Capitolo quinto
-Dov’è mia figlia? Dov’è? Parla!-
La pietà, in quel momento avevo completamente dimenticato che cosa fosse o dove si trovasse. Se c’era ancora, dentro di me, lo ignoravo completamente come ignoravo completamente i gemiti strozzati e la voce di mio figlio. Intorno a me, il vuoto agghiacciante di quella rivelazione inaspettata, mi aveva isolato. Mi sentivo solo nel mio salotto. Fuori, il temporale continuava imperterrito, rischiarando a tratti gli antri più polverosi e dolorosi della mia memoria.
Christine. Ancora viva.
Stentavo a crederci eppure, nel mio cuore, sentivo che quella non poteva essere una menzogna. No. Non sarebbe stato giusto…
-È bella…sta bene…- improvvisamente, qualcosa mi scosse, costringendomi ad uscire da quell’isolamento indotto dal mio inconscio e a ritornare alla realtà. Sotto il mio piede, dove prima c’era il collo di quello che, per tanto tempo, avevo ritenuto l’assassino di mia figlia, c’era solo il pavimento. Un soffio di aria calda, acida, si infranse di nuovo sulla mia nuca: -Non ricorda nulla…di niente…-
La sua mano si posò sulla mia spalla, senza stringere, soltanto per farsi forza e restare in piedi.
Mi chiama Jamie…per lei non sono il mostro che sono per te…
Sussultai: Jamie. Era il modo con cui chiamava sempre “suo marito” quando, insieme con Jasmine e ad altre bambine, giocavano a fare “le mamme” delle loro bambole.
-Diminutivo di James- sussurrai quasi involontariamente, ricordando le parole che era solita dire sempre a seguito di quel nome e fingendosi fiera di essere “sposata” con un uomo dal nome tanto importante. Perché per lei quello era un nome importante.
Un lampo illuminò le labbra increspate di 34AF7KO2.
-Perché?- gridai, voltandomi verso di lui appena in tempo per scorgere il suo sorriso –Che cosa le hai fatto per costringerla a tanto?-
Nulla… È doloroso far del male a chi è ancora innocente e non ha colpe…
-Ma forse è inutile fare simili discorsi con uno come te:- fece una leggera pausa. Le parole che pronunciava con tanta sofferenza erano pugnalate gelide per la mia coscienza –che ne sai tu di cosa sia l’inferno?-
Aveva parlato senza rabbia, umiliandomi con una semplicità tale da lasciarmi muto ed immobile.
Un lampo illuminò il gelido vuoto tra di noi.
Gli occhi di Jamie, lucidi nel buio azzurrognolo della notte, si erano lasciati sfuggire una lacrima di amaro rimpianto: -Perché avrei dovuto far del male a Chiestine? Che c’entrava lei in tutto questo?-
Eppure, nella mia mente, il lontano ricordo di qualcosa che si spezzava, di qualcuno che sbranava, come un leone che tira via pezzi di carne dalla carcassa di una zebra ancora viva, le grida di mia figlia risuonavano assillanti e mi urlavano di non credergli, di non lasciarmi abbindolare da quei discorsi falsi.
Non conosci nemmeno i risultati del tuo lavoro, leggendo nei miei pensieri come in un libro aperto, Jamie bloccò ogni mio ragionamento, l’ultimo sprazzo di razionalità che custodivo ancora in tutta quella storia assurda, gli effetti di quei maledetti geni che mi hanno reso il mostro che odi tanto…
-Era tutta una messa in scena…- mormorai allora, chiudendo gli occhi per un istante e voltando la testa verso destra in modo tale da non dover più fronteggiare quello sguardo.
La vita è tutta una messa in scena…ma non è bello recitare sempre la parte del cattivo…
E si buttò si di me. O, per meglio dire, credei che volesse buttarsi su di me volontariamente.
Rotolammo insieme sul pavimento. Stretto tra le mie braccia, lo sentii gridare con tutta l’aria che aveva nei polmoni. Ricominciò a tremare. Per qualche secondo faticò a riprendere il ritmo del respiro.
Lo lasciai andare.
E lo avvertii strisciare sopra di me e cadere a terra con un tonfo leggero. Portò le braccia intorno allo stomaco e vomitò qualcosa di caldo e incredibilmente denso sulla mia mano, poco distante.
Iniziai a sentirmi io il mostro che tanto odiavo. Avevo messo al mondo un figlio innocente e lo avevo condannato a morte già nell’utero. Una morte spaventosa, violenta, senza fine.
-Perdonami- mormorai umiliato nel cuore per quanto fatto anni prima. Come avevo potuto? Come avevo fatto a mettere un bambino innocente in mezzo ad un progetto infame?
-Perdonami- gridai, mentre noncurante di tutta quella roba che mi veniva riversata addosso, gli prendevo la testa e la poggiavo sul mio petto. Gli avevo rovinato la vita, tolto ogni genere di aspettativa di un futuro felice e soprattutto normale.
Mi ritrovai a pensare che il modo con cui aveva scelto di punirmi era stato fin troppo dolce per uno come me, che non meritavo altro se non lo stesso dolore che per tanti anni avevo inferto senza rendermene conto. Contro di me, Jamie si era tappato la bocca portandoci entrambe le mani davanti. Le gambe raccolte in grembo come un bimbo impaurito, le lacrime agli occhi, i capelli sudati.
Impiegò qualche minuto per tranquillizzarsi, restando immobile tra le mie braccia e chiudendo gli occhi, come per concentrarsi. Poi, abbandonò la testa sulla mia spalla e rimase con le sottili palpebre abbassate per un buon quarto d’ora.
Alla fine io mi rialzai, lo aiutai a poggiarsi con la schiena su un lato del divano e gli misi un cuscino sotto la testa senza che lui dicesse nulla. Sembrava svenuto, privo di sensi, ma non era vero. Dentro di me sapevo che era sveglio e cosciente di quanto gli stava accadendo.
Camminando lentamente mi indirizzai verso la cucina. Alla cieca, presi un bicchiere dalla credenza sopra il lavandino e lo riempii di acqua fresca. Poi, allungai una mano su una ciotola nel frigorifero e presi un piccolo cioccolatino.
Tornai di là per scoprire che Jamie era svanito di nuovo, inghiottito nel buio. Da qualche parte nel mio salotto.
-Avresti dovuto restare fermo!- lo rimproverai osservando a caso un punto indefinito davanti a me.
-È stupido…- mi rispose lui –Non ho bisogno di nulla…- e con una manata fece cadere a terra acqua e cioccolata. Il bicchiere si infranse producendo un suono apparentemente gradevole e ferendomi ad un piede.
Per quanto mi riguarda, rimasi male per quelle parole. Ma ormai sapevo fin troppo bene quanto fosse inutile provare a contraddirlo e mi sedetti sul divano.
Accanto a me, percepivo la sua presenza.
Fuori faceva caldo, dentro casa l’aria bollente del pomeriggio aveva riscaldato i muri.
Sudavo. Ma non avrei mai aperto la finestra.
-Parlami di mia figlia- sussurrai al vuoto, mentre un cane latrava alla mia finestra, spaventato da un tuono improvviso –Ti prego…-
Ma Jamie non ebbe il tempo di iniziare alcun discorso.
Inaspettatamente nella sua testa un acuto suono spezzò quella debole tranquillità che lo aveva pervaso dopo il malore. Il ragazzo si portò entrambe le mani alle tempie e gridò.
-Non farlo! Spegni quel coso!- sembrava disperato.
Io non sapevo che fare. Lo osservai a lungo, indeciso se fosse ancora un effetto della sua agonia o pazzia. Non mi rendevo conto di quanto potente potesse essere la sua mente.
E in quel momento, senza che me lo aspettassi, il cellulare che avevo abbandonato sul comò della mia stanza iniziò a squillare.
-No, stupida! Perché?-
Capitolo quarto
Sentire di nuovo quella canzoncina, dopo tanti anni, mi fece perdere tutta la pietà che, fino a quel momento, avevo provato nei confronti di quel ragazzo in fin di vita che avevo davanti.
I suoi occhi beffardi, nonostante il dolore che provasse, e la dolcezza con cui stava ricordandomi l’ultima sera passata con mia figlia mi fecero ribollire il sangue nelle vene. Lo vidi alzarsi nella notte rischiarata qua e là dai lampi di un temporale assurdo, lo sentii avvicinarmi come se fossi un manichino, sentii le sue labbra, accanto al mio collo, che si muovevano delicatamente in quell’orribile gesto di scherno.
Mi stava provocando. Era quella la sua vendetta…
Gli sferrai una gomitata nello stomaco e la sua ridicola messa in scena si interruppe per consentire alla sua bocca di riversare sulla mia spalla una sostanza calda e vischiosa.
Lo picchiai ancora, voltandomi ed infierendo contro di lui, finché la sua stridula risata e le sue grida non terminarono del tutto, finché con voce umana, non lo sentii pronunciare quella frase…
-Perché mi picchi? Hai forse ritrovato il cadavere di tua figlia?-
Mi bloccai, quelle parole, come tante altre prima di loro, non potevano esser state dette senza uno scopo ben preciso. Con violenza, spinsi un piede poco sotto la sua gola e, continuando a comprimerlo sempre di più tra me ed il pavimento, lo costrinsi a continuare.
-Parla, lurida bestia. Parla! Che ne è stato della mia piccola Christine?-
Lui gemette e, sputando sangue sul tappeto, si lasciò sfuggire un nuovo sorriso.
-Tesoro di papà, angelo caro…- mormorò mentre io continuavo a far forza sul piede –Christine è viva e arriverà qui non appena farà l’alba…è il mio dono per te…o forse per lei…-
Disse così. Eppure nella sua testa uno strano ronzio, il rumore di un taxi, iniziava ad assillarlo. Dentro di sé sentiva che qualcosa, nei suoi piani, era andato storto.
Christine era ansiosa, aveva già chiesto più di una volta al tassista di premere ancora più forte sull’acceleratore, ma l’uomo le aveva detto che non era possibile, che sulla strada ci sono delle regole da rispettare e che chi non le rispettava finiva in prigione o doveva pagare una multa. E l’avrebbe pagata lei, poi?
-A me non importa niente di tutto questo!- la voce alta, i nervi a fior di pelle, la ragazza non voleva permettere a quell’uomo di farla arrivare troppo tardi –Si sbrighi, o la butterò fuori dalla macchina e prenderò io il volante!- il che era ampiamente improbabile perché, tra tutte le cose che le aveva insegnato Jamie, la guida dell’automobile era uno dei pochi argomenti mai sfiorati.
-Si sbrighi le ho detto!-
E, premendo a caso sui tasti del cellulare rosa, si ritrovò ad ascoltare un telefono che, lontano ed anonimo, squillava cupo all’altro capo della città.
Capitolo terzo
Christine si svegliò di soprassalto, lanciando un grido come se qualcuno le avesse sferrato un calcio all’addome.
No. Aveva avuto solo un brutto sogno…
Sbadigliando, poi, allungò tremante un braccio sul cuscino accanto al suo, sperando vanamente di incontrare la resistenza di una mano fredda o quella di una testa dai capelli lunghi. Ma fu tutto inutile. Nella mano, custodiva gelosamente il ciondolo di ferro con quella serie di numeri e lettere indecifrabili che fino a poche ore prima era stato di Jamie.
Jamie…
Suo fratello…
Nella bocca, aveva ancora il sapore acido che la lingua di lui le aveva lasciato, quando l’aveva baciata per la prima ed ultima volta.
Si alzò dal letto, raccolse un oggetto di legno dalla scrivania in fondo alla stanza e lo scagliò, in un impeto di furore cieco e di straziante tristezza, verso il vetro della finestra più lontano. E la ruppe.
-No! Perché?-
Pestò i piedi a terra, con le mani, si strappò di dosso la sottile camicia da notte che Jamie le aveva regalato all’inizio dell’estate.
Poi, all’improvviso, iniziò a cantare un motivetto che non ricordava più, una canzoncina che le affiorava alle labbra come se qualcuno, dentro di lei, gliela stesse suggerendo ad un orecchio.
E capì che non poteva aspettare l’alba, che aveva bisogno di spiegazione e che ne aveva bisogno in quel momento. Perciò, andò in cucina e prese il cellulare rosa, abbandonato da qualche giorno tra i cuscini del divano. Lo accese e, con grande meraviglia, si rese conto che stava facendo il numero da solo.
Christine ordinò un taxi e mezz’ora dopo vi salì a bordo.
Erano le tre e venti di una calda domenica di inizio agosto.
| Titolo | Eclipse | |
| Autore | Meyer Stephenie |
PER TUTTI GLI APPASSIONATI DI MR MADNESS!
“…Il suo cuore aveva chiesto di pulsare sangue caldo
Ed ora…
Ogni sua goccia è divenuta
VELENO…”
Il bimbo osservava la scena dall’alto dell’albero. I capelli neri sciolti al vento e gli occhi fissi su ciò che stava accadendo sotto di sé.
Era più di un’ora che stava lì, immobile come un predatore che attende la sua vittima e, finalmente, il suo desiderio era stato placato…
La luna splendeva alta e maestosa come non mai, argenteo disco lontano, come una regina degna del suo titolo, gettando la terra ai suoi piedi in una sorta di incantesimo velato, un incantesimo dolce per chi sogna, terribile, per chi non lo conosce…
Shane l’aveva scrutata a lungo, silenziosamente, con ossequio quasi, lui, creatura della notte e signore delle ombre, lui, unico predatore...
Un gufo emise uno strano suono gutturale, poco dietro le sue spalle, poi, aprì le ali accarezzandogli dolcemente il viso e sparì, volando infastidito dalla quella presenza sul suo albero, alla ricerca di un posto più sicuro dove rifugiarsi.
I suoi lamenti striduli ed il battito delle sue ali furono come una sorta di ninna nanna, per il bambino, che si lasciò cullare da quel fruscio insolito e da quella necessità che si stava per compiere: il gruppo di uomini si muoveva lentamente nel fitto dei rami, in un silenzio innaturale, che non tradiva la loro presenza, tutti, rigorosamente in fila, uno dietro l’altro.
Il re in testa.
Fu allora che Shane decise di mostrarsi alle sue inconsce prede. Con grazia e naturale agevolezza, scese lungo la corteccia dell’albero, al sicuro nel buio di quella notte. Il suo lieve respiro iniziò a farsi pesante con la fatica, ma il bimbo riuscì a dominarlo, come un abile cacciatore.
Una volta con i piedini a terra, si voltò nella direzione desiderata, e scoppiò in lacrime…
Ci sono misteri che solo la notte può svelare: paure che aleggiano sopra a laghi e alberi, trafiggendo ombre e ripari, suoni sinistri annidati nelle angosce dell'animo umano, esseri che si nutrono di tenebre, demoni vaganti e animali feroci." Queste parole rimbombavano nella mente di Eleonor come il rintocco echeggiante di una campana e risultava inutile per lei continuare a ripetersi che creature del genere esistessero soltanto nell'immaginazione popolare.
La giovane sapeva, però, che in quel bosco di faggi, apparentemente inoffensivo e sicuro, si celava un segreto di cui nessuno aveva mai voluto parlare, un segreto terribilmente atroce e ben nascosto tra le fronde dei rami gremiti. Era scappata di casa due ore prima. I suoi genitori volevano che si sposasse con un uomo molto più grande, per assicurarti un futuro, le avevano detto, ma lei non era dello stesso parere. Come si poteva amare una persona, senza neanche conoscerla?
Avvertì un rumore, un gemito lontano che le penetrò ogni fibra del corpo. C’era qualcosa, qualcosa che si muoveva con lei, facendole salire l'adrenalina al massimo. Lo sentiva, avvertiva il fiato di quell'essere sul collo, lucido di sudore e pulsante di paura. Cosa fosse, la ragazza non riusciva lontanamente ad immaginarselo...
Doveva essere qualcosa di molto grosso e pesante per respirare in quel modo, così rumorosamente. Eleonor si guardò intorno, terrorizzata. C’era molta nebbia nella foresta, quella notte, e non riusciva, forse non poteva vedere ciò che la stava inseguendo, in ogni suo singolo spostamento.
La ragazza iniziò a correre e a scappare da quell'animale senza volto e corpo fisico, quasi etereo, che, magari era soltanto un appartenente alla sua immaginazione, un "non so cosa" che l'inseguiva coprendo in tempo sbalorditivo lo spazio percorso dalle agili e snelle gambe della giovane. Inciampò, su un tronco d’albero a poca distanza da lei. Cadendo, si guardò alle spalle, ma non vide nulla, nulla di fisico, se non il muoversi continuo di ombre, e lo sbattere di passi accanto a sé.
Qualcosa si protese in avanti e l’afferrò per un braccio. La giovane avvertì delle zanne penetrare nelle sue carni. Si ribellò, strattonando quell’arto, come se stesse litigandosi un osso con un cane mordace ed affamato. Ma la stretta di quei denti invisibili era molto più forte di lei. Eleonor sentì il sangue colare lungo tutto il braccio, sulla spalle e sulla veste.
Strattonò ancora, sempre più forte, gridando e chiedendo aiuto, finché le fauci di quell’orrenda creatura non lasciarono l’arto, per afferrare il resto.
Eleonor fece appena in tempo ad alzarsi e a ricominciare a correre, evitando per un soffio un morso letale. Proseguì per quel sentiero senza terra e senza vita, ormai ansimando affannosamente, guardando costantemente alle sue spalle e controllando la distanza che diminuiva tra essa e quella bestia invisibile. Sapeva che era lì, sempre più vicino, sempre di più..., poi, ad un certo punto, alcune foglie accanto ad essa si mossero, e non sentì più nulla. La ragazza smise di avvertire la presenza di quella creatura.
Si bloccò, alzando gli occhi davanti a sé. Un magnifico palazzo, coperto dalla nebbia e nascosto dalle tenebre, si reggeva imponente verso il cielo stellato della notte. Aveva un aspetto tetro, buio e minaccioso, un po’ come se fosse stato il diavolo il persona e costruirlo lì, con i suoi schiavi notturni.
Eleonor osservò l’ingresso principale. Non c’erano stendardi a mostrarne la padronanza, soltanto un drappo strappato che si alzava e si abbassava, danzando al ritmo di un vento inesistente. L’unica cosa che si intravedeva in quella stoffa lisa erano due occhi inquietanti, strani nel colore e stretti in due fessure. Enormi e minaccianti grifoni di pietra sedevano immobili ai lati del portone ligneo, osservando la giovane con aria torva.
Eleonor sentì l’animo venirle meno. Lo stesso legno che formava quell’ingresso sembrava fuori dal comune. Riluceva di luce propria, una luce morta, senza calore, che non dava nessun segno di sicurezza e vi erano finemente intagliate immagini di draghi, demoni e strani animali, che sembravano prender vita con lo sguardo, esseri pronti a mietere vittime.
Visibilmente intimorita dall'aspetto misterioso ed imponente della costruzione, la ragazza si accovacciò ai piedi di uno dei grifoni, con le ginocchia a contatto con il grembo. Aveva freddo, il sangue le usciva dalla ferita sul braccio con molta velocità.
Quanto avrebbe voluto non essersene andata di casa. Forse i suoi la stavano cercando, e, presto, sarebbe stata di nuovo tra di loro, al sicuro. Si promise che avrebbe fatto di tutto, persino sposare quell’uomo che loro volevano, se l’avessero ritrovata sana e salva.
Ma nessuno si avventurò in quel bosco, durante la notte, così, dopo aver atteso invano dei soccorsi, stanca e debole, Eleonor s’addormentò, sola e spaventata, alla ricerca di un sonno tranquillo…




In una Scozia dilaniata da faide intestine e dalla guerra contro l’Inghilterra, una voce si diffonde rapidamente in una calda notte d’agosto del 1547: «Lymond è tornato…» Mentre l’esercito inglese marcia verso nord, Francis Crawford di Lymond, esiliato per tradimento, ritorna nella sua città natale, Edimburgo. Lymond è un giovane avventuriero, indomabile ed elegante, che nel tentativo di risollevare la sua immagine e reputazione guida una compagnia di ribelli contro l’Inghilterra, per difendere la sua terra e il suo onore. La sua ricerca di libertà lo condurrà in viaggi affascinanti e avventurosi dall’Inghilterra del giovanissimo Re Edoardo III alla Russia di Ivan il Terribile, attraverso le più aristocratiche corti europee e i loro subdoli intrighi di potere. Primo episodio di una fortunatissima saga, Il gioco dei Re conferma il grande talento di Dorothy Dunnett nell'illustrare gli avvenimenti e le vicende dell'Europa del XVI secolo e soprattutto la vita, i costumi e le tradizioni di un’epoca che fa da sfondo alle vicende del protagonista Francis di Lymond, eroe romantico e moderno, espressione di virtù e sregolatezza, uomo affascinante e senza scrupoli.
Dall'edizione "Corbaccio - Narratori"
Una nuova, avvincente saga della signora del romanzo storico
Solimano il Magnifico è il sultano dell’Impero Ottomano. Lo zar di Russia è l’uomo che sarà conosciuto come Ivan il Terribile. L’Inghilterra è governata da un ragazzo, Edoardo VI. Maria, regina di Scozia, una bambina di quattro anni, è uno strumento delle eterne rivalità tra Inghilterra, Francia, Spagna, Papato e Sacro Romano Impero. In una Scozia divisa dalla violenza politica interna e dilaniata dalla guerra con l’Inghilterra, una voce si spande velocemente in una calda notte d’agosto del 1547: «Lymond è tornato...»
Mentre l’esercito inglese marcia verso il Nord, Francis Crawford di Lymond, in esilio perché accusato di tradimento, torna a Edimburgo. Nobile, avventuriero, indomabile ed elegante, Lymond ha la lingua di un poeta e talenti pericolosi. Nel tentativo di redimere la sua reputazione, guida una compagnia di ribelli contro l’Inghilterra, per difendere la terra che egli ama così tanto. La sua ricerca di libertà lo condurrà in viaggi affascinanti e avventurosi dall’Inghilterra alla Russia, attraverso le corti e i loro intrighi di potere. Nel grande scacchiere dell’Europa rinascimentale, Lymond è una nuova, imprevedibile pedina del Gioco dei re
"Il Gioco dei re è un libro da non perdere per tutti gli amanti del romanzo storico."
Amazon.com
"Dorothy Dunnett ha creato il perfetto eroe romantico."
The New York Tìmes Books Review
"Dorothy Dunnett sa descrivere un duello meglio di Dumas." (The Boston Globe)
L’emozione e l’entusiasmo che Dorothy Dunnett prova nel raccontare le sue storie vanno di pari passo con il suo rigore storico." (The Times)
"Dorothy Dunnett sa unire con maestria eventi storici e personaggi dal carattere affascinante per dar vita a grandi romanzi di avventura, intrighi, guerre e passione..." (Washington Post Book World)
Un brano:
«Lymond è tornato.»
Si seppe ben presto che lo Squalo aveva raggiunto la Scozia, proveniente da Campvere con un carico fuorilegge e un uomo che non doveva trasportare.
«Lymond è in Scozia.»
A dirlo erano uomini indaffarati, impegnati a preparare la guerra contro l’Inghilterra, e lo dicevano con disprezzo, con disgusto, scambiandosi sguardi obliqui.
«Gira voce che il fratello più giovane di lord Culter sia tornato.» Solo qualche volta una voce di donna lo diceva in tono diverso, e poi faceva seguire un risolino fuggevole.
Gli uomini di Lymond erano informati che stava arrivando. Mentre lo aspettavano a Edimburgo si chiedevano asciutti, senza alcuna preoccupazione, come pensava di poterli raggiungere penetrando in una città circondata da mura...