domenica, 27 aprile 2008

PARTITA FINALE...I MIEI COMMENTI

"Partita Finale"
Dorothy Dunnett


“Tant que je vive, mon coeur ne changera

Pour nulle vivante, tant soit elle bonne ou sage

Forte et puissante, riche de hault lignaige

Mon choix est faite, autre ne se fera!”

Avevamo lasciato Francis Crawford di Lymond, soldato di ventura, spadaccino e poeta, alla corte della zar di Russia, mentre nella madrepatria si tramava contro di lui. Anno 1557, Lymond è costretto a prestare servizio presso il Re di Francia per un anno prima di poter tornare al Cremlino, dove lui crede risieda il suo destino, anche se l'astrologo John Dee gli ha predetto: "Non è una sola cosa quella che cerchi; e il luogo dove si trova non è la Russia". Lymond non se ne cura, pensa solo a combattere gli inglesi con successo, ma Philippa, sua moglie, è determinata a svelare il mistero della profezia e a cercare la verità sul passato e sul futuro del misterioso Lymond.

I MIEI COMMENTI: Il genere di libro che ti resta dentro e che ti lascia sognare, trasportandoti nel mondo, per noi così lontano, della metà del XVI secolo, con risvolti romanzeschi che cambiano il modo di vedere le cose e che non puoi fare a meno di ricordare.  

L'apice di un percorso di vita, l'evoluzione di un personaggio che non solo trascina i suoi compagni con carisma, ma che ti lega alle pagine e ti toglie il respiro con i suoi sospiri, le sue sofferenze, i suoi malori, i suoi tentativi di abbandonarsi alla sorte, alla ricerca di una soluzione finale che possa finalmente alleviarlo dal dolore di una condizione di "batard"...la conclusione, toccante, di un percorso di vita estremamente vario e sfaccettato, con sfumature interessanti sulla società del 1558, sulla sua cultura e sui suoi trascorsi storici...

Decisamente uno dei migliori libri che abbia mai letto, nonché uno dei più dolci romanzi d'amore (anche se non è questo l'intento principale dell'autrice) che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.

Più che soddisfacente, nello stile altisonante e ricco di citazioni in latino e francese antico di poeti contemporanei ed antecedenti al protagonista tipico di Dorothy Dunnett, questo libro merita certamente un posto d'onore nello scaffale, insieme a tutti gli altri appartenenti a questa emozionante saga.

Consigliato a tutti coloro che amano sognare mondi diversi e personaggi che, forse, nella vita, è impossibile incontrare...

postato da: 34AF7KO2 alle ore aprile 27, 2008 22:00 | link | commenti (12)
categorie: i libri da non perdere
martedì, 15 aprile 2008

Un Angelo cattivo...

Capitolo 3 

Feci un grosso respiro e mi preparai a sorridere, come sempre facevo prima di iniziare una seduta con un nuovo paziene.

-A quanto pare- iniziai a dire, voltandomi lentamente nella direzione dove si trovava la sedia inchiodata al pavimento –questi signori ti vedono come un…- ma mi bloccai immediatamente: la sedia era vuota.

-Un mostro?- la voce mi raggiunse da dietro e mi fece raggelare il sangue. Era sottile, acuta, forse troppo per la sua età, ed incredibilmente fredda.

Mi voltai verso di lui e me lo ritrovai a pochi centimetri dal viso. I suoi occhi gelidi, fissi in un’espressione senza luce e senza calore erano alla stessa altezza dei miei e si muovevano lievemente oltre le palpebre che, di tanto in tanto, si chiudevano.

-Probabilmente hanno ragione…- cercava di tenerli il più aperti possibile, come volesse nascondere una miopia piuttosto grave, senza preoccuparsi che risultassero troppo grandi per la conformazione del suo volto.

Erano profondissimi, chiari e limpidi come pozze d’acqua in una distesa del polo sud.

-…ma lei questo non può saperlo…ancora…-

La sua voce mi lasciava perplesso, mi penetrava nelle orecchie e mi tamburellava dentro come un’eco secca di una campana.

Scossi lievemente la testa per cercare di chiarirmi le idee e ripresi a sorridere.

Poi, allungai una mano verso di lui ed attesi che la stringesse prima di presentarmi.

Ma non lo fece…

-Mi chiamo Edward Wallgreen- cominciai –sono uno psicologo e lavoreremo insieme nei prossimi mesi…- era la mia solita formula di apertura, sempre la stessa da ormai quindici anni…

Tristran mi osservava attentamente dalla punta dei capelli tirati indietro ed un po’ ingrigiti, alle scarpe tirate a lucido la sera prima. Non gli era sfuggito nulla, nessun particolare sul mio modo di vestire e sulla postura che avevo assunto. Era un piccolo ma scaltro predatore dinnanzi alla prossima preda…

Attese educatamente che avessi finito di parlare, senza mai togliermi gli occhi di dosso, poi, fece un movimento strano e molto veloce e si spostò alla mia destra, verso il tavolo dove giacevano i miei strumenti del mestiere. Apparentemente curioso, come tanti altri lo erano stati prima di lui, si avvicinò alla  ventiquattr’ore già aperta e frugò tra i fogli ed i pennarelli che avevo portato, tirandone su, di tanto in tanto, uno particolarmente bello o che aveva colpito la sua attenzione.

Poi, come se un fantasma dal suo interno lo costringesse a parlare, iniziò a presentarsi, riprendendo con astuzia la mia formula di apertura e variandola quel tanto che gli era necessario per farmi sentire un’inutile estraneo ed una preda indifesa: -Mi chiamo Tristan- mormorò assente -sono un mostro e lei lavorerà insieme a me per i prossimi venti minuti, prima di cominciare a sbattere su quella porta e ad urlare ai guardiani di portarla fuori immediatamente…poi, correrà di filato dal direttore del carcere, lo insulterà per averla costretto a restare così tanto tempo in mia compagnia e affermerà fermamente di non voler più avere a che fare con me…-

La voce cadde qualche secondo prima di terminare la frase.

Era il discorso più lungo che mi fosse stato rivolto da un paziente, il più articolato ed il più terrificante: in un qualche orribile modo, nella mente di Tristan era radicata l’idea che, prima o poi, nel giro di pochissimo tempo, lo avrei rifiutato.

Era una nota interessante da inserire nel mio block notes.

Già qualche anno prima, quando ancora lavoravo in ospedale, avevo conosciuto una bambina che, presentandosi, mi aveva detto che presto io l’avrei lasciata sola con un orco cattivo. è un atteggiamento tipico di chi, non essendosi mai sentito amato ed apprezzato da nessuno, preferisce allontanare chiunque prima di potercisi affezionare. Un metodo perfertto per chi teme di potere uscire ferito da una relazione con l’altro. Una tattica difensiva che, il più delle volte, si rivoltava contro il proprio sfruttatore.

Ma Tristan non era come lei: con il tempo l’altra bambina era finita per affezionarsi a me e a non temere più di essere lasciata sola, lui invece questo timore non lo avrebbe mai esorcizzato.

Lo fissai con apprensione: si era seduto a cavalcioni sul tavolo e mi osservava incuriosito, rigirandosi tra le dita un vecchio pennarello nero.

Lo avvicinai e mi sedetti sulla sedia poco distante da lui. Poi, incrociai le mani ed accavallai le gambe, continuando a guardarlo e respirando a fondo.

-Perché dici così?- gli chiesi, dopo un attimo di pausa.

Lui prese a fissarsi le mani e non rispose.

Decisi di concedergli del tempo e mi rialzai in piedi.

Avvicinandomi al tavolo, presi in mano un foglio di carta ed una matita e glieli consegnai.

-Hai voglia di fare un disegno?- era una frase che avevo pronunciato centinaia di volte e che per centinaia di volte aveva avuto sempre la stessa risposta: tutti i bambini amano disegnare…

Tristan invece prese in mano la matita e se la laciò scivolare via quasi immediatamente. La mina cadde a terra con un tonfo leggero che non spezzò il suo silenzio e si ruppe in due pezzi.

Dal canto mio, presi un respiro profondo e chiusi gli occhi per un istante.

-Bastava dire di no…- lo rimproverai senza alzare la voce, poi mi chinai verso il pavimento e raccolsi i due detriti.

-è sempre sufficiente dire di no?- mi rispose, lanciandosi giù dal tavolo e percorrendo a grosse falcate la circonferenza della piccola stanza –io dico di no- si voltò a guardare l’espressione del mio volto e mi scagliò contro un sorriso agghiacciante –Quando mi hanno chiesto di non ucciderli…io non ho avuto pietà: è da meschini dire di no…meglio il silenzio…riempe tante cose!-

La matita cadde di nuovo sul pavimento…

Quella volta, però, non fui io a raccoglierla: Tristan si precipitò su di essa e me la rimise tra le mani senza timore. Strano: prima di lui, nessuno dei miei azienti aveva mai avuto il coraggio di sfiorarmi o anche solo di avvicinarmi.

Glielo dissi, gli chiesi se aveva paura di me, di ciò che avrei potuto dire di lui, di ciò che avrei potuto fare in quanto adulto.

Mi guardò negli occhi ridendo.

-Lei è come tutti gli altri:- spiegò lentamente, con la lingua che, di tanto in tanto, produceva dei suoni strani -fanno i duri, all’inizio, cercano di mettermi i piedi sulla testa perché sono più piccolo…- i suoi occhi si erano ridotti a due fessure. Ricominciò ad allontanarsi da me e prese a girarmi intorno come un avvoltoio. Teneva lo sguardo fisso in avanti, ma sapevo che qualunque movimento avessi fatto, anche il più impercettibile, non gli sarebbe sfuggito.

-E poi?- cercai di stuzzicarlo, ingrossando la voce e gonfiando il petto con tutta la forza di volontà che possedevo.

Con uno scatto mi fu addosso. Attorcigliò le mani sul collo dalla mia camicia e mi spinse con forza contro il muro.

Le sue labbra, a pochi centimetri dal mio naso, erano sottili e perfette, rigide per la rabbia e dure nel parlare.

-Poi…- le avvicinò al mio orecchio e ridusse la voce fino ad un sussurro –poi iniziano a tremare e diventano bambini…-

Trassi un lungo respiro. Sentivo le sue mani gelide sul collo, le dita sottili e lunghe erano chiuse a poca distanza dalla giugulare: se avesse voluto, con un solo colpo avrebbe potuto togliermi il fiato…

-Ti credi così potente? Così forte?- lo provocai, restando immobile tra lui ed il muro alle mie spalle.

Per un attimo la sua espressione cambiò leggermente e nelle iridi celesti comparve un piccolo bagliore, simile a quello di un diamante sotto la luce del sole: un bagliore freddo, terrificante, il bagliore che attraversa lo sguardo di un lupo davanti alla preda indifesa.

Poi, all’improvviso, si sfuggì un sorriso: la mia battuta lo aveva divertito. Gettò la testa indietro, lasciando che i capelli biondi gli sfiorassero le spalle e socchiuse gli occhi.

Allora, lentamente lo sentii sciogliere la presa e lasciarmi libero.

Si allontanò leggermente tenendo un braccio serrato contro il ventre e scuotendo la testa: lo sguardo rivolto verso il pavimento. Le sue risa erano quelle di una iena prima di attaccare…

Camminò all’indietro, conscio che nella stanza non c’era nulla che avrebbe potuto ostacolare il suo passo facendolo inciampare, finché con le spalle non incontrò il muro. Allora, senza mai smettere con quella risata agghiacciante, si lasciò scivolare verso il basso e nascose la testa tra le ginocchia.

A poco a poco, smise di sussultare e di ridere.

Io lo fissavo stupefatto, impotente, rapito dall’apparente dolcezza dei suoi lineamenti: lo zucchero che nasconde l’amaro.  Poi, mi voltai e presi in mano i miei appunti. Trascrissi a mano quello che già avevo fissato a mente: instabilità, pericolosità, megalomania. Lui restava tranquillo, come se qualcuno gli avesse sfilato improvvisamente le batterie. In silenzio ed immobile.

Guardai l’orologio: le otto e venti. Era passato solo un quarto d’ora da quando avevo convinto le guardie a lasciarmi solo con Tristan. Ed ancora un lungo, lunghissimo quarto d’ora mi attendeva prima di potermene finalmente uscire da quel posto.

A quell’ora le mie bambine dovevano già essersi svegliate…

Chissà se mi avrebbero aspettato prima di cominciare ad allestire l’albero di Natale ed il Presepe…

Di nuovo gli lanciai un’occhiata: era rimasto nella stessa posizione. L’unica cosa cambiata, in lui, era una mano: ora stretta a pungo sopra al ginocchio sinistro.

Sospirai e mi sedetti accanto a lui, la schiena poggiata sul muro e le gambe distese in avanti.

-Il direttore mi ha detto che ti interessi di matematica e di entomologia…- dissi –è vero?-

Nulla. Non ottenni risposta: sembrava davvero che qualcuno lo avesse spento.

-Da cosa deriva questa passione Tristan?- ritentai –Gli insetti! Non ti fanno schifo?-

Alzò la testa con uno scatto e mi guardò innocente: -Gli uomini!- esclamò alzando gli occhi al cielo -Non le fanno schifo?-

Mi azzerò.

Tristan 1; Strizzacervelli 0…

-Qualche volta…- risposi. Avvertii la voce tremare un po’ prima che la frase uscisse dalla bocca, ma riuscii a bloccare il tremore prima che lui se ne accorgesse: -ma sono un uomo anche io e sono costretto a viverci insieme…-

Sorrise. Un sorriso amaro che mi strappò un istante di compassione: -Gli uomini sono come i vermi:- sentenziò assente, fissandosi d’istinto le mani –che cosa cambia se scelgo di vivere con gli uni o con gli altri?-

-Non si può vivere con i vermi!-

-Chi lo dice?- mosse le dita fino a far scricchiolare le giunture. Sul polso, poco sopra l’attaccatura della mano, una vena si gonfiò leggermente, disegnando sulla pelle diafana una linea violacea. La fissò per un po’, serrando per un attimo le labbra, poi, annunciò  divertito che uno degli uomini che aveva ucciso aveva vissuto con i vermi per più di vent’anni…

Non sapevo se stesse dicendo la verità o se avesse pronunciato quella frase solo per distogliere la mia attenzione dai suoi interessi, ma era così raccapricciante, così senza senso che non ruscivo a togliermela dalla mente.

Ovviamente chiesi spiegazioni e ovviamente non ricevetti risposta: dovevo formulare le domande giuste…

Decisi di non pensarci e mi buttai in quella discussione distruttiva a capofitto: -Non ti fa impressione quando in Tv vivisezionano i vermi?- era una domanda fin troppo cretina perché potessi sopravvalutarla.

-A lei piacciono i film dell’orrore?-

Era un battibecco senza senso.

-Perché no?- risposi –Ho una figlia di quindici anni fissata con quel genere di cinema: l’ultima volta ci ha costretti a vedere “The Ring”-

-I vermi vivisezionati in Tv sono come i film dell’orrore…-

Deglutii a forza, convincenomi a non strozzarmi.

Era convinto di quello che stava dicendo…la sua freddezza clinica per certe cose mi sconvolgeva…

Mi scappò detta una frase di troppo…

-Gli uomini che hai ucciso non ti hanno fatto pena come ti fanno pena i vermi vivisezionati?- uscì senza che potessi impedirlo. In essa c’era tutto il rancore ed il disgusto che provavo per quel ragazzo così poco infantile e così poco normale.

Tristan sorrise: non se l’era presa per la mia infelice alzata d’ingegno.

-Ha mai schiacciato con il piede un’ape morente che le aveva punto un braccio?- probabilmente era l’eufemismo migliore che potesse usare per descrivere ciò che aveva fatto.

Avrei voluto dire di no…ma non lo feci.

-Il signor Schmitz, Billie Curtis, i due neri, l’altro bastardo…erano tutte api dal pungiglione facile…- disse, poi sorrise di nuovo, inclinando la testa da un lato e scoprendo il collo inerme.

Attraverso la pelle candida e sottile potevo vedere il flusso del sangue che gli rendeva più roseo il volto.

-Hai…- cominciai, ma mi bloccai. Nei verbali letti su di lui era stato scritto chiaramente che aveva confessato tutti i delitti, astendondosi però di rivelarne i moventi –qual’era il loro peccato?-

Mosse la lingua nel palato.

Afferrò un labbro e lo morse con forza.

Ma non emise suono…

Alzai lievemente la voce: il suo improvviso mutismo oscurò le mie speranze di istaurare un discorso serio.

Ritentai: -Qual’era il loro peccato Tristan? Perché li hai uccisi?-

Di nuovo nessuna risposta.

Solo silenzio.

-Tristan perché?- insistetti –Perché?-

E, finalmente, attirai il suo sguardo.

Furente.

Offeso.

-Altra domanda…- fu l’unica cosa che disse, fissandomi duramente e con i pugni nuovamente serrati sulle ginocchia. La sua voce era tagliente e crudele come una spada. Le mani tremavano leggermente e gli occhi, pungenti, erano immobili su di me.

Scossi la testa.

-Altra domanda…- ripeté, abbassando la voce fino a raggiungere la forza di un sibilo.

Avevo fatto centro: quello era l’argomento proibito.

Cercai di provocarlo, volevo rispondesse a tutti i costi…

-Che cosa c’è?- gli gridai contro, alzandomi dalla posizione in cui mi trovavo ed allontanandomi dal muro, verso la porta. Tristan seguì i miei spostamenti senza dire una parola, senza spostare lo sguardo dal mio volto –Il passato ti fa soffrire?- continuai –Ma non eri così potente da non aver paura di nulla?-

Spalancò le palpebre. Le sopracciaglia bionde, quasi indefinite sul viso pallido, assunsero una forma singolare: la forma della rabbia.

Uno dei due pugni scattò verso l’esterno, nel punto esatto dove qualche secondo prima c’ero io, e s’incassò nel muro, strappando piccoli pezzi al primo strato di vernice e gettando qua e là qualche minuscola goccia di sangue.

Avevo vinto: avevo toccato il suo orgoglio, ma ignoravo che cosa questo potesse recare. Così come ignoravo la verità…

Tristan si alzò di scatto e mi raggiunse dall’altra parte della stanza. Fu inutile tentare di scappargli: mi agguantò come un gatto con il topo e prese a giocare con me così come aveva fatto con gli altri cinque…

Aveva un’espressione indecifrabile: un misto d’ira verso se stesso e risentimento per essersi fidato di me. Aveva abbassato la guardia troppo in fretta.

Mi aggredì con tutta la cattiveria che il suo corpo angelico poteva possedere. Usò la lingua, biforcuta e pericolosa quanto quella di un demone, per penetrarmi con le parole e gli occhi per ipnotizzarmi. La forza con cui mi strinse per la seconda volta contro il muro non era minimamente paragonabile a quella che il suo viso magnetico esercitava sul mio: non potevo fare a meno di fissarlo e di…temerlo…

Era forte e duro come un uomo di dieci anni più grande, forse più di me, forse più di chiunque altro.

Tremava. Il viso era livido per la rabbia.

 -Che cosa vuoi?- urlò, lottando contro di sé per ricacciare le lacrime nell’angolo interno degli occhi –Che cosa vuoi da me? Perché sei qui il giorno dell’antivigilia di Natale? Non hai una famiglia a casa? Non hai un cazzo di albero da decorare?- l’isteria gli aveva dilatato le pupille ed allargato le narici.

Sul collo il flusso di sangue era aumentato ed il cuore gli batteva così forte che io stesso potevo avvertirlo.

Stava andando in iperventilazione…

-Calmati…-fu l’unica cosa che riuscii a dire ed alzai gli occhi verso la telecamera nera appesa in un angolo alle sue spalle.

Dentro di me sentivo crescere l’ansia e la paura di non poter tornare a casa.

Tristan stringeva forte e non mollava la presa.

Cercai di divincolarmi, ma per quanto la mia forza potesse sovrastare la sua, era la rabbia a dominarlo e la rabbia è un nemico difficile da combattere.

Nella sua ottica io ero il nemico: lo avevo ferito ed era giusto che pagassi per questo.

Lanciai ancora uno sguardo verso la telecamera, poi, tornai a fissare il mio paziente in attesa che crollasse, da un momento all’altro, per assenza di ossigeno.

Ma Tristan era forte e non crollò. Continuò a sbraitare e ad agitarsi. Mi maledì per essere lì e mi accusò di crudeltà.

-Lei è come tutti gli altri!- gridava –Menefreghista e malvagio! Non vi interessa nulla di me, né di Marilù…parlate, parlate soltanto ma poi quando uscite da qui non vi ricordate più nemmeno che siamo e vi divertite alle nostre spalle!-

Scuotevo la testa, impotente davanti a tanta furia ed immobile, schiacciato dal suo peso. Lo vidi stringere gli occhi per constringersi a non piangere, quegli occhi che ora si erano fatti rossi e che brillavano alla luce della lampada biancastra sopra di noi. Si morse ancora le labbra e ne fece uscire del sangue.

-Perché non ci lasciate in pace? Perché ce l’avete con me?-

Fu in quel momento che avvertii la porta aprirsi…

Le guardie entrarono e si scagliarono massiccie contro il ragazzo e lui, impotente contro di loro, continuò a lottare finché non riuscirono a scoprirgli un braccio e a tenerlo fermo abbastanza da permettere all’infermiere di iniettargli una dose abbondante di tranquillanti direttamente in vena.

Poi, lentamente come lentamente diminuivano le ribellioni, lo lasciarono andare.

Allora, Tristan si raggomitolò su un finco e, finalmente, scoppiò in lacrime…

      Il mostro, per quanto freddo e di pietra fosse apparso, ritornò per un istante bambino. Gli occhi s'illanguidirono velocemente, la bocca iniziò a tremare, vistosa nel pallido panorama delviso e gli artigli e gli aghi che fin'ora gli avevano rivestito il cuore di dissolsero nel nulla... 
postato da: 34AF7KO2 alle ore aprile 15, 2008 15:19 | link | commenti (10)
categorie: un angelo cattivo
lunedì, 14 aprile 2008

Un nuovo progetto...

"Un Angelo cattivo"
Michela Bianconi
postato da: 34AF7KO2 alle ore aprile 14, 2008 19:00 | link | commenti (6)
categorie: un angelo cattivo

Un Angelo cattivo...

PROLOGO:

“La prima lettera di Tristan ai giudici”

Egregi signori della Corte,

nel momento in cui muore, ogni uomo è simile agli altri. Per quanto possa essere forte, eroico, di fronte all’idea di andasene per sempre diventa bambino. È spaventato. Il terrore gli rapisce il suono, prima ancora che lo possa emettere, inizia ad immobilizzarsi, tende il collo verso la luce mentre i suoi occhi assumono la consistenza di un abisso, profondo come l’inferno e nero come l’oblio. Si sente impazzire, non gli importa più nulla di tutti quei discorsi sul decoro e sulla dignità con cui ha impastato la sua vita inutile, si mette in ginocchio, piange, si piscia addosso, implora.

Perché l’uomo è una macchina fragile che annaspa ed annega nel disperato tentativo di emergere. L’uomo è una creatura insulsa ed inutile che gioca con se stesso finché non si fa male.

L’uomo è nonsense, è paranoia allo stato puro, incapacità di convivenza, brutto e bello allo stesso tempo. Cattiveria, spavalderia, noncuranza ed immaturità elevati all’ennesima potenza.

L’uomo è un animaletto debole che tenta di fare da padrone e non ci riesce…

L’uomo è uomo finché non gli si presenta davanti il pericolo e, allora, diventa bestia e lo affronta oppure si lascia trasportare e soccombe.

Mi è stato chiesto di essere franco e sincero.

Ebbene, questo è un desiderio che non mi appartiene. Di chiunque sia stata la scelta, dovrà affrontarne le conseguenze. Non ne sarò responsabile e non me ne sentirò in colpa.

Partirò con qualcosa di semplice.

Mi è stato chiesto se il modo con cui mi faccio chiamare non rimandi, in un qualche modo, alla figura leggerndaria di Tristano, cavaliere della tavola rotonda, e se non mi fossi ispirato a questa sua nomina, visto e considerato che nel vostro ideale io dovrei considerarmi un cavaliere di guistizia. Mi si deve credere se dico che, se avessi dovuto veramente ispirarmi a qualche personaggio, a quest’ora il mio nome sarebbe Hannibal, o Jack, o Vlad.

Ma io sono solo me stesso e non è colpa mia se me stesso è divenuto l’incubo di qualcuno.

È colpa degli altri…

Si, è vero. Potreste pensare a me come ad un volto pallido, spettrale che emerge lentamente dal inconscio ogni volta che ci si sente tranquillo, che pervade i sogni, un’ombra scura che sembra di intravedere lontano, alle proprie spalle, ma che, poi, voltandosi, non si vede più e che, nonostante gli sforzi infititi della razionalità di dire che non esiste, si percepisce, dà l’impressione di attendere…di essere cattivo.

E mi condannereste.

Oppure potreste immaginarmi come una pura e semplice reazione al dolore che la vita mi ha portato.

E, allora, esultereste con me dei miei successi.

      Non tenterò di aparire diverso, di esaltare quello che ho fatto, di cambiare la realtà. Sarebbe inutile. Mi atterrò a ciò che di me si vorrà fare, a ciò che di me si riterrà più giusto.

Non mi interessa più nulla, ormai.

    E, credetemi, dicendo questo non sto affatto cercando la vostra preziosissima benevolenza, la vostra grazia. Sono felice di aver preso il vostro posto quando voi non eravate pronti ad esercitare il vostro potere per vendicare Marilù. 

Dalla sua cella, in attesa di un nuovo strizzacervelli che si diverta a entrarmi in testa.

 Tristan
postato da: 34AF7KO2 alle ore aprile 14, 2008 18:57 | link | commenti (2)
categorie: un angelo cattivo

Un Angelo cattivo...

Capitolo 1 

Mi avevano detto che era un ragazzo difficile.

Che aveva cacciato tre psicologi prima di me e che io non sarei stato l’ultimo.

Mi avevano detto che da quando era stato arrestato e portato nel carcere aveva tenuto un comportamento affabile ed impeccabile, il naso schiacciato su una serie di grossi volumi di Analisi matematica e di Entomologia.

C’era stata anche una foto in giro da qualche parte, mostrata di sfuggita durante uno dei tanti colloqui: un ragazzino biondo, dal viso angelico, che dimostrava meno dei suoi diciassette anni.

Eppure, muovendomi con cautela tra i lunghi corridoi grigi del carcere minorile, con il cuore che batteva forte e gli occhi che si muovevano in tutte le direzioni più per la crudele sensazione di sentirmi oppresso che non per puro e semplice disagio (soffro di claustrofobia), sentivo dentro di me crescere una strana sensazione, come se quella giornata potesse essere diversa da tutte le altre, come se la mia esperienza in fatto di adolescenti con prolemi psicologici fosse divenuta tutto d’un tratto acqua…

Nel mio mestiere di orrori ne ho visti tanti: essere specializzati in quel particolare ramo della psicologia che ti permette di entrare in contatto con bambini maltrattati, seviziati, bambini cui è stata strappata l’infanzia ti tempra e, a mano a mano, ti rende sempre più pronto a tutto, sempre più in grado di combattere la nausea e l’orrore che potrebbero suscitarti tanti crimini.

Ma non ero pronto per affrontare Tristan…non allora…

Nel grosso bagaglio a mano in cui riponevo i ricordi di tutta una vita, avevo già inserito qualche caso di adolescente spinto ad uccidere per disperazione o perché stanco di subire.

Ma l’inesperienza e l’impulsività con cui erano stati commessi quegli omicidi non avevano nulla a che fare con la freddezza e la precisione degli altri.

Mi erano stati sottoposti cinque fascicoli: cinque casi di morte violenta inflitta con rigore scientifico e minuziosità matematica senza fretta e, contemporaneamente, in poco tempo. Avevo osservato delle foto: una ventina circa, tutte racchiuse in un libretto dalla copertina di plastica rossa, tutte assurde, da film horror, in cui quattro uomini ed una donna se ne stavano rannicchiati in angoli stretti, o distesi sul prato verdeggiante di qualche parco nei dintorni della città. Ancora vestiti, non legati, sudici e sfregiati in più di un punto sul volto, dipinto di terrore, e sul collo. Nulla faceva risalire a qualche tentativo di rapina o di difesa: chi aveva agito, lo aveva fatto sapendo come muoversi e quando muoversi. Non c’erano mai stati testimoni. Soltanto due delle vittime avevano assistito ognuno alla morte dell’altro, ma erano stati attaccati insieme e non avevano avuto modo di dirlo a nessuno. Ciò che mi sconvolse di più di tutto questo, però, non erano la crudeltà o l’efferatezza di quelle morti, ma la freddezza con cui immaginavo potessero esser state inflitte…

Mi avevano parlato di Tristan il giorno prima che lo incontrassi. Mi avevano dato una lettera scritta di suo pugno ed invitato a leggerla con attenzione. In più, la facoltà di curiosare tra gli appunti dei miei precedessori era stata utile a formarmi un’idea circa il modo di ragionare del paziente.

Logico. Troppo logico.

Non volevo certo rischiare di annoiarlo ponendogli sempre le stesse domande…

Attraverso queste fonti ero quindi venuto a conoscenza del fatto che avesse perso entrambi i genitori in un incidente d’auto quando aveva soltanto cinque anni, che una lontana zia aveva accettato di adottare e crescere la sorellina minore, rimasta invalida, rifiutando però di prendere con sé anche l’altro bambino perché ritenuto troppo vivace e troppo cattivo per poter entrare a far parte in questa società, e che visse così in un orfanotrofio per undici anni, prima di fuggire da lì e far perdere le sue tracce per quasi un anno.

Fino al giorno in cui Edgar Schmitz, direttore dell’orfanotrofio, non fu rapito dalla sua villa fuori città…

postato da: 34AF7KO2 alle ore aprile 14, 2008 18:48 | link | commenti
categorie: un angelo cattivo

Un Angelo cattivo...

Capitolo 2 

Entrai in quella stanza come avevo fatto tante altre volte in altre stanze, stringendo forte in una mano il mio fedele block notes rivestito di carta da regalo e tenendo nell’altra ben salda l’impugnatura di una vecchia ventiquattr’ore con dentro fogli da disegno e pennarelli. Non ero molto abituato a lavorare con ragazzi più vicini all’età adulta che non all’infanzia e per questo non sapevo nemmeno se l’approccio che avrei usato sarebbe potuto andare bene, o se Tristan lo avesse giudicato un po’ troppo immaturo, ma non mi andava di pensarci: sentivo che stavo per buttarmi da un aereo e speravo che la mia esperienza mi avesse almeno suggerito un paracadute.

In fin dei conti, la seduta sarebbe dovuta durare soltanto mezz’ora…il tempo necessario per fare le presentazioni e per iniziare a mettere a proprio agio il paziente, magari scribacchiando un po’ o proponendogli di fare un disegno. Avrei avuto il modo di osservare il ragazzo nei propri gesti e nei propri comportamenti naturali, di vederlo e di parlare con lui: non volevo pensasse di iniziare subito la terapia o che si sentisse oppresso dalla mia presenza, la mia intenzione era semplicemente quella di rendermelo amico, di fargli capire che poteva contare su di me e che poteva aprirsi con me e dirmi tutto quello si sentisse in vena di dire.

Era il 23 dicembre 2007 ed erano le otto del mattino…

Le mie speranze andarono in fumo venti minuti dopo…

Come avevo immaginato, il ragazzo non era solo nella stanza. Con lui c’erano due guardie con la divisa scura e le mostrine ben lucidate ed un infermiere venuto apposta per quell’incontro da una clinica psichiatrica a qualche chilomentro di distanza dal carcere.

Mi salutarono ed io ricambiai il saluto con un sorriso, prima di cominciare a guardarmi intorno e di sistemarmi.

La stanza era piccola e poco illuminata. Sulle parete si vedevano i tratti soffusi di qualche vecchio disegno fatto a matita ed ora parzialmente andato perduto e dai muri, ogni tanto, fuoriuscivano dei vecchi tubi ingialliti e scrostati dal tempo che presumibilmente erano scarichi o condotti di aria condizionata non più funzionante.

Era freddo e non c’erano finestre.

Da una parte, con un lato poggiato al muro, qualcuno aveva piazzato un tavolino di legno dall’aspetto traballante e dagli angoli smussati. Sembrava troppo grande perché potesse essere entrato tutto intero dalla porta di ferro che mi ero lasciato alle spalle e, forse, per questo nessuno si era ancora deciso a toglierlo: non sarebbe uscito se non a pezzi. Mi diressi nella sua direzione e vi sistemai sopra le mie cose, procedendo poi ad aprire la mia valigetta per tirarne fuori una penna ed un foglio di carta bianco: l’autorizzazione a restare solo con il paziente.

Lo porsi ad una delle guardie e quello iniziò a leggere.

Da parte mia, ne approfittai per continuare l’ispezione e così, mentre quello sconosciuto rileggeva come chissà quante altre volte aveva fatto in precedenza le parole del direttore del carcere minorile, ebbi il modo di fissarlo per la prima volta: Tristan, l’angelo assassino, come lo avevano soprannominato i giornalisti, sedeva in una sedia inchiodata al pavimento, le mani strette intorno ai braccioli e le gambe incrociate, tese verso il centro della stanza.

Non mi fissava. Teneva la testa bassa.

Non aveva ancora mai alzato gli occhi dalle sue scarpe nemmeno per vedere che aspetto avessi.

Appariva concentrato e piuttosto malnutrito. Il viso pallido attenuava ancora di più i colori soffusi che la natura gli aveva donato alla nascita: i capelli biondi che gli ricadevano sulla fronte e sul collo sottile e gli occhi nascosti, segretamente custoditi dietro le ciglia lunghe, ma spalancati e ben attenti ad ogni movimento.

Respirava tranquillamente, a ritmi regolari piuttosto lenti ed indossava un vecchio paio di jeans blu scuro ed una maglietta grigia forse un po’ troppo grande per lui. 

A prima vista lo si poteva scambiare benissimo per un qualunque ragazzino di città, ben educato e curato, che aspettava l’autobus in una delle tante strade affollate del centro e pareva dimentico di cosa stessimo per fare o del luogo in cui ci trovassimo.

Lo fissavo come incantato: dal suo aspetto sembrava impossibile che avesse potuto fare qualcosa di terribile come uccidere cinque persone. Era come un bambino, piccolo fisicamente e gracile, con quel visino delicato e bianco da ridente ragazzino della pubblicità…eppure a leggere il suo fascicolo appariva un mostro, un assassino…un essere di ghiaccio pronto a tutto pur di raggiungere i propri scopi…

Si sentiva osservato, questo lo vedevo, ma non a disagio: per lui noi eravamo come pioggia, scroscinte ma chiusa all’esterno del suo io…

Non alzò gli occhi nemmeno quando, richiamando la mia attenzione con un suono rauco, la guardia mi restituì il mio foglio e fece per avvicinarlo per le ultime raccomandazioni.

Indifferente, restò immobile, chiuso in chissà quale mondo distorto della sua mente, persino quando quello gli si cucciò accanto e gli passò due dita su un polso bene in vista.

Fu in quel momento che le vidi…

Scintillanti, metalliche, le manette che lo ancoravano alla sedia sembravano troppo strette per lui.

Feci un passo in avanti…alzai una mano tremante, poi la riabbassai immediatamente riprendendo ad avvicinarmi.

-Che cosa?- momorai, quasi senza voce. La guardia si voltò immediatamente a guardarmi, avida di spiegazioni che non sapevo darle.

Qualunque cosa avesse fatto quel ragazzo, in qualunque modo avesse strappato la vita a quelle persone, non avrei mai permesso a nessuno di constringermi a parlare con un prigioniero legato ad una sedia inchiodata al pavimento.

-Toglietegli quella roba…-

Essendo uno psicologo specializzato in adolescenti, sapevo meglio di chiunque altro che quel genere di comportamento non poteva far altro che indispettire ancora di più il paziente e di turbarlo oltre ogni modo, distruggendo qualunque tentativo di approccio sincero.

-Mi rifiuto di lavorare con un ragazzo legato ad una sedia…-

 La guardia mi guardò un po’ apprensiva: probabilmente non si spiegava bene il motivo per cui sembravo comportarmi così.

Guardò il ragazzo, ora finalmente presente nella stanza, e poi di nuovo me con fare interrogativo: -Vuole che lo lasci libero?- mi chiese ed io annuii.

-Ma è pericoloso, dottore…potrebbe farle del male…-

Annuii di nuovo, con più fermezza.

-Non importa…- dissi poi –Lasciatelo libero di muoversi…-

L’uomo non sembrava affatto convinto della mia decisione: lanciò delle richieste d’aiuto mute agli altri due, poi, visto che quelli non rispondevano, iniziò a cercare la chiave nel taschino della camicia.

-Ne è sicuro?- domandò ancora, prima di infilare la chiave nella serratura e di girarla.

A Tristan sfuggì un sorriso…

Li accompagnai tutti alla porta ed attesi sorridendo che se ne andassero. Preoccupati per la mia incolumità, nessuno di loro pareva così convinto di volersene uscire dalla stanza con tanta fretta, perciò mi sentii in dovere di rassicurarli, dicendo che non sarebbe accaduto nulla. Così mi mostrarono una piccola telecamera nera, appesa in un angolo: -La verremo a prendere immediatamente…- furono le ultime parole.

Poi, finalmente, si chiusero la porta alle spalle.  

Ero rimasto solo...

postato da: 34AF7KO2 alle ore aprile 14, 2008 18:35 | link | commenti
categorie: un angelo cattivo
venerdì, 04 aprile 2008

Quella notte dormii aggrappata al mio sogno...

Quella notte dormii aggrappata al mio sogno...
Circondata dal buio, annegata nell'oscurità interrotta soltanto di tanto in tanto
da un timido raggio di luna sfuggito alle nuvole...
In silenzio, con il lenzuolo avvolto intorno al corpo e la coperta ripiegata sulle
spalle.
Accanto a me Lui dormiva. Un angelo dolce e tranquillo, ranicchiato delicatamente su se stesso ed invisibile agli occhi. A tratti vedevo i suoi capelli di rame apparire e scomparire sulla federa del cuscino, poi una mano bianca, poco lontana dalla linea perfetta delle labbra, la spalla, il naso.
Era scoperto, come in qualunque altra notte, ed era placido e silenzioso come in qualunque altra situazione. Il suo sonno composto, il suo respiro quieto e lieve che mi stuzzicava le orecchie erano gradevoli ed avevano quella rara capacità di chetarmi...
Allungai le braccia verso di lui con uno strano movimento e, spostando molta più aria di quanta, effettivamente, avessi voluto, infilai una mano nel piccolo spazio tra il suo collo ed il materasso. Lo abbracciai e lo tenni stretto con forza al mio petto.
Ma non mi riuscì di turbare il suo incanto. Si mosse leggermente, gemette a contatto con la mia pelle, ma non interruppe il proprio sonno.
Nel buio cercai di evocare l'immagine del suo volto, la stanchezza che sempre gli offuscava lo sguardo e che disegnava sui suoi lineamenti i lineamenti dell'innocenza, come fosse ancora un fanciullo, come necessitasse ancora di protezione, nonostante la durezza del suo corpo scolpito dagli anni e dalla fatica.
Immersi il volto tra i boccoli pallidi che emergevano si e no dall'ombra. Inspirai il profumo delicato della sua pelle...in un istante il torpore del mio corpo cessò e l'angoscia che mi aveva svegliata si assopì dolcemente, catturata dalla sua aurea quiete.
Alzai leggermente gli occhi: la fascia scura sul suo comodino mi fece ricordare giorni diversi, giorni d'infanzia, quando ancora bambini giocavamo insieme sui prati e immaginavamo un futuro migliore, senza diversità di orgine, senza badare alle sfumature strambe della vita...io e lui soltanto...fino all'orizzonte...
Ma la vita è crudele e distrugge pedine innocenti...
postato da: 34AF7KO2 alle ore aprile 04, 2008 21:30 | link | commenti (2)
categorie: piccole storie

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