mercoledì, 21 maggio 2008

Le mille verità del Puffo Pazzoide...




"Le mille e una
pazzie...: le
verità del
Puffo Pazzoide"

di

Michela Bianconi
postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 21, 2008 21:11 | link | commenti
categorie: le favole del puffo pazzoide

Le mille verità del Puffo Pazzoide...

Jack Sparrow sé mua!

  Oggi sono felice: me ne sto lungo sul letto e rifletto. Non mi capita mai di riflettere: la vita è
stupida... Ho viaggiato per tutto il cielo stamattina, sono stato vento e sono stato nuvola, ho messo le ali e mi sono librato verso il sole, ma poi le ali si sono sciolte e sono caduto a terra. Allora sono stato orso: ho rubato tanto miele, Orsetto Winnie! Sono goloso di miele, ma mi piace di più la cioccolata...la cioccolata è il tesoro dei pirati, il tesoro di Capitano Uncino!
  Il mio tesssoro!
  Sono io Capitano Uncino!
  No, non sono io. Non mi piace: io le dita ce le ho tutte e dodici...
  Sono Jack Sparrow! Ecco, si, lui mi sta simpatico: è pazzo, lui, ma mi sta simpatico. Come si muove, poi, mi fa sbellicare dalle risate, tutto così e....così e....così...è libero...ha una nave. Aspetta! Com'è che si chiama? Ah! No, niente: l'ho trovato...Jolly Roger!
  Bene...c'è Barbossa laggiù, alle tue spalle... attento! Può assalirti! Lo sai che ha una pistola che fa bum bum? Lui è una specie di zombie, sai? La notte si trasforma in uno scheletro che parla! E
poi, e poi, beve il vino, ma siccome è uno scheletro brutto e cattivo il vino esce via dalle costole e si bagna tutto! E così rimane con la sete...s'impara! Così la prossima volta ci pensa due volte prima di ammutinarsi e di tradirmi!
  Ho promesso a Will Turner che lo avrei aiutato a liberare Elizabeth...ma la prossima volta lo butto in mare! Non mi da retta, resta seduto sul letto e fissa il muro, immobile come una statua e respira quando se ne ricorda. Allora io gli tiro un braccio e lo faccio cadere a faccia in avanti, ma lui si rialza e si rimette a sedere sul letto e rifissa il muro.
  Uffa però! Domani mi cerco un altro Will Turner! Chissà se quello del quarto piano ha voglia di giocare con me ai pirati domani, quando i marziani vestiti di verde ci portano in giardino...secondo me si sono persi le antennine: io non le ho mai viste!
  Ma poi che ci fa lui con Elizabeth?
  Elizabeth è brutta: ha i baffi e la camicia bianca con i bottoni di dietro. Anche io ho detto che voglio anche io una camicia bianca con i bottoni di dietro, ma Spugna ha detto che non me la posso mettere perché io non sono pericoloso come Elizabeth: lui ha ucciso un signore, una volta, lo ha accoltellato sotto il mento. Chissà se è ancora vivo, povero signore...certo: deve avergli fatto parecchio male perché è finito su tutti i giornali e poi perché non deve essere bello che quando ti mettono un coltello nel collo...
  Ops! Mi sa che ho una perdita! Vedo acqua dappertutto! Sta' un po' a vedere che quell'idiota della scimmia ha lasciato il rubinetto del bagno aperto!
  Vabbé, devo andare a vedere, sennò mi si allaga tutta la nave...
  Ci sentiamo, eh?
  A domani!
  Ciiiiiiiaaaaaaoooooooo!
Jack Sparrow
postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 21, 2008 20:56 | link | commenti
categorie: le favole del puffo pazzoide
lunedì, 19 maggio 2008

Assalto alla torre

Ritorno alla musica

Ad un certo punto della notte Lymond scese al piano di sotto e si sedette davanti all'arpicordo di John Dimmock. Suonava, quando finalmente iniziò a farlo, molto piano, senza che il suono andasse oltre la stanza dove i tre discepoli di Saint Mary dormivano profondamente. D'Harcourt non si svegliò. Danny Hyslop, che non aveva orecchio per la musica, invece sì e si girò su un fianco infilandosi le lenzuola nelle orecchie. Ma Adam per lungo tempo restò immobile ad ascoltare, gli occhi dilatati nell'oscurità verso la musica che Lymond, senza oppio e senza alcol, non aveva mai lasciato pervenire al suo orecchio.

Gli echi che quella musica sottintendeva non sapeva immaginarli. (...)
Dormiva prima che Lymond chiudesse il coperchio senza far rumore e senza far rumore tornasse nella sua stanza. Era giorno prima che gli sembrasse di poter andare a letto, così rimase vestito e guardò il sole che a est sorgeva, limpido, virgineo, splendente.
Presto si sarebbe trovato con gli uomini attorno e avrebbe dovuto smettere di pensare, dal momento che da pensare non c'era nulla. E far si che il fatto, che un fatto non era, sprofondasse dimentico ai recessi della mente indagatrice di D'Harcourt, e sbiadisse, anonimo, nei ricordi di Lady Dormer e di Nicholas. Rammentò,con improvvisa, meticolosa chiarezza la donna che si era portato a letto a Berwick e come, quando aveva raggiunto il limite della sopportazione, lei lo avesse lasciato perdere.
Troppo tardi, troppo tardi, troppo tardi; era successo...
postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 19, 2008 21:03 | link | commenti
categorie: estratti
martedì, 13 maggio 2008

Un Angelo cattivo...

“La prima lettera di Tristan”


15 Gennaio

Cara Marilù,

mi sento come al di là di uno specchio, vedo la vita, conosco la morte, ma non partecipo né dell’una né, tantomeno, dell’altra.

Non ho più nulla e nulla di più voglio.

Tutto ciò che ero, tutto ciò sono mai stato è sparito con te, avvolto in quel panno bianco che ti rendeva simile ad un angelo. Con te e con il tuo sorriso…

Adesso sono stanco. Mi sento cadere il mondo sulle spalle ma non mi importa. A lui è mai importato niente di me? E poi: chi sono io per poterlo reggere, per doverlo reggere?

Tristan è solo me…un corpo, un cervello. Niente di più. E che cosa possono un corpo ed un cervello contro il mondo intero?

Dove sono adesso è un luogo senza tempo, un luogo sospeso tra passato e futuro. Un luogo dove il presente non esiste. I miei compagni di stanza sembrano vecchi e al tempo stesso sembrano bambini, bambini piccoli, molto piccoli, che si fanno tutto addosso e che urlano di notte quando gli infermieri spengono la luce.

Io cerco di restare me stesso. Ma non so ancora per quanto tempo ci riuscirò.

Sono confuso, terribilmente confuso.

In mezzo alla gente, ai malati di qui, mi sento solo e quando sono solo veramente vorrei poter essere con qualcuno.

Sono ossessionato dai mal di testa. Ho le mani gialle perché qua dentro ci fanno lavorare e io devo occuparmi di tinteggiare i muri. La vernice è brutta, a detta degli altri, deprimente, in perfetta sintonia con il luogo ed il personale della clinica.

Ma io non provo nessun sentimento, non più e la cosa mi è totalmente indifferente.

Oggi ho ripensato al giorno in cui sono arrivato all’orfanotrofio. Ero ancora un bambino, ero spaventato. Tu mi corresti in contro, sorridendo e mi donasti un mazzo di margherite e di erba stropicciate. Indossavi il nostro solito grembiule nero, con quel fiocco maledetto bianco e rosa. Avevi i capelli raccolti sulla fronte, tutti dritti perché dovevamo portarli corti. Com’è che la chiamavi? La fontanella? Sembravi appena sbucata da un libro di fiabe. Un folletto minuscolo, con le lentiggini sul naso e i lineamenti tondeggianti.

Le tue manine paffute, il tuo corpicino tozzo tremavano tutti mentre attendevi che allungassi la mano ed afferrassi il tuo regalo di benvenuto.

Ora so che il tuo sorriso, quel giorno, era solo solo un sorriso di pietà. Ero nuovo, solo, piccolo. Tu conoscevi cosa c’era di notte che vagava tra i nostri letti. Io vedevo mostri dappertutto, vedevo demoni ovunque…

E non sapevo di averli accanto.

Ho pianto tanto quel giorno, non mi vergogno a dirlo. Forse è stata l’ultima volta…non ho più avuto la forza di farlo ancora. O forse, ne avevo troppa e non potevo sprecarla riaprendo ferite inutilmente.

Il dolore è una parte costante della nostra vita. Forse è la nostra vita stessa ad essere dolore, dolore allo stato puro. Nasciamo soffrendo…tu me lo hai insegnato, tu mi hai mostrato la strada con quel tuo sorriso disperato, con quelle fossette sulle guance che si evidenziavano sempre di meno a mano a mano che crescevi, che il numero di quelli come noi cresceva.

Eravamo noi i mostri?

Senz’altro eravamo delle ombre…le macchie scure che ripulivano la reputazione di chi, al mondo, diceva di amarci.

Forse amore c’era?

Traviato?

Senza senso?

Assurdo?

Se amore esiste, non deve essere così…

Quando siamo scappati, era questo quello che pensavamo, questo quello che volevamo. Avere una vita, una vita degna di quel nome. Reale, dolce…

Sognavamo?

Eravamo degli stupidi, solo luridi, semplici stupidi. Con il male negli occhi speravamo ancora di essere. Ma essere che cosa poi? Due fuggiaschi?

Scappavamo dalla vita, non dal passato. Non si può scappare dal passato: ti corre dietro, ti blocca, si ciba di te…

Non è giusto.

Esuli nel mondo, lontani da tutto e da tutti. Ci sarebbe piaciuto? Certo, saremmo bastati l’uno all’altra. Io e te. Noi due. Come amici, come fratelli, come lontani conoscenti che si rincontrano dopo tanto tempo e non riescono a fare a meno di scrutarsi per vedere cosa è cambiato.

Noi i nostri cambiamenti li portavamo impressi nel petto. Forgiati dal fuoco, rinnovati dalla disperazione, dalla solitudine, dal nostro essere semplicemente complici. Conoscevamo tutto, troppo l’uno dell’altra. Ogni imperfezione, ogni cicatrice, ogni livido. Sapevamo bene che se i nostri cuori battevano ancora lo facevano solo perché abituati a farlo.

Portavamo le stesse ferite, se non fuori, almeno dentro.

Sognavamo gli stessi incubi, ombre oscure che di notte si avvolgono su di te, mostri dall’aspetto quotidiano che ti si avvicinavano sorridenti, che ti regalavano illusioni.

Che cosa c'è? Cosa è rimasto di Marilù e di Tristan?

Volevamo la libertà? L'abbiamo ottenuta. Io, irinchiuso in un manicomio in attesa che il limbo se ne vada per sempre. Tu, lontana, all'inizio di un viaggio da cui mai più tornerai.

Quante volte ci siamo ritrovati così? Rannicchiati in un angolo, stretti, corpo contro corpo, acciambellati come il lungo filo di un gomitolo logoro. Quante volte abbiamo dormito nudi, uno accanto all’altra, per riscaldarci a vicenda? Quante volte, insieme ad altri, ci siamo lavati nel grosso stanzone delle doccie, ci siamo visti, scrutati, osservati, incuriositi gli uni dagli altri, dai nostri corpi diversi?

Poche cose ci accumunavano.

Le stesse lacrime, gli stessi timori.

L’orrore nelle vene, negli occhi, nella bocca.

Possedevamo un’anima? Tutti nascono con uno spirito che gli bolle dentro, un rifugio caldo ed accogliente dove nessun altro può penetrare. Ora non ne abbiamo più. Il mio spirito si è cristalliazzato, richiuso in una crisalide di seta ricoperta di ghiaccio.

Domani inizieranno le sedute con lo psichiatra…non ne ho molta voglia e non credo che ci sarò. Sono stufo di medici e strizzacervelli: non sanno nulla e non mi caveranno mai una parola di bocca.

Io, te…siamo un segreto l’uno dell’altra.

Il tuo fratellino,

 

Tristan

postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 13, 2008 21:43 | link | commenti
categorie: un angelo cattivo
domenica, 11 maggio 2008

Francis: il sole, la luna

"Francis: il Sole, la Luna"
Come promesso, ecco il primo post della
rivisitazione di "Safe in the dream".
Spero vi piaccia!
postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 11, 2008 14:48 | link | commenti
categorie: safe in the dream

Francis: il sole, la luna

Prima lettera di Francis a suo padre

C’è la luna. Brilla alta nel cielo, lucente, flebile come un disco lanciato in aria e mai più ritornato indietro, sospesa tra la vita e la morte, trattenuta da un sottilissimo filo di ragnatela chiamato speranza. Sembra stia piangendo, disperata esule del mondo. Chissà poi perché dà l’idea di essere così triste…

Mi piacerebbe afferrarla. Vorrei stringerla a me per sentire, almeno una volta nella vita, che effetto fa avere qualcosa tra le braccia, qualcosa di freddo, duro e che pure da lontano sembra una splendida pietra incastonata sul un manto di velluto blu. Una pietra come quella che la mamma aveva sulla spilla con cui tratteneva i capelli: gelida, tranquilla, eppure simbolo di tanto amore.

Me ne sto seduto sulla balaustra del terrazzo, i capelli al vento, un taccuino in mano, la boccetta d’inchiostro in equilibrio precario tra le gambe ed il vuoto sotto di me. So che non approvereste mai questa sciocchezza, che mi rimprovereste che è da incoscenti e da stupidi starsene appollaiati come un avvoltoio: ma voglio farlo perché così mi sento a mio agio e lo faccio senza non mi va di pensare alle conseguenze. L’aria è così fresca, stanotte…

Per non pensare Scrivo. Guardo il cielo.

Sospeso come la luna, rifletto.

Questa è la mia ultima notte da bambino.

Da domani o sarò un adulto, o sarò morto…

Lo zio mi ha invitato a caccia. Noi due, da soli con pochi altri intimi. Dice di volermi insegnare ad uccidere un animale, ma non sa che sono già in grado di farlo.

Io so a chi mirerò. E non lo deluderò…

Di animali intorno a me ce ne saranno circa dieci. Ma non sbaglierò mira: non posso permettermelo. Il più importante è sempre quello al centro, dicevate, devo ricordarlo. Mi resterà accanto: non può essere così dannatamente difficile uccidere una bestia su un cavallo…non posso sbagliare. Non sbaglierò, lo farò per voi…

Non ho margine d’errore. Eppure non sono spaventato. Se fallirò avrò braccia sicure, nell’altro mondo, pronte a rincuorarmi. E una corda ben solida pronta a per raccogliere il mio peso.

È tutto pronto: il pugnale, l’arco, le frecce.

Vedrete, vi renderò fiero di me…non vi deluderò…

A dire la verità un po’ di paura ce l’ho…

No, non è vero…sono solo un po’ agitato…

Chris dice che sto diventando piuttosto bravo con le armi: crede che potrei diventare un ottimo combattente, ma non voleva acconsentire alla mia richiesta di unirmi al gruppo. A suo parere è un’impresa troppo difficile per me: sono ancora troppo giovane, dice. Ma non è vero. Ormai ho quindici anni e posso prendermi le mie responsabilità davanti agli altri, devo prendermi le mie responsabilità…sono stanco di sentirmi dire che sono ancora un bambino: i bambini non tramano tradimenti nelle loro camere da letto!

Siete arrabbiato con me? Non preoccupartevi: andrà tutto bene…

Quando tutto sarà finito vi scriverò un’altra lettera: ora è meglio che vada a dormire. Gli occhi iniziano a darmi un po’ fastidio e la mente si è appesantita dal sonno.

Non dimenticatemi. Io non lo farò mai.

Vostro figlio,

Francis

postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 11, 2008 14:25 | link | commenti (6)
categorie: safe in the dream
sabato, 10 maggio 2008

Un Angelo cattivo...

Capitolo 4 

Rividi Tristan qualche giorno più tardi, il 28 dicembre. Era ancora in isolamento, ancora solo, svestito, in una cella di sicurezza che lo separava da me tramite delle spesse sbarre di ferro. Una stanza sterile, vuota, senza letto e senza sedia per sedersi, rivestita di gomma piuma sulle pareti e scarsamente illuminata, l’ultima di una lunga serie di celle identiche, piazzate una di seguito all’altra su un corridoio freddo e buio.

In un angolo, un vecchio separé a quadri neri e ocra delineava la zona della toilette, concedendo al paziente un minimo di intimità almeno nei più stretti rapporti con se stesso. Poco distante, il lavandino ingiallito e poco pulito, traballava un po’, instabile, attaccato alla pareta scrostata.

Non ero mai stato in un luogo come quello. Sembrava la quintessenza dell’Inferno, un Inferno non privo di dannati e non esule alla sofferenza e alla solitudine.

Trassi un profondo respiro e sospirai rumorosamente prima di avvicinarmi alle sbarre e gettare gli occhi sul corpo immobile che giaceva a terra, nudo fino alla cintola ed esile come quello di un bambino. Tristan non mi degnò di uno sguardo. Sapevo che aveva avvertito la mia presenza già da prima che varcassi la porta che introduceva nel lungo corridoio, ma era rimasto immobile e in silenzio.

Mi aspettava, sapeva che prima o poi sarei tornato a trovarlo.

Eppure, in lui, mi sembrava di avvertire qualcosa che non andava. Teneva il viso nascosto tra le braccia, allungate in avanti ed incrociate sotto il mento. I capelli biondi, sciolti sulle spalle pallide e scarne, gli ricadevano delicatamente sul viso, celando quei pochi tratti che mi era permesso di scorgere dalle sue spalle e sollevandosi, di tanto in tanto, seguendo il ritmo troppo lento del suo respiro.

Poggiai la fronte sulle sbarre ed attesi che si voltasse, attorcigliando le mani intorno ad esse ed esaminando attentamente la linea marcata che gli divideva la schiena in due parti uguali.

Era un bel ragazzo, pensai tra me, il genere di ragazzo che mia figlia avrebbe sicuramente apprezzato con commenti piccanti e risatine frivole.

Il tempo scivolava via lentamente. Contavo i suoi respiri inseguirsi nell’aria, battevo il piede a terra. Più di una volta arrischiai anche a schiarirmi la voce, ma non ebbe alcuna reazione da lui.

-Tristan…- lo chiamai poi, stizzito da tanta indifferenza, dopo aver atteso più di cinque minuti da solo, in piedi, davanti a quella statua apparentemente senza vita.

-Dov’è Dio?- mi chiese tutto d’un tratto, senza muoversi di un millimetro dalla posizione iniziale in cui lo avevo trovato.

Lo fissai, stralunato. Incapace di parlare.

-Quando ero piccolo andavamo sempre in chiesa la domenica…- era un discorso completamente automono che non aveva affatto bisogno della mia voce per continuare. Parlava da solo, con un io immaginario al di fuori di sé –Mi piaceva…c’erano un sacco di altri bambini e il prete ci offriva sempre i biscotti al cioccolato, erano buoni al cioccolato. Ogni tanto ci portava quelli con la marmellata o con la crema ma a Eve non piacevano, se li metteva in bocca e poi li risputava nei cestini. Abbiamo fatto anche l’albero di Natale, qualche giorno dopo, io avevo portato una stella blu con l’acqua dentro e Babbo Natale che cantava “Gingle Bells”-

Non aveva senso, non capivo cosa mi stava dicendo, né riuscivo a comprendere dove volesse andare a parare. Era un discorso completamente assurdo, campato in aria su una serie di ricordi confusi e mescolati assieme che non avevano né logica né significato. Perché aveva voluto tirare in ballo la religione?

Cercai di interromperlo, alzai la mano destra come per chiedere il permesso di parlare. Ma lui era di spalle e non mi vide.

Proseguì. Laconico. Solo. Irrazionale.

-Tristan?- lo chiamai invano –Tristan? Perché mi dici questo?-

-Il prete era nero, ma sembrava blu. Portava sempre i capelli tirati indietro- rise –In realtà era pelato, ma non voleva farlo vedere, così pettinava i capelli tutti da un lato, così non si vedeva, ma noi lo vedevamo, noi lo sapevamo, era divertente sentirlo cantare: aveva la voce strana, come quella di una mucca…muuuu! Alleluja!-

Mi spaventava. Non era cosciente di quello che diceva. Sproloquiava giù parole, ricordi…

-Tristan?-

Mi guardai intorno alla ricerca di qualcuno che potesse farmi entrare nella cella. Il suo respiro era diventato sempre più rumoroso, sempre più angosciante. Non seguiva più il ritmo delicato e regolare di prima.

Ansimava.

-Tristan?- scorsi un infermiere dall’altra parte del corridoio –Sta male!- gli gridai e quello si affrettò a prendere un grosso mazzo di chiavi e a venirmi incontro.

-Aveva un laccio di lana al collo…ci teneva appesa una piccola croce di legno intarsiato…- si raggomitolò improvvisamente su se stesso, come se potesse avvertire qualcosa camminargli addosso. Si trinse le braccia intorno al ventre e serrò le gambe con uno scatto assurdo. Iniziò a singhiozzare.

-Presto!- urlai all’infermiere che si affrettava verso di me. Non mi rendevo conto di quanto fosse lungo quel dannato corridoio.

-No!- Tristan si contorceva a terra, rinnicchito in se stesso, urlante –No lasciala!- la sua voce alternava toni strazianti a sibili strascicati, quasi impercettibili. Si portò le mani al volto, chiuse le dita, grattando con le unghie sulle palpebre molli e producendo sulla pelle bianca piccoli sorchi rossastri –Basta!-

Finalmente l’infermiere arrivò. Era giovane, più o meno sulla trentina, e forse lavorava lì da poco. Aveva il sudore che gli colava sugli occhi dall’agitazione.

Impiegò del tempo a trovare la chiave giusta, l’infilò e tremando la fece girare il nuvero di volte necessario. Poi, aprì la porta con un gesto secco del braccio ed io mi scagliai dentro.

-Tristan!- m’inginocchiai carponi accanto al mio paziente. Tristan gridava in preda ad un raptus inspiegato, tremava, scuoteva la testa con violenza. Lo presi tra le braccia. Gli poggiai la testa contro la mia spalla e lo strinsi talmente tanto da rendergli impossibile qualunque movimento. –È  tutto finito,- gli mormorai all’orecchio, mentre tentavo con una mano di togliergli le dita la viso –calmati adesso, calmati…-

L’infermiere mi guardava, in ginocchio anche lui, con le braccia che tenevano intrappolati i piedi del ragazzo. Mi fissava alla ricerca di una risposta, esistante se restare con me, solo nella stanza di un assassino preda di una crisi, o andarsene di filato a cercare aiuto.

-Non è giusto…- Tristan continuava a piangere disperato e a muoversi freneticamente. Tenerlo immobile, ora, era un’impresa ardua. Era un uomo, quasi, non più un bambino. Non era facile coprire i movimenti di un corpo lungo quasi un metro e ottanta…

-Non è giusto!- gridò ancora, poi, sottovoce, mi bisbigliò all’orecchio: -Anche lui ne aveva una, una croce nera sul collo…-

Le sue lacrime mi bagnavano la guancia ed il colletto della camicia. Le labbra gli tremavano, la fronte gli scottava da morire.

Non era una crisi: era un incubo ad occhi aperti.

Gli carezzai la testa, tirandogli indietro i capelli quel tanto che gli bastava per non ingoiarli e posai il mio mento sulla sua tempia: -Chi aveva una croce sul collo?- chiesi, trattenendo a stento le braccia dopo un violento strattone.

-Lui…-

-Che ti ha fatto lui?-

Lo sentii urlare ancora di più, sempre più forte. C’era un dolore, dentro quel ragazzo, così grade da poter essere solo lontanamente immaginato. Gli scossoni, la frenesia del suo corpo stavano facendo male a tutti e due. Sentivo le braccia doloranti. Le gambe, ripiegate sotto il mio corpo, erano tutto un torpore.

Lanciai uno sguardo sull’infermiere: -Vada a prendere della morfina!- gli ordinai e quello sparì più veloce della luce, forse perché così poteva permettersi di allontanarsi da quella scena, forse perché assistere ad una crisi simile, a trent’anni, doveva essere davvero duro.

-È stato cattivo…è stato crudele…- sulla spalla, sentii improvvisamente colace qualcosa di caldo e denso. Tristan iniziò a tossire –Mi ha abbandonato!-

E, in quel momento, non sapevo se stesse parlando dell’uomo con la croce sul collo o di Dio stesso…

Aveva vomitato. La mia camicia, pulita fino a cinque minuti prima, ora era completamente da buttare.

Mi chiesi il perché di tanto dolore. Mi domandai che legame potesse esserci tra l’uomo con la croce sul collo e il prete nero che gli offriva biscotti quando era solo un bambino. Tristan non mi sarebbe mai stato di aiuto in questo, nemmeno al cento per cento della forma. Sapevo che nell’arco della sua breve vita aveva subito violenze, sapevo che tutti coloro che “lo avevano toccato” non erano vissuti abbastanza a lungo per poterlo vedere in manette e dietro ad una sbarra. Avevo visto le foto delle sue vittime, foto scattate da ogni angolo, ma nessuno di loro portava una croce al collo.

E allora qual’era il senso di quella crisi? Quale motivo lo aveva spinto a chiedersi dove fosse Dio?

Quando l’infermiere tornò, trascinandosi dietro tre membri del personale paramendico, Tristan aveva vomitato altre due volte. Il suo corpo aveva perso ogni vigore, ormai, e non fu difficile trovare un modo per liberargli il collo dai capelli e iniettargli la morfina direttamente nella carotide. Poi, finalmente, dopo ancora qualche singhiozzo, riuscì a rilassarsi e si abbandonò tra le mie braccia.

Venne trasportato in manicomio il giorno stesso.

postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 10, 2008 20:53 | link | commenti (1)
categorie: un angelo cattivo
martedì, 06 maggio 2008

Il giardino di cristallo

 Fosse dipeso da lui, quella mattina non ci sarebbe nemmeno mai stata.

E invece era lì. In piedi come al solito già prima dell’alba, già vestito, già pettinato. Già nutrito di un’abbondante colazione a base di tè, biscotti, dolci e succo d’arancia. Già in piedi affacciato a quella finestra, mentre tutta la casa dormiva, avvolta dall’ultimo sospiro di notte.

Come in attesa di qualcuno. In attesa di qualcosa. Un segno, un uccello che vola, il cielo che si rabbuia e le nuvole che si tingono di nero...

Nulla. Solo lui da lì all’orizzonte. Solo lui a fissare i ricordi con aria assente ed uno sguardo perso nel vuoto…

Accadeva ogni mattino. Ogni singolo mattino da due anni.

La malinconia, la tristezza, l’enorme rabbia che si portava dentro come un fuoco ardente, i ricordi, lo avevano reso inquieto, lo avevano fatto diventare una specie di…di...nemmeno lui sapeva bene cosa. Eppure, se avesse potuto avere l’occasione di tornare indietro nel tempo, di rivederli ancora una volta, di prenderli, toccarli, coccolarli, baciarli…forse tutto questo non sarebbe mai successo e, forse, tutta questa storia non ci sarebbe mai stata, non così, per lo meno.

Perché al cuore non si comanda e il destino è re di tutto.

Accadde tutto molto presto, nel giro di poco tempo, forse di poche ore.

L’anziana domestica si era appena alzata. Aveva gli occhi ancora velati dal dolce tepore del sonno, il corpo grasso, corpulento, ancora segnato dalle grinze del cuscino, il volto rotondo assonnato, le mani enormi lente nel compiere movimenti.

Dei rumori l’avevano costretta a star sveglia per gran parte della nottata. Si era girata e rigirata nel letto come una furia malata che non trova riposo, che non trova pace. Il suo padrone la preoccupava. Da tempo ormai si aggirava di notte nei corridoi. Non riposava, impallidiva giorno dopo giorno, il suo umore di solito solare e gentile era divenuto ostile ed insofferente. Intrattabile come un vecchio capriccio che non può più essere tenuto a bada.

La vestaglia di lana ben stretta al petto, i capelli racchiusi malamente in una cuffia troppo piccola per contenerli tutti, la domestica si avviò verso il salone principale ad accendere un bel fuoco che l’avrebbe riscaldata.

Per accoglierla, davanti alla porta intagliata, il gatto di sua signoria, si lasciò sfuggire un mastodontico sbadiglio e le si strofinò sulle calze di spessa lana bordeaux. Era un animale delizioso, rosso e bianco che la donna ricordava ancora ai tempi in cui, ancora cucciolo e con un bel fiocco colorato sul collo, vagava per casa, volando sospeso dalle braccia del suo padroncino, il piccolo Maximilien.

Sorrise e si asciugò le lacrime dagli occhi. Quanto il bambino aveva amato quel micetto tanto piccino quanto lo era lui stesso. Poteva passare pomeriggi interi a giocare con lui, ad accarezzarlo quasi con referenza, perché ognuno conosceva qual era la sacralità dell’uno e dell’altro agli occhi severi del conte.

-Una splendida domestica, colei che si alza ancor prima che il gallo abbia cantato…- la voce era tutt’altro che ironica. Infarcita di dolcezza e di vero e sano rispetto nei confronti della donna. Sembrava stregata, proveniente direttamente dalla testa di chi l’ascoltava, eppure, quel tenue sospiro che si infrangeva sulla pelle del collo, come un alito di vento caldo, tradiva la consistenza prettamente umana.

Due braccia lunghe e sottili avvolsero la vecchia in un infantile abbraccio.

Due mani si allacciarono l’una all’altra davanti al suo ventre prominente.

Due labbra rispettose e morbide le accarezzarono la spalla fanciullescamente.

L’uomo di ghiaccio aveva dato spazio alla parte più infantile di sé.

-Il mio signore è un uomo molto esigente, voi dovreste saperlo meglio di me…- fu la risposta della domestica –Ma se si sa ben lavorare si viene ampiamente ricompensati…- e, improvvisamente, si voltò verso di lui.

Incontrò il suo sguardo fisso nel vuoto. Sorrise alla sua espressione statuaria.

Poggiò lentamente la testa sul suo petto.

-Questa notte li ho sognati!- la voce le si ruppe –Erano così belli, sorridevano a voi e voi li ricambiavate, le braccia larghe per accoglierli entrambi in un abbraccio…

-Sh…- ma bastò un solo dito indice a bloccarla. Il conte non voleva che si parlasse di loro: -Taci, per favore…

-Oh, Francis…Maxim…

-Basta!- il conte si separò da lei e si spostò verso una finestra.

Il sole, all’esterno, era sufficiente ad illuminare la rabbia che gli ribolliva nelle vene.

-Non c’è bisogno mi tormenti anche tu. I sogni, i ricordi…quelle facce sempre davanti agli occhi…non credi che siano di per sé più che bastevoli?- gli occhi azzurri del conte si tinsero di sfumature dal richiamo quasi mitico. Egli si volse con uno scatto verso l’anziana donna che lo aveva accudito fin da piccino e con una manata buttò a terra il pupazzo che lei aveva raccolto dalla poltrona più vicina.

Inutile ormai tentare di ragionarci.

-Perdonatemi, mio signore- la vecchia si chinò verso quell’orsacchiotto sorridente sul pavimento e lo rimise al suo posto, seduto ammiccante sulla stoffa di quella poltrona dove nessuno poteva più sedere –Starò al mio posto!

E il conte sospirò. E osservando nuovamente oltre i confini delle proprie terre, scorse un fiume di gente riversarsi nella piazza del mercato: -Che cosa sta succedendo?- il fastidio era svanito. Il suo tono divenne improvvisamente stanco e cantilenante. Uomini, donne, vecchi e bambini stavano abbandonando il calore dei propri letti per recarsi tutti in uno stesso luogo. Tutti rigorosamente in fila, imbacuccati in coperte di lana e con gli occhi ancora ombrati dal sonno.

-Si tratta di quella ragazza, la strega…credo che l’abate Du Tiery sazierà un altro po’ la sete di sangue che ha!

Un rumore sordo, annunciò la reazione del conte a quelle parole. Un pugno secco, mollato in un momento d’ira…e il davanzale di marmo della sottile finestra binata tremò di rabbia.

-Portami il mantello scuro e la maschera- ordinò arida quella voce che tutti conoscevano fin troppo bene –Oggi ho un irrefrenabile desiderio di fare quattro passi...

E uscì dal salotto come una furia...

postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 06, 2008 15:17 | link | commenti (8)
categorie: piccoli incipit
giovedì, 01 maggio 2008

Facciamo un gioco...

Le tempeste che ritardavano la Réal nel viaggio verso nord erano più imprevedibili. Dopo il quarto soggiorno in porto senza motivo il Conte andò a cercare il capitano e gli chise di rendere conto. Non si era accorto che il fratello si trovava sul ponte fino a circa metà delle spiegazioni ossequiose del marinaio, quando egli chiese amabilmente: -Quando è cambiato il vento?-

Il più riservato dei gentiluomini, che sembrava così fragile, non aveva fino ad allora attirato l’attenzione del capitano. –Come?-

-Quando è cambiato il vento? Sono trentasei ore che soffia a sud-sud-ovest, ma questa mattina avete regolato l’albero di trinchetto già due volte. Siamo una nave scuola?-

-No-, rispose il comandante.

-…signore-, continuò l’altro.

-No, signore-, ripetè il comandante. –Soltanto onesti marinai che servono lealmente il propirio mestiere. È una nave vecchia e ha visto qualche battaglia. Bisogna tratarla con dolcezza.-

-Grazie-, ribattè il Gentiluomo. –Preferirei governarla. Ho il vostro permesso?-

Il capitano gli lanciò un’occhiata. –Non credo proprio che ai padroni piacerà, signore. Mi spiace. Ma forse voi e l’altro gentiluomo desiderate prendere il timone per un po’?-

-Vorreste prendere il timone per un po’, Conte?- chiese l’altro. Una domanda insignificante come tutte le conversazioni sostenute fino ad allora, nelle rare occasioni durante il viaggio in cui aveva cercato compagnia.

-No, a meno che non desideriate raggiungere Leith a nuoto-, rispose il Conte.

-Oppure, come la diabolica galea di ferro turca, filare per sempre sott’acqua. Si direbbe che la cosa pone certi problemi di governo.-

Alzò la voce solo di un poco, e la gettò a poppa. –M. le timonier? Bouge un peu, s’il vous plait. Et il faut larguer les voiles. Capitano?-

Il capitano era arrosito violentemente. –Signore, si può essere solo in uno a governare una nave.-

-Giustissimo. E voi gentilmente avete ceduto a me la vostra autorità per un giorno. Andate a dormire. Vi restituirò la nave prima di notte.-

A bocca aperta, il capitano si rivolse al Conte. –Farò io da garanzia- dichiarò quello con aria grave -Se scheggia il manico di un remo ve lo pagherò.-

Non era affatto sicuro che fosse una cosa saggia, ma sembrava essere quello che il Gentiluomo voleva e il fatto che volesse qualcosa era di per sé mportante. Si era accorto che il capitano, sebbene fosse stato scnfitto, si trovava ancora lì, sulla lunga rembata, a guardare. Poi, il Gentiluomo si avviò a poppa e voltandosi, le mani allacciate morbide dietro la schiena, esclamò: -Ecoutez, tout le monde…- e parlò con frasi brevi e trascinanti, mentre il dritto di poppa si inarcava verso il cielo e poi si sprofondava di nuovo nel mare appena dietro di lui.

Gli uomini vicino a lui ridevano, ma il Conte ignorava il gergo in uso sulle galee, e così non ne colse il senso. Capiva tuttavia, dal tono della voce di suo fratello, quando egli impartiva gli ordini e, aggrappato alla battagliola, osservava le file di uomini che andavano e venivano in un veloce scalpiccio di piedi nudi. Sopra la sua testa, con i piedi penzoloni, stavano facendo qualcosa agli imbrogli sull’estremità di un pennone. Il mare sibilava  e la costa, grigia nella pioviggine, cominciò, sempre più rapidamente, a srotolarsi verso di loro.

Nel giro di un’ora la nave fu in assetto e non ci fu più nulla da fare.

 

postato da: 34AF7KO2 alle ore maggio 01, 2008 12:48 | link | commenti (12)
categorie: estratti

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