che mi gelava dentro. Con l’unica speranza che, se non mi avesse salvato nessuno, sarei morto lo stesso. O lì, in quel buco, cibandomi di pezzi di pane muffito spalmato di fango. O di sopra, nella casa dov’ero nato, dov’ero cresciuto, metà testa sparsa per il pavimento e le mani dei miei sul collo, ormai inerte.

Gridai una volta. Ma la mia voce flebile era fin troppo facile da coprire. Lo sconosciuto, il dottor “Condor”, non dava segni –o per lo meno non lo facevano i suoi piedi, dritti sopra di me- di avermi sentito.

Mio padre, o chiunque egli fosse, si schiarì la gola sonoramente e finse indifferenza. Lo capivo dalla sua voce, così come capivo che era agitato.

Gridai un’altra volta. Più forte. Più strenuamente.

“Cos’è?” domandò una voce a me estranea.

“Solo un gatto” gli risposero.

E io gridai ancora. Ancora più forte. Ancora più strenuamente, squarciandomi le corde vocali, finché non sentii i polmoni bruciare. Una volta, due, tre.

“Sembra un bambino” disse la voce straniera “dov’è?”

      E fu l’ultima cosa che sentii qualcuno parlare in quella casa.
postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 19, 2007 20:55 | link | commenti
categorie: buon giorno

Buon giorno, signor Madness

Ehilà! È il tuo pazzo preferito che ti parla. E dalla tua frequenza preferita! Da ora puoi prenotare una canzone a tua scelta –o alla mia s’intende!

Ah, ah!

Complimenti! Sei ancora sintonizzato sulla mia lunghezza d’onda e questo significa che sei ad un passo a diventare come me, o forse dovrei dire ad un “pazzo”?. Bèh, forse non proprio come me, ma qualcosa di simile.

Ti è piaciuta la mia prima pagina di diario?

No? D’accordo, lo so: ti ho deluso quando ho scritto che ti avrei fatto la mia descrizione e, invece, ho sciorinato giù quel bel racconto sulla mia famiglia. Che cosa imperdonabile! Guarda, ora mi metto in ginocchio e imploro la tua pietà!

Mi vedi?

Sono qui! Davanti a te!

 CHE COSA SIGNIFICA “PAZZO”?

Ok. Facciamo un gioco. Ti va? Proviamo a ciccare sul termine “pazzo” con il tasto destro del topo, o mouse –ma chi gli ha dato questo nome? Cielo! E poi sono io quello fuori di testa!- e stiamo un po’ a vedere cosa succede. Anzi no, ho cambiato idea. Fallo tu e dimmi cosa leggi.

Fatto?

No?

E adesso?

Neanche?

Va bene, non ti sforzare genio. Lo faccio io.

Dicesi PAZZO: un eccentrico, anormale, folle, squilibrato, mentecatto, scemo e maniaco. Un bel repertorio, eh? Qui, pronto per essere analizzato. E da chi poi!

Ed ecco a voi Mr Universo!

Sto scherzando.

Ohi, non offenderti. Adesso non penserai mica che sono quelle cose sopra elencate tutte insieme, vero?

Va bene, va bene. Faccio il serio.

Dunque: eccentrico. Strano, insolito, anticonformista. Credo siano degli aggettivi che potrebbero anche calzarmi, forse come un cappello troppo stretto o un paio di scarpe tre taglie più piccole. Ma potrebbe calzarmi.

Anormale: eccezionale, anomalo, strano. Ok, perfetto.

Saltiamone qualcuno.

Scemo: stupido, sciocco, idiota, imbecille. Ma questi sono sinonimi o insulti? Non credo che mi piacerebbe molto essere di nuovo definito così. Si, certo, magari ho qualche problemino, questo non lo nego. Ma da lì alla stupidità c’è un abisso, no?

Ultimo: maniaco. Fissato, esaltato, pazzo.

E siamo da capo un’altra volta. Pazienza. Questo significa che esistono tanti modi di definire uno come me.

Personalmente, ti va di sentire la mia versione dei fatti? La mia spiegazione della parola pazzia?

Come no? Non ti piacerebbe sapere come si vedono le cose dall’altra parte del abisso? No?

D’accordo, d’accordo. Non arrabbiarti. Tanto te lo dico lo stesso. Sono io che decido qui.

Dunque. PAZZIA.

Nel dizionario Morgan-Voce Voce-Morgan c’è scritto così:

 “…dicesi pazzia un comportamento anticonvenzionale non universalmente

riconosciuto in qualità di evasione, fantasia, ricerca di affetto e di  tutto ciò possa concernere

questo ultimo campo…”

eccetera, eccetera, eccetera…soddisfacente no?

D’accordo. Sono pazzo.

      Ma ora tocca a te…


MORGAN:

Pa-parappa-pa-pà! Eccomi finalmente giunto al punto cruciale di tutta la storia.

CHI SONO IO?

E tu dirai: “Un idiota! E un buffone. Come fai a non sapere chi sei?”

Giusto! Bravo il mio capoccia.

Ragioniamo così, per assurdo: non sono schizofrenico, quindi non ho una doppia personalità, non sono un “normale”, anche se questo non significa che possiedo venticinquemila occhi e sette braccia, e vivo in una specie di ospedale psichiatrico per adolescenti. Ehi! Ci sono! Forse sono un adolescente anch’io? Uno di quelli che va in giro camminando a zig-zag con una cuffia infilata nell’orecchio e i pantaloni tirati talmente giù che meno male che porto le mutande? Oppure sono di quelli che quando prendono un bella cotta per qualcuno gli vanno dietro sbavando e ululando come un lupi affamati? Forse. O forse no. Io non ho mai conosciuto qualcuno cui sbavare dietro, né credo che lo farei se potessi. Non è il mio genere di comportamento.

D’accordo. Mettiamo da parte l’adolescente con gli ormoni in disordine –anche perché i miei non si sono mai fatti sentire…ancora- e prendiamo in esame qualche altra prospettiva. Un alieno? Se davvero fosse così, credo di essermi perso le chiavi dell’astronave. Un mostro? Ma sotto quali punti di vista? Non mi sembra che gli altri mi reputino proprio da mandare allo sfascio. Ok, allora un mutaforma? Uno di quelli che si leggono in Harry Potter –o era un altro libro?- di giorno adolescente disadattato e di notte…

Morgan? Si, forse si. Forse sono solo Morgan.

Senza cognome, senza data di nascita, senza legami né con una famiglia né con Dio.

È semplice da dire, no? M-o-r-g-a-n!

Si. Sono io.

Ed è la mia libertà.

      MORGAN.
postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 19, 2007 20:52 | link | commenti
categorie: buon giorno
giovedì, 18 ottobre 2007

Save in the dream

Era domenica mattina e il sole non era ancora sorto. Chris passeggiava nella sua stanza, con in mano una coppa, ormai vuota da almeno metà nottata. Aveva gli occhi sconvolti, sbarrati dall’impazienza e dal sonno. Non era nemmeno riuscito a distendersi sul letto, tanta era l’irrequietudine che lo assaliva.

La sua mente aveva vagato tutta la notte, senza riposo, senza tregua, riportandogli davanti tutta la sua vita, come in una rappresentazione teatrale, in cui gli attori principali hanno il volto coperto da un velo nero. Il giovane Winorck non aveva voluto toglierglielo, quel copricapo, conosceva fin troppo bene i loro lineamenti, i loro cuori di ghiaccio.

Aveva pensato tutta la notte a Cathlin, al modo in cui aveva reagito quando le aveva detto che l’amava, alla vita che le si sarebbe prospettata sola e con un bimbo piccolo avuto fuori dal matrimonio. Già, Andrew, il suo piccino affettuoso che aveva visto una sola volta, il bimbetto tremante che dolcemente gli si era accoccolato al petto e gli aveva dato tanti bacini sulla guancia. Cosa ne sarebbe stato di lui? Aeragrof non avrebbe mai permesso che un altro principino Winorck gli mettesse i bastoni tra le ruote, ora, che stava per diventare l’unico re.

Chris scrollò il capo e si tolse una ciocca di capelli dagli occhi. Era meglio non pensare a tutto quello che sarebbe successo, gli faceva troppo male. Sospirò. L’aria dentro quella stanza era diventata così soffocante, che al giovane scappò un colpo di tosse, piuttosto violento.

-Che ti prende? Stai male?- qualcuno gli posò una mano sulla spalla e gli porse un bicchiere d’acqua.

-No, sto bene- Chris prese in mano il bicchiere, senza voltarsi e bevve avidamente, ma non si domandò a chi appartenesse quella voce aspra, la conosceva già.

La mano sulla sua spalla si mosse lievemente verso l’alto, verso il collo e gli sfiorò l’orecchio destro, aiutandolo a mandare indietro la testa, per respirare maglio. Ma un nuovo sussulto, un nuovo colpo di tosse lo colpì e Chris, in preda agli spasmi, si gettò in avanti, facendo scivolare il bicchiere, che rovinò sul pavimento di marmo, rompendosi in mille pezzi. La reazione dell’uomo fu repentina ed egli cinse la vita del giovane, impedendogli di cadere.

-Ehi- sussurrò quella voce, con una dolcezza straordinaria, quasi come se stesse parlando con uno spaventato bimbetto di quattro anni –non far rumore, o sveglierai qualcuno!

Chris si portò entrambe le braccia all’addome, e le serrò su quelle dello straniero, estremamente grandi per essere quelle di un uomo normale.

-Lasciami- mormorò poi, con una voce strascicata e stranamente acuta che non pareva la sua –Come hai fatto a entrare?

-Ma che dici, eh? Vuoi che vada via?- la voce dell’uomo si fece sempre più mielosa e delicata.

-Lasciami!- ripeté ancora il giovane –Lasciami andare!

-Chris, tesoro, che ti prende? È tutta questa febbre che ti far star male?- lo straniero gli posò un bacio sulla testa e lo accarezzò il più delicatamente possibile.

-Ma io non sto male!- biascicò il ragazzo, socchiudendo leggermente gli occhi stanchi e doloranti. Non ne poteva più, avrebbe voluto svenire, tanto gli girava la testa.

-Smettila, dai, lo sai bene cosa ha detto il dottor Helbert!

L’espressione di Chris si accigliò. Il dottor Helbert? Ma non era morto poco prima di suo padre?

-Forza, piccolino, vai a letto, su! Ti prometto che se fai il bravo, domani ti porto un bel regalo!

Piccolino? Bravo? Regalo? Ma per chi lo aveva preso, quell’uomo, per un bimbetto di pochi anni? Ce l’aveva anche lui un figlio, che credeva?

Con uno strattone bello forte, Chris riuscì a liberarsi della stretta dello straniero e si voltò di scatto verso di lui. 

I suoi occhi si spalancarono di colpo e si riempirono di luce nel vedere quella figura: -Padre?!

-Chi ti aspettavi di vedere, l’elfo del bosco? O quello dei sogni?- re Andrew parve rifletterci un attimo, poi, si portò un dito davanti al volto, illuminato da una candela, e lo fece oscillare tranquillamente –No, quello dei sogni no, perché sei un bimbo cattivo che non vuole fare la nanna!

-Cosa?- Chris continuava a non capire –ma anch’io ho un figlio e ho…quasi ventitre anni, come fai a non accorgertene?

Andrew scoppiò a ridere: -Ah, questa è bella. E io sono un feroce drago che sputa fuoco e che si pappa i bimbetti disubbidienti come te!

Erano tutti e due inginocchiati sul tappeto davanti al letto di Chris ed il re gli teneva le mani nelle sue, sorridente e severo nello stesso tempo.

-Che vi prende a voi due? Smettetela!- la figura di una donna apparve stagliata contro la porta della camera. Era bellissima, bionda e…incinta?

-Alice- sorrise il re vedendo la moglie in camicia da notte davanti a sé –il signorino qui presente è convinto di avere ventitre anni e di averci fatti diventare nonni prima del previsto!

-Oh, ha la febbre alta, è normale che faccia così- rispose la donna portandosi entrambe le mani alla schiena per tirarsi su meglio –comunque ora smettetela tutti e due, o finirete per svegliare Speranza e non sono dell’umore adatto a cullare un’altra bambina, stanotte! Intesi?

-C’è Speranza? Lei può dirvi la verità! Ha già visto Andrew!- Chris non volle arrendersi. Era più che convinto di ciò che stava dicendo.

-Chi è Andrew?- il re si accigliò, non avrebbe mai immaginato di poter avere un nipotino col suo stesso nome.

-È mio figlio, Andrew! Il bambino che ho avuto un anno e mezzo fa con Cathlin!

Stavolta aveva davvero passato ogni limite. Realmente la febbre poteva farlo delirare fino a quel punto? Bèh, qualunque sia stata la risposta re Andrew non volle affatto sentirla. Irritato com’era dai capricci del figlio alzò la mano e gli diede un schiaffo, dritto dritto sulla guancia destra.

Chris si portò entrambe le mani su quella gota umiliata. Diamine erano più di quindici anni che non prendeva più uno schiaffo di suo padre, anche se l’effetto era sempre quello.

-Perché non mi credi? Non è una bugia!- il giovane alzò leggermente la voce e lasciò che suo padre lo vedesse piangere di dolore.

-Smettila, Chris, il gioco è stato anche troppo lungo. Ora basta!- sbottò Alice molto più irritata di quanto Chris non l’avesse mai ricordata –Io e papà adesso andiamo a letto e non vogliamo più sentirti fiatare, hai capito?- detto questo la donna scomparve dietro la porta.

Anche il re fece per andarsene, si alzò e si avviò verso l’uscita della stanza, ma Chris lo fermò: -Ti prego, devi ascoltarmi: è la verità. Domani mi uccideranno davanti a tutto il popolo ed è tutta colpa dello zio Aeragrof!

-Christal Winorck, adesso basta! Fila a letto e vedi di non pronunciare più nessuna parola o ti giuro che le prendi seriamente, stanotte! Capito?

Chris la ricordava ancora quella frase. Suo padre lo aveva sempre chiamato usando il suo diminutivo e ricorreva al nome intero soltanto quando era, realmente, furioso. Era meglio smetterla sul serio ed assecondare le sue richieste.

Chris si arrampicò sul letto e vi si distese sopra, coprendosi la testa con la coperta e attendendo che Andrew se ne fosse andato prima di tirarsela giù.

Per questo non lo sentì, quando il re gli si avvicinò e gli si sedette accanto. La rabbia era già sbollita.

L’uomo guardò a lungo il figlio tremante sotto il lenzuolo poi, decise di toglierglielo e di coprirlo ben bene.

-Mi hai fatto arrabbiare un bel po’ stasera, e anche la mamma!- gli disse accarezzandogli i riccioli corvini che gli scendevano sulle spalle.

-Non volevo, mi dispiace- mormorò Chris, sentendo le guance infiammarsi e il naso diventare rosso.

-Prometti che non lo farai più?- chiese il re sorridendo.

Il giovane fece segno di sì col capo, ma non osò lasciarsi scappare altre parole.

-Bravo il mio ometto, sono fiero di te!- il re gli sfiorò il viso e si chinò su di lui per dargli un ultimo bacio. Poi, si alzò dal letto, si assicurò di aver ben coperto il figlio e si diresse verso la porta.

Una volta sulla soglia si voltò e gli sorrise ancora: -Buona notte, tesoro mio, fa bei sogni!

Chris esitò un attimo, dopo aver risposto, poi, si scoprì di nuovo e si lanciò verso il padre a braccia aperte e con le lacrime agli occhi.

Lo abbracciò a lungo, stretto stretto.

-Ti voglio bene, papà!
postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 18, 2007 14:34 | link | commenti (1)
categorie: safe in the dream
lunedì, 01 ottobre 2007

Buon giorno, signor Madness

Qualcosa gli premette contro le labbra. Fu una breve pressione che si distrusse subito.

Le molliche del biscotto gli caddero sul petto e rimbalzarono verso le gambe. Morgan respirava affannosamente, Robert Hochback, alle sue spalle, continuava a ridacchiare con voce tonante, il ghigno orribile sul suo volto ancora non se ne era andato.

Il ragazzo non lo vedeva, era girato di spalle, ma riusciva ad immaginarlo. Lo stesso ghigno che più di una volta aveva accompagnato gesti ed atti del tutto sgraditi.

L’uomo che un tempo era stato Robbyamore strinse tra le dita l’orlo sdrucito dell’accappatoio e lo tirò verso il basso, denudando la spalla destra del ragazzo. Morgan ne prese un lembo e lo rimise a posto.

Un altro biscotto gli si avvicinò alla bocca. Lui serrò le mascelle e storse il viso.

-Vuoi morire di fame?- il fiato di Hochback gli si infranse sul collo, dandogli un brivido. Il pasticcino iniziò a sbriciolarsi a contatto con i suoi denti.

-Non voglio cib…- non riuscì a terminare la frase. Non appena le labbra avevano creato un passaggio sufficentemente ampio, infatti, Robert lo aveva riempito infilandogli in gola il biscotto.

Sputalo…

Morgan riaprì la bocca e lo sputò.

La poltiglia giallastra gli cadde su una gamba, ma lui non vi fece caso più di tanto: si piegò in avanti a si tappò la bocca con antrambe le mani.

-Ma come!- sbottò allora Robbyamore, prendendo tra le mani una ciocca di capelli rossicci e tirandola indietro –Erano i tuoi preferiti, no? Era questo che mangiavi quando eri piccolo!

Gli afferrò un polso e cercò di allontanarlo dal volto. Morgan fece resistenza, ma non durò a lungo.

Colpiscilo…

Strattonò ancora, ma senza ottenere nulla.

-Liberami!

Alle loro spalle, Laura sorrideva, poggiata allo stipite della porta come se nulla fosse, come se quel uomo non stesse commettendo violenza su suo figlio. Scosse la testa ed avvicinò i due sul materasso.

Arrivata davanti a Morgan si cucciò accanto a lui e gli accarezzò il viso.

-Liberami…- ripeté il ragazzo, puntando i suoi occhi in quelli della madre –ti prego…

                                

Lei lo avvicinò ancora e, con le labbra, gli sfiorò il naso, vi posò un tenero bacio sulla punta. Tra le braccia di Hochback, la vittima aveva tutta la disponibilità di spazio che dispone una bambola in una scatola.

-Perché dovrei?- rispose, con voce mielosa ed acuta –Io mi sono fatta sette anni di carcere per colpa tua…- tentò un nuovo bacio, stavolta toccandogli le labbra, ma le fu impedito.

Morgan scosse debolmente la testa. L’idea che sua madre avesse tentato di baciarlo lo aveva disgustato. Nemmeno Bianca era arrivata a tanto: -Non è colpa mia…- piagnucolò, cercando in tutti i modi di ricacciare indietro le lacrime che gli erano salite agli occhi.

Oh, si che lo è…

-No! Non è vero!- muovendosi, lo sguardo gli era caduto in un angolo avvolto nel buio. Lì il Morgan bambino che aveva popolato i suoi incubi ad occhi aperti negli ultimi giorni annuiva accondiscendente e gli mostrava le ferite sulle braccia.

D’istinto, Morgan cercò le sue cicatrici. Si portò le mani a coprirsi il viso, strappandole da quelle di Robert.

Ma ad occhi chiusi fu ancora peggio.

Nella mente, i volti di tutti coloro che aveva conosciuto in vita sua gli apparivano sdegnati e lo accusavano. Michael, l’infermiera che gli misurava la pressione e che gli portava la cena in camera, la donna alla portineria, i dottori che lo avevano visitato, i suoi compagni di classe, i professori, Amanda, Michael, il dottor “Condor”, Bianca tutti erano lì e lo ritenevano colpevole.

Ma quel che era peggio era che anche la sua Voce ed il piccolo Morgan lo giudicavano imputabile, assillandolo ancora più di quanto fosse lecito.

Un dolore fortissimo lo investì. La testa sembrava voler prendere fuoco tutto d’un tratto.

Morgan iniziò a gridare con tutta la forza che aveva nei polmoni.

I suoi strepiti allontanarono Laura ed i suoi movimenti convulsi Robert.

Tornò a distendersi sul materasso, cercò con tutto il corpo la freschezza del muro. Faticava a riprendere il controllo del respiro.

Sei tu il colpevole, Morgan. È tutta colpa tua se ci hanno fatto questo…

Implorare, ormai, non aveva più importanza.

Laura e Robert, sconcertati dalla reazione del ragazzo, si presero un istante per comprendere la situazione, fissandolo mentre si contorceva a terra e spargeva ovunque il sangue che gli usciva dalla caviglia. Poi, non capendo, scoppiarono a ridere e decisero di lasciarlo solo.

Per tutta la notte lo sentirono piangere e tossire finchè, esausto, non fu il suo stesso corpo a cedere. E, come più volte gli era accaduto in passato, la gioia di cadere per un po’ nell’inconscio e di restarvi, gli riempì la testa di una tranquillità e di una pace che, forse, non avrebbe più avuto.

postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 01, 2007 20:54 | link | commenti
categorie: buon giorno

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