Era notte fonda. Fuori pioveva ed il freddo le penetrava violentemente nelle ossa. Emily van Mercy si svegliò di soprassalto, le braccia legate dietro la schiena e un qualcosa di gelido che le premeva contro un fianco. I capelli scomposti, sulla faccia, erano
appiccicosi e sudici, lo sentiva: probabilmente la botta che aveva preso le aveva procurato una ferita sulla testa.
Sospirò, tentando di voltarsi e di cambiare posizione. Le braccia iniziavano a farle davvero male. Si sentiva intorpidita e stanca, esausta come dopo una lunga giornata lavorativa. Ma che cosa era successo?
L’ultima cosa che ricordava era il caffè bollente che si stava bevendo in ufficio, la sera prima. Aveva lavorato fino a tardi e con lei non c’era nessuno. Solo la guardia di notte che ogni tanto passava per chiederle se tutto andasse per il verso giusto o per farle qualche apprezzamento carino. Poi, niente più. il vuoto, il buio l’avevano circondata.
Fino a quel momento…
Dove si trovava? Perché aveva la sensazione di essere circondata da qualcosa di viscido?
Le ci volle molto tempo prima che i suoi occhi potessero abituarsi all’oscurità. Accanto a sé, qualcosa si mosse talmente piano da essere appena udibile. Emily scosse la testa impaurita e si concentrò ancora di più sulla vista. Ora, gli oggetti più chiari andavano e venivano lentamente, senza forma, a mano a mano che la pupilla si dilatava.
All’improvviso un rumore, lo strofinio di un fiammifero su un muro, la fece trasalire. Il chiarore tenue del cerino illunimò qualcosa, a poca distanza da lei: una mano sottile e abbastanza piccola da poter essere quella di una donna. Lentamente poi, la fiamma iniziò a salire verso l’alto, seguendo un movimento oscillatorio da destra a sinistra, da sinistra a destra.
Comparvero due labbra sottili, un naso piccolo, leggermente arricciato in un’espressione di disgustata, un occhio, un altro…azzurri come il cielo d’estate e provocatori, gelidi come un diamante.
-Emily Mercy è la donna più bella del mondo…- si sentì dire e rimase perplessa. Il viso contianuava ad emergere e ad annegare nell’oscurità in base al movimento del fiammifero. La voce era dolce e sensuale, non quella di una donna. La conosceva, si ricordava quella tonalità sottile, mutevole.
-Tristan?- si sorprese a pronunciare quel nome con un misto di spavento e ammirazione. Dentro di sé sentiva il cuore che le batteva all’impazzata, la testa che le scoppiava. No, non poteva essere…
Dall’oscurità emerse un sorriso, un sorriso accattivante, leggermente inquietante.
-Dovresti…- iniziò a dire –dovresti…- ma non riusciva a parlare. Non capiva, eppure lei stessa aveva dato l’ordine di…
-Si, lo so. Morto, senza cuore, senza reni, senza fegato…- fu lui a concludere il discorso, in un modo che fino a quel momento gli era stato del tutto estraneo. –Ma io al mio cuore, ai miei reni e, soprattutto, al mio fegato ci tengo, tante volte dovessi farmi prendere dalla rabbia, lei sa come si dice, vero? Mangiarsi il fegato dalla rabbia…- e sorrise di nuovo, un sorriso sghembo e stonato in confronto a ciò che era sempre stato.
Un ragazzino docile, gentile, timido…dov’era finito il Tristan che aveva conosciuto lei?
-Tesoro, io…-.
Le mise una mano sulla bocca.
-Come? Non vuole sapere come ho fatto a scappare dalla sua prigione?-
-Tristan, ti prego, io…- ma di nuovo fu bloccata.
-Sh…non può aver paura di me…non lei…- gli occhi stretti in due fessure, il buio, l’ombra che quel maledetto fiammifero gli gettava sul viso pallido lo facevano apparire più come uno spettro che non come un ragazzo. –Non ricorda? Io ero il suo bambino, il suo piccolo, innocente, succube bimbo che poteva esser messo in qualuque luogo, cui poteva esser fatta qualunque cosa, quello incapace di difendersi, incapace di piangere…- lasciò cadere la voce per un attimo, per darle tempo di riflettere. La dolcezza con cui venivano pronunciate quelle parole, la loro sensualità, il modo in cui si formavano scorrendo su quel palato perfetto, delicato, e gli uscivano dalla bocca, le faceva sembrare sempre di più simili ad un discorso di incoraggiamento, ad una dichiarazione d’amore.
Tristan sorrideva teneramente, allungò una mano, le sfiorò il collo poco sotto l’orecchio destro, batté le palpebre.
-Tu non sei quel bambino…no…tu non sei lui…- si rannicchiò verso il muro, le braccia doloranti che le pendevano come morte tra le scapole, strette polso contro polso.
Respirava a fatica, rumorosamente. Era confusa e disorientata. Non sapeva dove fosse, non sapeva perché fosse lì, né perché era in compagnia di uno che avrebbe dovuto essere a più di un metro sottoterra.
Tristan scosse lentamente la testa, sempre muovendo il fiammifero da destra a sinistra. La luce, oramai, si era quasi consumata del tutto: -Ha ragione, signora Mercy: io non sono più quel bambino…sono cresciuto, mi sono fatto grande…il piccolo Tristan che lei ha conosciuto è morto, è morto tanti anni fa in un incidente d’auto…- la mano si spostò, dal collo camminò fino ad arrivare all’allacciatura della camicetta di seta bianca. Slacciò il primo bottone, poi fu il turno del secondo, del terzo.
-Che cosa vuoi fare?- chiese –Perché non mi lasci andare e torni dalla tua Marilù?-.
-Marilù?- s’interrupe un istante, per controllare il tono della voce e la fermezza delle parole. Agli occhi di lei fu come se non si ricordasse più dell’altra ragazza, quella con cui era cresciuto insieme, quella con cui aveva tentato di scappare dall’orfanotrofio –Marilù è morta- le disse –Io voglio solo qualcuno che si prenda cura di me, una donna che mi faccia da madre, da sorella, da amante…-.
Mentre si esprimeva, il suo volto si avvicinava sempre di più a quello della signora van Mercy. Le sue labbra, sottili ed ancora infantili, le si poggiarono sul collo, dove poco prima la mano aveva lasciato delle carezze, si aprirono e si richiusero lentamente e a più
riprese, imprimendovi ogni volta un bacio delicato: -Non mi lasci da solo anche lei, la prego…- si spostò lentamente, con la mano finì di slacciarle la camicetta. Le baciò un orecchio, poi l’altro.
-Tristan ti prego…- Emily si sentì invadere sempre di più dal terrore. Si mosse, cercando di evitare le labbra del ragazzo che le carezzavano dolcemente il volto, inarcò la schiena ed emise un gemito –Lasciami andare…liberami…-.
Sentì il corpo del suo carceriere spostarsi sul suo. Sentiva il suo peso gravarle sul ventre, le sue dita leggere che frementi si spostavavo verso il suo bacino alla ricerca di qualcosa, la chiusura della gonna. La trovarono, la forzarono…
-Ma come? Io credevo di farla contenta…- la sfiorò, le mani esperte sapevano con precisione dove andare e come andarci. La donna si sentì crescere dentro uno strano calore. Il respiro divenne affannoso, a dispetto di quello tranquillo e regolare del ragazzo.
-Ecco, brava…- le mormorò lui, -si lasci andare…andrà tutto bene…-.
Una rassicurazione, quella, di cui non avrebbe mai voluto fidarsi ma cui non sapeva nemmeno dire di no.
Tristan lo conosceva fin da quando lui aveva otto anni. Da allora lo aveva visto crescere, maturare, era stata la prima donna a mettere le mani su di lui, a sfiorargli le gambe, a baciargli il petto ed il collo. Non aveva paura di quello che lui le stava facendo in quel momento perché sapeva bene che, in un qualche modo, era stato lei ad insegnarglielo.
-Vuoi che mi spogli?- le chiese, di punto in bianco, sussurrando quelle parole come le note di una melodia accattivante e già sentita.
Rispose di si…
Tristan si slacciò la patta dei jeans. Senza mai smettere di baciarla, senza mai smettere nemmeno per un istante di carezzarla. Poi, di scatto, si sollevò a sedere su di lei, la fissò dall’alto mentre lentamente si sfilava i pantaloni. Il sorriso accattivante c’era ancora, gli occhi, anche se Emily non poteva vederli, sembravano risplendere di luce propria. Si abbassarono sui suoi seni.
-Che cosa è successo qui?- le domandò, provoncante come non era mai stato, stuzzicandola e lasciandosi sfuggire, come istintiva, una risativa frivola e lasciva.
Lei sorrise, ormai ogni terrore sembrava essersi dissolto nell’aria: -I miracoli della scienza,- mormorò, ridendo –Sono nuove nuove…-.
Lui chiuse gli occhi per un secondo e scosse la testa divertito, prima di ritornare a distendersi su di lei, a baciarla, a toccarla.
-Non eri così da bambino…non ha mai preso l’iniziativa prima di oggi…- Emily sembrava deliziata. Aveva inziato ad ansimare.
-Glielo avevo detto che il nuovo me le sarebbe piaciuto…- un’altra carezza, un altro bacio, un sospiro –Quando ero piccolo non capivo cosa mi stavo perdendo…- le afferrò un orecchio.
-E la tua puttanella? L’hai già dimenticata amore mio?-
-Lei è solo un ricordo…e non si può vivere nei ricordi…-.
Emily si lasciò sfuggire un risolino di vittoria. Odiava Marilù fin dalla prima volta che l’aveva vista, così piccola, linda, con le codine dalle parti e un mazzo di fiori pronto per il benvenuto. Sapeva che, prima o poi, Tristan l’avrebbe abbandonata. Lui non era il tipo da ragazzine: aveva bisogno di donne, donne vere e quella ne era la prova.
-Lo sa signora Mercy? Non mi ero mai sentito così prima d’ora…- le parole, sussurrate all’orecchio la fecero trasalire. Il tono era improvvisamente cambiato, gli atteggiamenti, i movimenti, si erano fatti più scattosi, più rudi.
Per addolcirlo, Emily si lasciò sfuggire un gemito e muovendo le gambe s’intrecciò su di lui. Lo baciò sulla bocca, gli sfiorò gli occhi con le labbra carnose: -Ne sono davvero felice, amore mio, davvero felice…-.
-Mi ama signora Mercy?-.
-Chiamami Emily…-.
-Mi ami…Emily?-. Si fermò. Lei mormorò qualcosa, irritata, allora le posò una mano sulla fronte e le tirò indietro il viso, finché la pelle del collo non fu completamente tesa. La morse poco distante dalla giugulare: -Mi ami?- domandò di nuovo, per la terza volta.
Spazientita per quell’inopportuna interruzione, Emily rispose di si.
-Ami tutto di me? Il mio corpo, la mia anima, tutto Tristan?- riprese a carezzarla, la morse di nuovo, la baciò.
-Si.- deliziata come non mai, Emily si lasciò andare ancora di più, in balia di quel giovane strano e seducente, così cambiato rispetto all’ultima volta che lo aveva visto, rannicchiato in un angolo, con gli occhi arrossati e spaventato.
-Condividi la mia passione?- per l’ennesima volta la voce era mutata, ora più sensuale che mai, produceva in lei un’eco assurdo. Non vedeva l’ora che tornasse a muoversi, che tornasse a concentrarsi in quel rapporto, lasciando perdere le domande stupide almeno per un po’.
Gli sorrise maternamente: -Come potrei non farlo?- domandò, cercando nel buio della stanza la sua espressione, i suoi occhi –Sei il mio bambino: tutto di te mi piace, amore mio…-.
E lui scoppiò a ridere, clamorosamente, istintivamente, gettando indietro la testa e spostandosi a gattoni di lato. Il corpo sudato e pallido brillava nel buio della notte. Si allontanò da lei, a quattro zampe, come per continuare a sedurla, si avvicinò a qualcosa, alzò una mano, tirò verso il basso.
-Lo hai detto tu- mormorò, divertito. Poi, una pioggia di insetti freddi, viscidi e duri le cadde addosso scrosciante come un secchio di acqua gelida.
Emily iniziò a gridare. A muoversi convulsamente e strillare come raramente Tristan aveva visto fare prima di allora. Lui scoppiò a ridere, la sua risata gelida e atrocemente ridondante, si avvicinò ad un interruttore inghiottito dall’oscurità, ci fu un click che risuonò acuto tra le urla della donna e la luce si accese, illuminando i loro corpi nudi.
Di nuovo, senza prima rivestirsi, il ragazzo si avvicinò alla sua vittima. Scostò uno scarafaggio dal suo viso e lo schiacciò contro il terreno freddo della stanza: -Mi ami Emily van Mercy?- motteggiò, ridendo, mentre lei si agitava a pochi centimetri. –Come potrei non farlo, sei il mio bambino…amore mio! Come hai chiamato Marilù signora Mercy? La mia puttanella? Te la do io la vera puttana, sta’ stranquilla…- ed improvvisamente la colpì.
Come risposta, Emily iniziò a piangere. Le lacrime e la saliva per poco non la fecero strozzare. Tossì, una volta, due, tre…ad ogni colpo di tosse riceveva uno schiaffo.
-Non ho mai preso l’inziativa?- la rabbia dominava Tristan come lui aveva dominato lei fino a poco tempo prima.
-Volevi questo? Era tutto un trucco, non è vero? Liberami, ti prego: toglimi queste bestiacce di dosso!- tossì ancora, le lacrime le rigavano il viso ora sporco di fango, terra ed escrementi di insetto –Farò tutto quello che vuoi!- gridò, sputando via un lombrico che le si era intrufolato sulle labbra –Tutto quello che vuoi Tristan!-.
Per un istante, la furia di lui si placò. I colpi cessarono. Nella luce, l’unica cosa che Emily riusciva a vedere erano i suoi occhi neri, profondi e pieni d’odio, i capelli biondi, sudati, appiccipati alla fronte. L’ultima volte che lo aveva visto era stata quasi due mesi prima. Da allora era cambiato tanto. Era cresciuto, era divenuto un uomo…un mostro…
Tristan bloccò la mano sulla guancia di lei e sollevò con noncuranza un enorme scarafaggio. Ansimava anche lui ora, l’odio e la rabbia, il rancore ed il desiderio di vendetta avevano assogettato la sua forza di volontà. Ne era divenuto schiavo, così come Emily era divenuta sua schiava metre facevano sesso: -Puoi ridarmi Marilù?- le chiese semplicemente, le labbra rigide e dure su quel volto angelico.
La van Mercy scosse la testa.
-Puoi ridarmi la mia infanzia? Quella che non ho vissuto per colpa delle vostre perversioni?- ricominciò a colpirla, sempre più forte. –Lo sai che cosa si prova quando ti sovrastano? Quando ti aprono a forza le gambe, ti si strusciano addosso, ti infilano la lingua a forza nella bocca e ti picchiano perché non sei abbastanza forte, perché non sei in grado di dar loro ciò che vogliono, perché non vuoi e ti rifiuti di farti mettere le mani addosso? Lo sai che cosa vuol dire tutto questo? No…certo che no. Come puoi saperlo, tu che eri sempre dall’altra parte. Come puoi anche solo immaginare che significa essere bambini con gente depravata accanto, con persone come te che vengono a prenderti di notte, che ti dicono “amore” e invece non è altro che dolore e sofferenza?-.
Sotto il furore delle sue emozioni, Emily non faceva altro che piange, urlare, contorcersi. I colpi non erano forti abbastanza per ucciderla, il terrore, quello si, quello poteva farle crepare il cuore da un momento all’altro.
Tristan aveva le lacrime agli occhi, ma non le lasciava uscire. Come sempre, da quando era bambino, tratteneva il dolore in un modo del tutto sconosciuto ed impossibile da imitare.
Aveva perso la sua famiglia.
Aveva perso la sua innocenza.
Era stato un bimbo affabile e timido fino a poco tempo prima, ora l’orrore che i suoi occhi avevano visto, orrore che il suo corpo esile, bianco e fragile aveva subito si erano cibati della sua dolcezza, del suo essere umano.
Non era un ribelle, non lo era mai stato. In quel momento, agli occhi di Emily ritornò l’immagine del dodicenne nudo che avanzava incerto verso di lei, verso il suo letto, il ragazzino immobile che l’aveva lasciata giocare con sé come con una bambola di plastica, il bimbo sottile che si nascondeva sotto le coperte, che più delle volte prendeva le difese dei più piccoli immolandosi come vittima. Ricordò le centinaia di foto che gli avevano fatto, i migliaia di lividi che gli avevano percorso la pelle, che lo avevano
macchiato. I suoi occhi tremanti, scuriti dalla paura che si rifugiavano oltre le palpebre molli e candide per non vedere quando gli si chinava addosso e lo baciava. Il bambino che puniva se stesso per i crimini degli altri.
Di quel piccolo, ora, non c’era rimasto più niente. Nemmeno il corpo esteriormente sembrava più quello di una volta. Coninuava ad essere esile, si, apparentemente fragile, eppure aveva sviluppato una grande forza, era divenuto un uomo troppo in fretta.
-Puoi ridarmi la mia infanzia?- la voce di Tristan, del nuovo mostro che le si era manifestato, interruppe ancora una volta nei suoi pensieri.
Ed, ancora una volta, Emily fu costretta a dire di no. Nessuno avrebbe mai potuto ridargli la sua infanzia perduta.
-Allora muori…- furono le sue parole, poi si rialzò, raccolse velocemente i jeans da terra e li indossò senza mai toglierle gli occhi glaciali di dosso.
Una volta rivestitosi, si portò ad uno specchio e si sistemò i capelli, gettandoli indietro con un colpo di mano. In un momento, aveva ritrovato la calma: -Ora io me ne vado- disse, tornando a rivolgersi a lei che continuava a contorcersi a terra, terrorizzata da tutti quegli insietti –Tornerò fra qualche giorno.-
A quelle parole, Emily lanciò un gridò assordante e tossì ancora di più: -No, no ti prego non andartene, non lasciarmi sola, non lasciarmi qui- probabilmente, se avesse avuto le braccia per muoversi, si sarebbe messa in ginocchio.
Tristan sorrise innocentemente: -Non ti lascio sola, Emily van Mercy, non temere. I miei amici resteranno con te e si prenderanno cura del tuo nuovo seno “made in silicone”, magari qualcuno di loro farà anche una bella colazione.-
Ad un’occhiata stralunata, impaurita, si affrettò a spiegare: -Non te lo avevo detto, amore mio? Molti di quegli insettini addosso simpatici che ti camminano sono carnivori. Spero proprio che tu non resti incinta di uno di loro…-
Si avviò verso di lei, con in una mano una vecchia bandana rossa e bianca -Forse loro sono più bravi di me ad infilarsi nei buchi…- l’imbavagliò, mentre lei lo fissava disperata implorando la sua pietà con gli occhi –Davvero, non sto scherzando, Emily van Mercy, soprattutto i lombrichi, quelli dovrebbero piacerti, sono come i bambini…-
Prima di andarsene la baciò sul seno destro.
-Come mi divertirei se facessero boom, così sapresti cosa ha provato Marilù…Buona notte amore mio, ti auguro i migliori sogni possibili…-
Non avrei mai pensato che un essere umano fosse capace di tanta freddezza e tanto autocontrollo.
Johanson fissava Tristan con un sorriso spavaldo, cosciente di aver non solo toccato, ma affondato l’altro in uno dei suoi punti deboli. Guardava lui, poi me e, di nuovo lui. Sereno, tranquillo, sembrava gli avesse fatto un’altra delle sue domande stupide, come se
quello che aveva appena detto, come se quelle parole non avessero potuto ritorcerglisi contro in un modo del tutto aspettato e drammatico.
-Allora, ragazzino. Sapevi che quando è morta la tua ragazza aspettava un bambino?-.
Io non riuscivo a staccare gli occhi dal mio paziente. Lo vedevo, lì, solo, attaccato ad una sedia come la prima volta che ci eravamo incontrati, cercava di tenere a bada il respiro, di non lasciar trasparire nessuna emozione, gli occhi si erano chiusi con un movimento lento, quasi teatrale. Dentro di me, sentivo che il suo cuore, per quanto piccolo ed indurito dal tempo potesse essere, in quel momento stava scoppiando. Colmo di sensazioni contrastanti e di dolore.
Deglutii. Spaventato.
Isintivamente il mio sguardo corse sulle sue braccia, sui suoi polsi bianchi ed esili come quelli di una donna. Le manette avrebbero sicuramente trattenuto qualunque reazione.
-Tristan?-. Lo psichiatra continuava ad incalzarlo, era deciso a non lasciargli tregua. Sapeva che se avesse annientato le sue barriere, probabilmente, il ragazzo si sarebbe lasciato sprofondare nella disperazione ed avrebbe parlato.
Ma Tristan restava immobile, silenzioso, con gli occhi chiusi ed il viso pallido a fissare il buio che gli si era impresso nelle palpebre.
-Tristan, mi hai sentito?-.
Feci un passo avanti, cercai di avvicinarlo. Di interrompere quella terribile farsa. Tutti sapevamo che cosa era Marilù, chi rappresentava per quel giovane assassino apparentemente senza rispetto per nulla e per nessuno.
Non un’amante. Non un’amica.
Né tantomeno una sorella.
Aprii la bocca nella speranza di poter trovare qualcosa da dire, qualche parola che potesse suonare in un qualche modo consolatoria. Da un certo punto di vista mi sentivo colpevole per quanto era accaduto: Tristan era un mio paziente, avrei dovuto evitare tutto ciò rifiutandomi fin dal primo giorno di lavorare con Johanson.
-Dottore…- fu l’unica cosa che ebbi il tempo di dire.
-No-. Di nuovo, la voce fredda e tagliente che ormai conoscevo fin troppo bene tornò a stupirmi. Tristan sembrava esser riemerso da un lungo incubo, un incubo durato un’intera vita ed ora amplificato come da un’eco, eppure mai prima di allora lo avevo visto tanto algido e glaciale. Lo sguardo fisso, immobile aveva assunto quella toalità profonda ed inquietante che ogni volta trasformava l’azzurro dell’iride in un blu scuro, nerastro. Il sorriso era rispuntato sulle labbra, sul volto, seppur pallido come marmo era rigido, un’espressione neutra regnava incontrastata dalle sopracciglia bionde alla bocca leggermente tesa e violacea.
Johanson alzò una mano per evitare che parlassi e si allontanò dalla sua postazione per avvicinarlo. Gli si cucciò davanti con un movimento sgraziato. Tristan non gli levava gli occhi di dosso. Si fissarono per un breve istante, poi, lo psichiatra tornò a fare domande.
-Cosa no? Che vuoi dire bel bambino?- la sua voce era melensa e cadenzata, come in una ninna nanna. Mentre parlava in quel modo tanto provocatorio, in me sentivo sbocciare una strana sensazione di disagio, come se un freddo ago da prelievo mi fosse penetrato in testa e la stesse svuotando lentamente. Mi sentivo strano. Tanta freddezza e
tanta calma in una situazione del genere, non solo mi sembrava assurda ed inopportuna, ma addirittura spaventosa. L’assassino che non avevo mai conosciuto, lo strano essere che immaginavo mentre uccideva le sue vittime parlando loro con voce suadente e niente affatto fanciullesca, ora si mostrava chetamente davanti a me, mi investiva con la sua lucida, gelida razionalità, facendomi sentire sempre più estraneo e sempre più inutile.
Sarei stato capace di fermare Tristan nel caso in cui fosse riuscito a sottrarsi dalla morsa delle manette? Di certo non ero capace di sostenere il suo sguardo, né, tantomeno, quel clima di sofferente follia che avvertivo aleggiarmi intorno.
-Non vuoi che il dottor Wallgreen parli o non sapevi che la tua puttanella da quattro soldi era incinta del tuo piccolo mostro?-.
Le parole erano pesanti e atroci. Se qualcuno avesse parlato a quel modo di mia moglie o dei miei figli, qualunque cosa mi ancorasse, lo avrei strozzato.
Ma Tristan era fin troppo diverso da me. Rimase immobile, il respiro regolare, gli occhi fissi in quelli del mio spavaldo ed impavido collega. Non ebbe attimi di esitazione o sospiri, né moti dettati dalla rabbia. Batté le sue lunghe ciglia una sola volta ed escludendomi completamente dalla conversazione pronunciò solo cinque parole: -Marilù non era una puttana…-.
Era un mostro, una macchina. Un automa. Non era vero che non provava sentimenti, no, quello mi rifiutavo di crederlo, ma il modo in cui riusciva a subordinare il corpo alla mente, il modo in cui riusciva a nascondere qualunque emozione, lo rendevano tale.
Un mostro intrappolato nel corpo di un adolescente.
Un adolescente vissuto nella sofferenza e nella violenza a tal punto da perdere qualunque aspetto umano, qualunque caratteristica riconducibile alla giovane età o al semplice fatto di essere una creatura vivente. Non era umano il suo aspetto esteriore, troppo perfetto, innocente. E non era umano il suo carattere. Nella mia vita di personaggi del genere ne avevo incontrati soltanto in alcuni romanzi, ed erano stati rari, qualcuno soltanto di passaggio.
Fissai Johanson ammirandolo, per un istante, per il modo in cui riusciva a reggere il confronto con quel ragazzo, la follia che aveva utilizzato in quell’interrogatorio forse lo avrebbe aiutato a risolvere tanti problemi, forse lo avrebbe fatto sprofondare lontano e gli si sarebbe rivolta contro. Di una cosa ero certo: Tristan non lo avrebbe mai perdonato.
-Tu credi?-.
Non potevo fare a meno di fissarli entrambi. Due menti a confronto, due tipi diversi di caratteri, due cuori che battevano indipendentemente uno contro l’altro, spinti dall’odio reciproco e da una grande forza di volontà.
-Ci vuole coraggio per fidarsi di uno come te al tal punto da decidere di andarci a letto-. Johanson avrebbe continuato con le provocazioni ancora a lungo, me lo sentivo.
Tristan rispose con un sorriso smagliante, accattivante.
-Ci vuole coraggio anche per andare a letto con uno come lei, ecco perché è solo e nessuna donna sembra interessata alla sua mercanzia! Personalmente, mi adatterei a cambiare dopobarba e a lavarmi un po’ più spesso: credo che il dottor Wallgreen, da laggiù, possa confermare la mia teoria anche senza avere il suo alito davanti al naso…-.
Per qualche secondo, Johanson si sentì spiazzato. Si guardò attorno come smarrito e scagliò un’occhiata quasi di conferma nella mia direzione. Per non dargli soddisfazione, mi strinsi tra le spalle ed arricciai il naso. Lui si schiarì la voce e tornò verso il ragazzo.
-Pensavo che stessimo parlando di te…- mugugnò lentamente. Tristan lo ricambiò con un sorriso, ma non aggiunse nulla.
-Rispondi:- ribadì –pensavo che stessimo parlando di te…-.
Di nuovo, un altro sorriso, simile al primo: -Si parla sempre di me, altrimenti lei mangerebbe alla mensa dei poveri…e lei lo sa che cosa significa tutto questo, vero? Non sembra così dannatamente stupido a prima vista…Lo sa che cosa si prova a fare lunghe file per un piatto di minestra fredda e muffita ed un bicchiere di latte inacidito? No, certo che no. O non sarebbe qui ad insultare persone che non conosce e che, probabilmente, non avrebbero mai neanche voluto avere il piacere di avere a che fare con uno scarafaggio tozzo e maleodorante come lei…- per la prima volta dopo quasi venti minuti si rivolse a me –Non è della mia stessa opinione?-.
Rimasi spiazzato per un istante. Avevo compreso il suo discorso ed avevo capito dove voleva andare a parare con simili domande, ma non mi aspettavo affatto che mi reintroducesse nel dialogo così esplicitamente. Scossi la testa per indicare che non sapevo dargli una risposta, lui si accigliò per una frazione di secondo, poi si rivolse di nuovo allo psichiatra ancora cuccio davanti a sé: -Li ha mai visti?- domandò, di punto in bianco, senza specificare altro.
-Cosa?- Johanson era una fortezza apparentemente inespugnabile e difficile da assoggettare, ma lentamente, Tristan aveva trovato una crepa sul suo muro di mattoni e vi si era introdotto dentro.
-I bambini quando piangono. Li ha mai visti dottor Johanson?-.
Ancora una volta, inghiottii saliva al punto da sentirmi la bocca secca e la gola bruciante.
-Certo che ne ho visti, sicuramente più di te…-.
Tristan sorrise, un sorriso spontaneo, nato da dentro, non calcolato e voluto come i precedenti: -Dove?- sussurrò, piegandosi leggermente in avanti, con il collo proteso
verso l’altro e le spalle rigide ma incurvate verso il basso –Nei supermercati? Quando si impuntano davanti allo scaffale dei giocattoli e frignano perché la mamma parsimonsiosa non compra loro l’ultimo modellino di Barbie o di macchinina?-. La voce, glaciale e sensuale al tempo stesso, si esprimeva con lucido rancore. Nonostante l’autocontrollo, ogni tanto qualche lettera risultava più marcata rispetto alle altre, più strascicata.
-Il più delle volte…sono creature vizziate, i bambini-.
-Ha mai provato a consolarne uno? C’è chi sostiene che sia facile accontentarli: basta dar loro ciò che vogliono oppure coccolarli un po’…ha mai provato a prendere in braccio un bambino inconsolabile, dottor Johanson?- quelle parole sembravano quasi irreali su quella bocca adolescenziale.
Dal mio cantuccio, cercai di memorizzare frasi ed espressioni che il giorno dopo mi avrebbero permesso di iniziare un dialigo con Tristan, incastrandolo con le sue stesse parole. Avvertivo il respiro leggermente più pesante. La discussione aveva preso una strana ed inquietante piega. Dentro di me iniziai a chiedermi se non si trattasse di un caso di pedofilia.
Qualunque cosa fosse, Lui non me lo avrebbe mai confermato esplicitamente.
Osservai Johanson, le sue reazioni si facevano sempre più scattose e prevedibili. La crepa nel suo muraglione fortificato si stava facendo sempre più larga.
Da preda, Tristan era divenuto cacciatore…presto lo avrebbe catturato nella sua tela.
-Tutti i bambini sono consolabili…- lo psichiatra iniziava sudare. Con una mano si asciugò la fronte e si pulì la bocca.
Il ragazzo scosse la testa, serio: -Ce ne sono alcuni che, di notte, si svegliano urlando…- disse –altri che non vogliono essere avvicinati, che si rifiutano di mangiare, qualcuno sceglie di non parlare più, qualcuno, solo, si nasconde nei posti più impensabili ed inizia a piangere, a muoversi convulsamente. Si tocca, si morde le braccia, cerca di farsi del male per non esistere più, per non essere più se stesso. Sogna di poter essere un uccello e di volarsene via lontano, in un luogo segreto dove nessuno può trovarlo e dove nessuno può raggiungerlo…ha mai provato a consolare un bambino come questi?-.
Oramai lo fissavamo entrambi con gli occhi sbarrati. Il monologo, era stato fin troppo esplicito ed agghiacciante.
-Tristan…- inziai, come se nella mia esperienza, di storie come quelle non ne avessi mai sentite, come se quelle fossero tutte novità per me, per il mio lavoro di psicologo infantile.
Ma lui mi bloccò di nuovo. Il mostro che gli viveva dentro non aveva ancora terminato di intessere la sua tela. Non aveva ancora finito di sconvolgerci.
Alzò la voce. Oramai non aveva più alcun interesse a coprire le sue sensazioni, le sue emozioni: -Lo ha mai fatto, dottore?- marcò l’ultima parola, accentuandola come se volesse ironizzare sullo status di Johanson –Risponda, la prego…-.
L’altro scosse la testa.
E Tristan guardò me: -Lei lo ha fatto, vero?-.
Non potei fare a meno di annuire. Si. Confermai. Lo avevo fatto tante volte.
-Non è facile, vero?- continuò, guardandomi negli occhi –Marilù lo ha fatto quasi ogni giorno…lei era la mamma di tutti i bambini anche se aveva sette anni, si prendeva cura di tutti, li lavava, li pettinava, li rendeva belli per i giorni in cui i genitori venivano a scegliere chi adottare. E non è facile rendere bello chi non vuole far altro che sparire…- era il discorso più atroce che un paziente mi avesse mai rivolto. Non sapevo se Tristan stesse parlando di sé o di altri, di certo, una cosa impossibile da pensare era che lui non avesse mai provato le sensazioni che stava descrivendo, che non avesse mai sentito il bisogno di essere un uccellino e di volare via. O di sparire per sempre. Marilù era stata la sua via d’uscita. Una sorta di valvola di sfogo per evitare di sprofondare sempre di più nella bocca dell’inferno.
-Perché sputare veleno su una persona del genere?- chiese al dottor Johanson. Poi, all’improvviso la sua espressione cambiò, divenne quasi allegra, tornò ad essere
l’espressione di un ragazzo di diciassette anni: -Ha chiamato mostro il bambino di Marilù- esclamò dolcemente, fissandosi le mani e muovendo le dita su e giù, come sulla tastiera di un pianoforte –E lui ora appartiene al Cielo, anche se il Cielo ha rinnegato me. Lo faccia di nuovo e le giuro su qualunque cosa lei voglia che le strapperò quell’espressione di merda dalla faccia prima ancora che possa fulminarmi con una scarica elettrica del cazzo…mi sono spiegato?-.
Il suo volto e quelle parole stridevano le une con l’altro, ma mi fu impossibile, poi, quando fui solo a casa, disteso davanti alla tv col telecomando in mano, immaginare le une senza che l’altro comparisse nella mente e le confermasse.
Fu così che si concluse quella prima, drammatica seduta a tre.
Suppongo che sia inutile, ormai, continuare a guardare lo specchio.
Devo smettere, devo smettere di osservare…
Lo so, a quest’ora dovrei già essermi abituato a quel corpo, a quelle mani, a quei capelli. Eppure non riesco a smettere. Sono davvero io? Sono io quella cosa riflessa sullo schermo di vetro attaccato al comò?
Sono miei quegli occhi iniettati di sangue? Mie quelle dita lunghe, scheletriche, che mi accarezzano il viso scarno e pallido?
Per provare la verità faccio qualche gesto. Alzo un braccio, scuoto il capo, ma slaccio un bottone della camicia.
L’uomo sullo specchio compie le mie stesse azioni, con la mano sbagliata.
Allora lo guardo, continuo a spiarlo. Che cosa ci fai tu qui? Chi sei?
Quello ripete le mie parole a pappagallo ma non risponde.
Che cosa ci fai tu qui? Chi sei?
Perché sei nella mia stanza?
Faccio un passo indietro, mi osservo i vestiti. I jeans, le scarpe, quelli no, non li posso vedere nell’essere davanti a me. Ma la maglia, la camicia, sono dello stesso colore, della stessa fattura.
Perché sei nella mia stanza?
Lui mi fissa, l’idiota, sembra incuriosito da me. Sembra stia cercando qualcosa nella mia testa, nel mio corpo, nella mia espressione.
Io scuoto ancora la testa, alzo una mano, faccio un segno di saluto. Lui ripete i miei gesti. In silenzio, gli occhi sbarrati, il volto sempre più pallido.
Allungo la mano in avanti, la spingo verso di lui, le nostre dita si toccano ma non si intrecciano tra loro.
Che cosa vuoi da me? Lasciami in pace! Vattene!
Ha le dita fredde e dure, le lascia immobile, pietrificate sulle mie.
Mi fissa negli occhi. Io abbasso lo sguardo, non riesco a guardarlo. Ma poi divento curioso. Sarà ancora lì? Lo rialzo. Lui mi spia di nascosto, con i capelli rossi che gli contornano la testa come una strana aureola, con gli occhi blu che si muovono in continuazione, sprizzanti di irridente curiosità e
profondi.
Lo sento, lo sento dentro di me: l’altro ha paura. Mi guarda, io lo guardo. Abbassa gli occhi.
Che cosa vuoi da me? Lasciami in pace! Vattene!
Apro la bocca, grido qualcosa. Lui fa lo stesso, le sue labbra si spalancano in un ghigno orribile, che mi mette in soggezione, ma non sento alcun suono. Forse lo copro io con la mia voce troppo alta.
Ci riprovo. Riapro la bocca, riprendo a parlare, più sommessamente, più tranquillamente. Anche lui spalanca di nuovo le labbra. Cattivo! Lo fa contemporaneamente a me. Di nuovo, non sento quello che dice.
Lasciami solo! Va’ via!
Non sorride, non sorride mai lui. È malvagio. Lo so. Si, lo so.
Lasciami solo! Va’ via!
Mi copro gli occhi con le mani. No, non ce la faccio! Non lo voglio più vedere!
Vattene!
Se ne deve andare, mi deve lasciare qui, da solo. Meglio solo che con lui. Meglio solo che con il suo ghigno malefico davanti, con le sue mani fredde, scheletriche protese verso di me.
-Va’ via!-. Senza rendermene conto, inizio a gridare. Le gambe non mi reggono più, non riesco a stare in piedi: -No! Toglietelo da qui! Portatelo via!-.
Mi accascio a terra. Il freddo del pavimento mi accoglie come un letto duro ma confortevole.
Lui non c’è più. È sparito, inghiottito nel vuoto.
Finalmente sento il mio respiro tornare regolare. Poi…
Se n’è andato? Un dubbio mi si insinua tremendo nella mente.
Mi metto immobile, con la schiena schiacciata tra il comò ed il pavimento. Se se ne vuole andare deve per forza passare di qui. Ma…se passa di qui…non mi vede?
E se poi mi fa del male?
Meglio controllare.
Con le orecchie tese, ascolto i suoni intorno a me. Dall’esterno della mia stanza viene il rumore delicato del pianoforte. Il mio pianoforte. Per un attimo riconosco le note. È “Al chiaro di luna”,
Beethoven.Una delle mie musiche preferite. Una delle musiche preferite della mia mamma.
Chiudo gli occhi, per un attimo noncurante dello straniero che mi perseguita. Chi è che suona? Sono io?…Sento le mie mani scorrere dolcemente sui tasti, avverto pienamente il profumo del legno, la meravigliosa sensazione delle dita che fluiscono velocemente. La musica mi entra in testa. Mi accarezza le guance, le gonfia d’orgoglio. Sono così bravo?
Riapro gli occhi. Intorno a me, note e spartiti galleggiano nell’aria.
No. Non sono io.
Il pianoforte è di sotto, nel salotto, io sono in soffitta. Tre piani di scale ci separano. Ma, allora…?
Una tremenda sensazione mi stringe il cuore.
Lui, è lui che suona? Certo non sono io…
Ma, se lui suona, allora non è più qui?
Come ha fatto ad uscire?
Devo controllare. Mi alzo in ginocchio, il viso nascosto sotto un cassetto. Lentamente striscio in alto, verso lo specchio, verso l’unico ripiano orizzontale, quello dove tengo l’acqua per lavarmi il viso e la corona del rosario di mia madre. Lentamente. Non c’è fretta. Meglio fare le cose con comodo, piuttosto che rischiare di essere scoperti.
Lascio sporgere dapprima le mani, poi i capelli. Alla fine, con gli occhi appena sotto il bordo superiore del comò, decido di farmi forza, di fare un bel respiro e di sfidare il mostro.
Le braccia mi tremano, le gambe sembrano molli sotto di me. Mi accascio di nuovo. Sospiro, mi rimetto in ginocchio. All’improvviso, di colpo che nemmeno io me lo aspettavo, scagliai un’occhiata furtiva verso di lui…
È lì, mi osserva dall’altra parte del comò. La bocca spalancata, gli occhi sbarrati dall’orrore di rivedermi ancora lì.
Grido. Grido con tutto il fiato che ho in gola, con tutta la forza che ho nelle vene e scappo, scappo lontano da quel mobile maledetto, da lui, da quel suo sguardo profondo, da quel suo viso pallido, dalle sue mani scheletriche.
Di corsa, attraverso la stanza. Con la coda dell’occhio scorgo qualcosa alla mia destra, un vecchio baule rimasto aperto chissà per quale motivo e contenente chissà che cosa. Mi ci infilo dentro. Chiudo il coperchio. Sento i denti che battono per la paura, l’ansia e l’angoscia che montano inesorabili dentro di
me. Inizio a piangere…
Lui, lui è rimasto fuori, a beffarsi di me, a prendermi in giro. Posso sentire la sua vocina scarna che ride, posso immaginare i suoi occhi blu che scintillano qua e là, fieri della mia vergogna e del mio terrore.
Con le mani, mi stringo le tempie. Muovo la testa, cerco di mandare via le immagini cattive. Ma lui è là, io lo so che c’è e che mi attende fuori per farmi del male.
Grido ancora, disperato. Urlo aiuto, mi raccolgo in me stesso.
All’improvviso, una mano enorme apre il coperchio del baule.
Stringo ancora di più gli occhi, mi nascondo più che posso cercando di ripararmi il capo.
-No! No!- grido.
Ma la mano si fa calda tra i miei capelli. Spalanca il coperchio e mi accarezza amorevolmente.
-Nicholas,- chiama –Nicholas, tesoro, che succede?-.
Lo riconosco. No. Non è un nemico. Non è lui. Lui se n’è andato via.
È
Capitolo 7
L’altra stanza era un po’ più grande della precedente ed un po’ più calda, cosa che non fece altro che irritarmi, visto il modo in cui stavo già sudando.
Avevo tenuto Tristan per un braccio per tutto il percorso e lui si era dimostrato tranquillo e glaciale come sempre. Silenzoso aveva camminato al mio fianco, gli occhi fissi sulla schiena del dottor Johanson, le orecchie aperte ad ogni minimo rumore.
Non tentò di scappare come mi sarei aspettato da un paziente nomale. Probabilmente, se lo avessi lascito avrebbe proseguito il percorso senza mai scostarsi di un millimentro da me. ma non volli tentare. Chissà
perché si comportava in quel modo…
Venne un infermiere ad aprirci, lo stesso che avevo visto qualche giorno prima durante l’ultimo malore di Tristan. Mi sorrise, forse impietosito da me, forse per dimostrarmi di avermi riconosciuto, e mi tenne la porta mentre spingevo dentro il paziente seguendo lo psichiatra.
Mi diedi un’occhiata intorno.
Le pareti bianche della stanza ricordavano quelle di un laboratorio per gli esperimenti genetici, le luci, pallide anch’esse, per un istante mi stordirono, tanto erano forti. Da un lato, appartato come un vecchio cane bastonato, c’era un tavolo massiccio, di acciaio, inchiodato al pavimento. E, sopra ad esso, lo strumento di cui nessuno mi aveva ancora parlato.
Un oggetto strano, apparentemente innocuo.
A prima vista sembrava una normalissima ventiquattr’ore rigida, rivestita di plastica argentata, ma, poi, a guardarla meglio, venivano fuori una serie di bottoncini colorati e di pomelli rotondi: una macchina della verità.
Un’inutile macchina della verità. Cosa speravano di fare?
Tristan la fissò per un brevissimo istante. Forse non sapeva cosa fosse, forse nemmeno gli importava. Immediatamente i suoi occhi si spostarono sullo schermo di un computer, anch’esso sopra al tavolo, e si fermarono a fissare l’immagine che faceva da sfondo nel desktop.
-Zygaena ephialtes- pronunciò, quasi religiosamente.
Mi voltai a fissare il monitor anche io: -Come?-
-Zygaena ephialtes…- mi spiegò, indicandomi la farlalla rappresentata sullo schermo -Pur essendo una falena, una farfalla notturna, ha abitudini diurne. Il volo è piuttosto lento, le antenne sono claviformi, talvolta
bipettinate nei maschi delle Procridinae. Ha un’apertura alare che può variare dai tre ai quattro centimetri ed un aspetto di lucentezza metallica. Nella sua famiglia, le Zygaeninae, prevalgono i colori blu o nero con macchie sgargianti di colore bianco, rosso o giallo. Sono creature davvero belle…- sembrava un libro stampato.
Si avvicinò e mi mostrò con l’indice le varie parti che componevano il suo corpo, soffermandosi sulle antenne: -Ecco, claviformi…- mi disse, come se potessi comprendere il significato di quelle parole. I suoi occhi brillavano.
-È velenosa?- fu l’unica cosa che ebbi la forza di chiedergli.
Mi fissò come se avessi pronunciato un’eresia: -I colori aposematici indicano che il suo corpo è rivestito di sostanze tossiche…- sembrava una cosa naturale. Come facevo a non essermene accorto?
Gli poggiai una mano sulla spalla per chinarmi e vedere meglio.
-Un giorno o l’altro ti porto la collezione di farfalle di mio suocero, così la prossima volta che lo vedo gli dico qualche nome e faccio bella figura…-
Mi sorrise. Il sorriso dolce e gentile di un bambino quando lo si invita a fare qualcosa che gli piace. Riusciva a mutare aspetto e comportamento nel giro di pochissimo tempo e, questo, non era di certo un dato a mio favore.
-Qual è la tua preferita? La più bella?- era una domanda che mi sorgeva spontanea, che mi uscì dalla bocca senza che riuscissi a bloccarmi.
Tristan mi guardò. Gli occhi che luccicavano come mai li avevo visti, azzurri, brillanti, riflettevano molti colori e molti stati d’animo contrastanti.
L’amore che provava per quelle creature, per me così invisibili, era immenso e colmo di rispetto. Di nuovo, mi sorrise: -Chrysiridea riphearia, nota anche come Urania del Madagascar, è una specie di falena endemica del Madagascar. Viene considerata come la più bella fra le falene. Sulle ali posteriori ha
numerose code. Il bruco è giallo e nero. Ha abitudini diurne e un'apertura alare di 8-10 cm. Pensi che in passato veniva usata per produrre oggetti ornamentali perché ha dei colori meravigliosi-.
-Ne hai mai vista una?-
-Ce n’è una foto in uno dei miei libri…- inziò a dire, ma poi si bloccò quasi subito. Nel giro di qualche secondo la sua espressione cambiò e si accigliò –Marilù mi diceva sempre che, prima o poi, sarebbe andata in Madagascar e me ne avrebbe presa una…-
La voce spenta, gli occhi bassi.
Avrei voluto prenderlo tra le braccia e fargli una carezza. Ma non potevo…
Erano proprio questi gli atteggiamenti di lui che mi terrorizzavano. Sapeva come commuovere gli altri e come farli sentire estranei a sé, così come sapeva dominarli ed ipnotizzarli. Un serpente. Una vipeva. Una vedova nera.
-Iniziamo?- fu il dottor Johanson a spegnere definitivamente quel momento. S’intrufolò tra di noi e lo staccò da me, dalla mia mano, prendendolo pericolosamente per un braccio e spingendolo verso la sedia posizionata davanti alla macchina della verità.
-Siediti- gli ordinò poi, la sua voce che aveva perso definitivamente quel tono giocoso ed idiota –Siediti qui e stai buono-. Poi, premette un pulsante rosso ed accese la macchina.
Mentre quella si riscaldava, prese le mani di Tristan e le legò con delle manette ai braccioli della sedia. E così fece con i piedi.
Dentro di me sentivo il sangue che mi ribolliva. Come la prima volta che lo avevo visto, era stato legato ad una sedia senza un perché, senza un motivo, una spiegazione da dargli. E non aveva fatto una mossa, non si era ribellato come chiunque altro avrebbe fatto.
Tristan lo guardava incuriosito, guardava di nuovo me, infastidito, avido di perché, poi tornava a fissarsi le mani, i piedi, inchiodati al freddo acciaio della sedia.
-Ecco, così va bene…- Johanson si tirò dritto ed indietreggiò di un paio di passi, osservando il lavoro che aveva svolto con tanta cura –Ok!- esclamò, poi, tornando verso il ragazzo e chinandosi su di lui –Adesso slacciamo la camicia…-
Non so come descrivere l’espressione di Tristan in quel momento. Da un lato, sembrava divertito, quasi come se volesse sfidare me e l’altro dottore, da un altro era indispettito, furente. Attendeva il momento migliore per attaccarci.
Si contorse un po’ quando le mani di Johanson gli sfiorarono il petto, sbottonandogli la camicia che indossava e spostandone i lembi dalle parti. Ma rimase immobile quando lo psichiatra gli arrotolò la
cannottiera verso il petto e gli mise una strana pomata gel sull’addome.
Teneva gli occhi chiusi, di nuovo, sembrava assente, lontano, come se non stesse accadendo a lui.
Io lo fissavo in attesa di un’esplosione. Sapevo che prima o poi ce l’avrebbe fatta pagare cara ed attendevo pazientemente che quel momento arrivasse.
Ma non arrivava.
Tranquillo, immobile, ricambiò il mio sguardo osservandomi dal basso in alto. Ero io il traditore che gli aveva fatto questo?
Johanson gli applicò dei piccoli cerotti nei punti in cui aveva spalmato il gel e vi aveva attaccato dei piccoli fili colorati.
Tristan non li guardava.
La sua attenzione era tutta rivolta a me.
Poi, lo psichiatra si alzò e si spostò un momento verso il tavolo per vedere se la macchina era pronta a funzionare per poi ritornare dal ragazzo e posargli in testa un piccolo cerchio di metallo attaccato con una serie di cavi alla macchina.
In ultimo, applicò sul braccio di Tristan una sorta di misuratore della pressione sempre collegato alla macchina e sul suo petto una fascia simile a quelle usate per l’elettrocardiogramma.
Per tutto il tempo, lui guardò me.
Ad un certo punto, la macchina emise un flebile fischio e sul monitor del computer comparve una schermata bianca, un po’ come quelle che misurano l’intensità dei terremoti.
Era pronta.
Il dottor Johanson mi lanciò uno sguardo compiaciuto ed io scossi la testa.
Era quella la sua terapia?
Non avrebbe mai funzionato…
Capitolo 8
Di nuovo, un altro cenno di assenso.
-Questo apparecchio è una macchina della verità, uno strumento molto preciso che serve a vedere se le affermezioni che fai sono vere o false. È semplice no? Ha un minimo margine
d’errore e fino ad adesso non ha mai sbagliato-. Lo guardò, guardò me. Tristan era completamente indifferente a noi.
Johanson continuò con le spiegazioni: -Adesso io ti farò delle domande, delle domande molto semplici, Tristan. Tu non dovrai fare niente, solo rispondere velocemente e con un si o con un no secchi, va bene?-
Non lo trattava più come il bambino sciocco di prima. Adesso si imponeva su di lui, voleva che la sua volontà fosse percepita dal ragazzo come superiore.
Aveva addirittura modificato il tono della voce, ora molto più duro ed autoritario e sfidava il paziente con ripetuti colpetti sulle spalle o sulle gambe.
Non era quello il metodo giusto per parlare con Tristan…
La sua apparente indifferenza non faceva che aumentare la mia tensione, la mia preoccupazione per una possibile sfuriata.
-Tristan, fammi capire che hai capito quello che ti ho detto, per favore!-
Johanson gli diede un colpo un po’ più forte sotto il mento, accattivandosi uno sguardo che io non sarei mai stato in grado di sostenere. L’azzuro glaciale di Tristan era diventato quasi nero…
-Tristan, ho detto: fammi capire che hai capito quello che ti ho detto!- lo psichiatra aumentò il tono della voce, lo colpì di nuovo , senza fargli male.
Dal mio angolo, non potei fare altro che mettermi una mano sulla fronte e chiudere per un attimo gli occhi. Non avrebbe mai collaborato, era stato stupido soltanto pensare che si sarebbe reso complice della propria resa.
-Tristan, vuoi rispondermi?- Johanson non si arrendeva. Continuava imperterrito a fare la stessa domanda, a dare gli stessi ordini. Alzò la mano ancora una volta verso il ragazzo.
-Mi colpisca…- poco più di un sibilo, di un gorgoglio tra sé, eppure nel pronunciare quelle parole, la voce del paziente aveva assunto una tonalità carica d’odio ed agghiacciante.
Johanson deglutì ed abbassò istintivamente la mano.
-Che bravo…cominciamo?-
Rimasi a guardarli mentre lentamente lo psichiatra si muoveva dietro al monitor e prenderva una piccola cartella di cuioi nero.
-Si…- la sua voce aveva perso tutta l’imperiosità –Dunque, la prima domanda è molto semplice. Ricorda, dovrai rispondere con un si o con un no. D’accordo?-
Annuì.
-Tristan è il tuo nome?-
Mi guardò, gli occhi divenuti ormai due pozze nere: -Si-.
-Bene. Hai diciassette anni?-
-Si-. Li socchiuse per un istante e sospirò –Ne farò diciotto in estate- precisò e ricevette un rimprovero.
-Hai una sorella?-.
Mentre rispondeva, il dottor Johanson prendeva appunti sulla cartella di cuoio. Non mi guardò mai e dentro di me mi chiesi qual’era l’utilità di tutto questo.
Tristan sembrava perfettamente a suo agio. Il respiro era regolare, i battiti, segnalati da non so quale apparecchio collegato alla macchina erano regolari. Soltanto il nero dell’iride tradiva l’irritazione.
-Si-.
-Si chiama Margaret?- Johanson sorrise e lo guardò.
-No. Margaret era mia madre-.
Altro rimprovero.
-Eveline?-.
-Si-.
-L’hai più rivista dopo l’incidente in cui morirono i vostri genitori?-
Attimo di esitazione. Gli occhi si chiusero, si riaprirono, si chiusero di nuovo. Ci fu un leggero fremito nei battiti cardiaci.
-Tristan?- lo richiamò lo psichiatra -L’hai più rivista dopo l’incidente in cui morirono i vostri genitori?-.
-Si-.
-È stato molto tempo fa?-.
-No-.
-Quando?-.
-No-.
Johanson lo fissò, irritato: -Come sarebbe a dire no? Ti ho fatto una domanda: rispondi!-
-No! Non posso rispondere in un altro modo: me lo ha detto lei- sfoderò uno dei suoi soliti sorrisi da ragazzino della publicità: l’immagine dell’innocenza.
Mi strappò una risata. Che attore!
-Sii serio, Tristan, per favore- intervenni poi, una volta ripreso il controllo di me –Presto finirà tutto…- e ricevetti un sorriso anche io. Che si stesse divertendo a prenderci in giro? Fin’ora la macchina aveva registrato solo risposte vere. La preda viene catturata per mezzo della ragnatela
che viene tessuta all'ingresso della tana. Una volta caduta nella tela, la preda viene immobilizzata e le viene iniettato il veleno, dopodiché degli enzimi iniziano il processo digestivo dall'esterno sciogliendola ed infine viene aspirata. Non trova anche lei che sia un mezzo per nutrirsi davvero molto pratico?
Johanson prese un respiro più profondo del solito: -Marilù era tua sorella?-.
Tornò immediatamente freddo e serio: -No-.
-Era un’amica?-.
-Si-.
La puntina della macchina continuava a muoversi frenetica. Di tanto in tanto, al termine di ogni risposta, lo psichiatra la osservava ed annuiva, poi annotava il risultato della domanda.
Sorrise. Forse soddisfatto dalla scheda che stava compilando e fece la nuova domanda: -Hai mai avuto rapporti con una donna?-.
Per un istante ricevette un’occhiata strana. Poi, Tristan si rivolse a me: -È un buon movente per gli omicidi che ho commesso?- mi domandò, derisorio. Io scossi la testa: -Rispondigli…- suggerii e lui fece cenno di no con il capo.
Di nuovo, venne richiamato: -Tristan, hai mai avuto rapporti con una donna?-.
Lo guardai. Dacché lo conoscevo mi aveva sempre dato l’impressione di non possedere altri interessi se non gli insetti. Era una domanda che mi ero posto anche io, conoscendo quelli della sua età. E a cui non avevo saputo dare una risposta.
Tristan ebbe un nuovo attimo di esitazione, poi rispose: -No-.
Ma stavolta, l’ago della macchina si mosse in modo diverso.
Risposta sbagliata.
Da dove mi trovavo, non avevo modo di capire gli esiti di quelle domande così stupide, ma intuii la falsità dell’utlima risposta dalla reazione che ebbe Tristan quasi immediatamente.
Un gemito spezzò la sua tranquillità e per un momento si alzò di qualche centimetro dalla sedia, il massimo che le manette potessero garantirgli. Poi, gli occhi colmi d’odio si scagliarono contro il dottor Johanson. Il respiro, ora, era molto più rumoroso e molto più profondo di quanto non gli avessi mai sentito.
-Cosa era?- domandò, la voce rotta dal continuo ansimare –Che cosa mi avete fatto?- aumentò di tonalità.
Lo psichiatra si mise a ridere, gettando la testa indietro sulle scapole: -Non è niente di grave, ragazzo: te lo avevo detto di essere sincero, no?- e mi lanciò un’occhiata complice che non compresi e a cui mi rifiutai di rispondere.
Che diamine signifiava tutto ciò?
-È stata solo una piccola scarica elettrica- spiegò poi, ad una mia occhiata –Non è niente di grave. Presto il torpore che senti svanirà. Non preoccuparti-. E sorrise ancora.
Tristan ricambiò il sorriso con una smorfia.
-Bene. Allora, adesso che sappiamo che hai fatto sesso con una donna almeno una volta nella vita, possiamo roseguire con le prossime domande…-
Johanson fece per riaprire bocca quando: -No!- Tristan scosse la testa e si agitò sulla sedia –No, non è vero: io non volevo…- aveva le lacrime agli occhi, scuoteva la testa in continuazione, ma si bloccò, come se avesse detto qualcosa di troppo.
Uno strano presentimento si insinuò dentro di me: -Ti hanno costretto a farlo, Tristan?- Johanson mi guardò leggermente adirato, ma nondisse nulla. Semplicemente annuì e si concentrò sulla risposta.
-No-. Era un no strasciacato e molto incerto, ma era la verità. Tristan abbassò la testa e chiuse gli occhi ancora una volta. Non pianse, ma una sottile lacrima gli rigò il viso pallido e scarno. Rimase in quel modo per qualche tempo, concentrato sul proprio respiro.
Allora, in silenzio, mi avvicinai alla mia valigetta, l’aprii e ne tirai fuori una piccola bottiglia d’acqua ancora sigillata. Poi, mi rivolsi a Tristan e gliela poggiai alle labbra: -Bevi- gli dissi e lui gettò la testa indietro per rendere più facile la discesa del liquido nell’intestino.
-Ecco- gli dissi –bravo…ti va di ricominciare?-
Annuì debolmente.
Ed io feci un cenno di assenso verso lo psichiatra: -Siamo più celeri, per favore…-
Lui mi fissò per un secondo, poi, ritornò alla cartella di cuoio.
-D’accordo, ripremdiamo con le domande semplici, allora: è vero che ti piacciono la matematica e gli insetti?-.
-Si-.
-Ok…tuo padre si chiamava Soren Schreder?-.
-Schröder. Si-.
-Tedesco?-
-Si. Di Amburgo-.
-Volevi bene a Marilù?-
Nei suoi occhi ci fu una nuova scintilla: -Si-. Annuì, un timido sorriso gli illuminò il volto.
-E lei te ne voleva?-
Di nuovo, la risposta fu affermativa.
-È stato per vendicare lei che hai ucciso tutte quelle persone?- domanda difficile. Nel petto, sentii il cuore contorcersi in uno sparmo.
-Si-. Non credevo che avrebbe risposto. Sulle labbra mi sorse un sorriso. Forse la paura della scossa lo aveva reso più duttile e propenso a parlare?
No…
-Soltanto per vendicare Marilù? Soltanto per questo hai ucciso cinque persone?-
La domanda era mirata e ben fatta. Eppure, dentro di me sentivo che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di strano, una sensazione lontana.
Tristan tornò a fissare il vuoto. Il respiro tornò regolare. Le mani si strinsero intorno ai braccioli della sedia fino a sbiancare: -No-.
Mi sentii la terra mancare sotto i piedi. In un certo senso mi aspettavo quella risposta, ma la freddezza con cui era stato pronunciato quel no mi aveva spiazzato.
Per quale atro motivo? Perché? Nella mia testa le domande si alternavano e si susseguivano
molto più velocemente di quanto pensassi. Il cuore mi batteva forte senza motivo. In fin dei conti, che cosa avevo a che spartire io con quel ragazzo?
-Ti avevano fatto del male?-
-Si-.
-Cosa?- di nuovo il mio cervello non riuscì a frenare l’impulso di parlare –Come?-
Tristan non si voltò verso di me. Disse soltanto: -No- ed inspirò profondamente.
C’erano ancora delle domande proibite.
Avrei voluto indagare, costringerlo a dirmi la verità sparando giù una raffica di domande su tutte le possibilità che avevano avuto di fargli del male. Prendendo dalla mia esperienza lavorativa, cavando informazioni da vecchi titoli di giornale, inventando tecniche di tortura o quan’altro. Ma il mio collega non mi consentì di proseguire.
I suoi interessi erano altri…
-Sapevi, Tristan, che Marilù era incinta quando morì?-
Capitolo 6
-Posso entrare?- bussarono appena qualche secondo dopo. Un volto grassoccio, sudaticcio e baffuto fece capolino dalla porta e mi fissò per un istante prima di rivolgere un’occhiata fuggevole al ragazzo seduto davanti a me.
Tristan ricambiò lo sguardo con un sorrisetto malizioso, lo stesso sorriso che mi faceva gelare il sangue nelle vene.
Eravamo stati disturbati ingiustamente.
-Prego, dottor Johanson…- percepii la mia voce con distacco, come se non fossi stato io a pronunciare
quelle parole. Per una volta che ero riuscito ad istaurare un dialogo “decente” con il mio paziente…
Tristan se ne accorse e mi guardò sbattendo le ciglia lunghe. Evidentemente il tono che avevo usato nel dire quella frase lo aveva colpito almeno quanto aveva colpito me.
-Grazie- Johanson entrò nella stanza con passi grandi e melliflui. Aveva pochi capelli arruffati ai lati della testa ed un paio di occhialini dalla montatura argentata appesi al collo con una sottile catenina d’oro. Il camice, aperto sul davanti, lasciava intravedere un maglione di splendida fattura ed un paio di pantaloni color kaki. Era lo psichiatra cui era stato affidato Tristan: avremmo dovuto lavorare insieme per comprendere i suoi problemi, per aiutarlo. Ma a me non era mai piaciuto lavorare con gli altri. Ero geloso dei miei pazienti, almeno quanto lo ero delle mie figlie…
Mi sorrise, passando dietro a Tristan e poggiando le braccia sulla mia scrivania in un modo tale da intrappolare il ragazzo tra sé ed il piano del tavolo.
Lui, ovviamente, rimase impassibile. Silenzioso. Immobile.
Le uniche cose che si muovevano in lui restavano gli occhi, lanciati qua e là, a destra e a sinistra, nel tentativo di trovare qualcosa, forse per difendersi e togliersi di dosso il mio collega?
-Di là è tutto pronto dottor Wallgreen, possiamo portare il paziente nell’altra stanza, se lei è d’accordo!- continuava a guardare me. L’idea che magari Tristan fosse intento a pensare a come liberarsi di lui non lo sfiorava nemmeno. Cosa credeva che fosse? Un pupazzo senza vita?
Ricambiai il sorriso ed accennai un leggero si con la testa. Non ero molto d’accordo sul cominciare con la terapia proprio in quel momento. In un certo senso sentivo di aver creato una sorta di varco, un minuscolo passaggio, per accedere alla coscienza del ragazzo e non mi andava di perderlo così velocemente. Ogni secondo lo sentivo rimpicciolirsi ed allontanarsi. Non avrei più avuto un’occasione come quella per parlare con Tristan del suo passato. Ma non avevo nemmeno altre via d’uscita. Speravo soltanto che lo psichiatra che avevo davanti a me in quel momento avesse molto più cervello di quanto mi stava già mostrando.
Non conoscevo il dottor Johanson. Sapevo che aveva dei metodi abbastanza ortodossi e vecchi per essere uno relativamente giovane, e sapevo che tra i suoi pazienti molti erano assassini. Il tipo di uomo che mi occorreva per domare Tristan, così mi era stato dipinto, ma io non ne ero molto convinto. Se quel poco che avevo capito del ragazzo era giusto, prima o poi ci saremmo ritrovati tutti e due nei guai.
Mi alzai dalla scrivania sperando che anche l’altro tornasse ad avere una postura eretta e mi rivolsi direttamente al paziente: -Tristan, questo signore è il dottor Johanson, lo psichiatra di cui ti hanno già
parlato qualche giorno fa. Entrerà a far parte dei nostri colloqui come io entrerò a far parte delle sue…ehm…delle sue…- per un istante esitai, non avevo nemmeno idea di come chiamarle. Guardai il collega senza che lui se ne accorgesse, poi, decisi di adottare la parola più generica per quel genere di cose: -sedute…-
Tristan prese un respiro più profondo e raddrizzò la testa, spinta verso il basso dalla necessità di evitare qualunque forma di contatto con lo psichiatra e chinò gli occhi verso il basso, come se stesse cercando di concentrarsi, come se volesse a tutti i costi frenare qualche istinto. Cosa che, naturalmente, non traspariva affatto né dai suoi lineamenti, né dal ritmo respiratorio.
-Uno non bastava?- fu l’unica cosa che disse e, per risposta, ricevette una mano enorme tra i capelli che lo spettinava.
-Certo che no, ragazzino!- Johanson sembrava ottimista. Si comportava con il ragazzo come se non lo conoscesse affatto, come se non fosse stato avvertito così com’ero stato avvertito io, come se lui o un cucciolo di tigre appena nato non facessero differenze.
Per una frazione di secondo ricordai la tecnica di caccia della vedova nera. Com’è che aveva detto? Intrappola la vittima nella tela e poi la scioglie con degli enzimi provenienti dal suo veleno. Un qualcosa di davvero molto pratico, un lavoretto pulito. Della vittima non restava nulla…pensai se Tristan non stesse facendo la stessa identica cosa con noi. Poi, compresi che, probabilmente, la risposta non mi sarebbe piaciuta e mi convinsi a lasciar perdere con i ragni: se davvero così fosse stato, io avevo già una zampetta impigliata nella ragnatela.
Guardai il ragazzo, poi, lo psichiatra, infine tornai su di lui. Immobile e sottomesso. Fino a quale punto sarebbe stato impossibile da definire.
-Faremo un buon lavoro di squadra!- Johanson continuava a parlargli standogli addosso, con le labbra praticamente appiccicate al suo orecchio destro.
Tristan teneva ancora gli occhi bassi, fissi in un punto preciso della mia scrivania.
La mia penna.
Con un movimento fulmineo la raggiunsi e la infilai nella mia valigetta, troppo distante per lui. Avertivo il mio cuore battere a mille. Che cosa avevo evitato togliendo di mezzo quella penna?
La risposta mi venne suggerita dai suoi occhi, gli occhi del ragazzo: furenti.
Aveva davvero progettato di liberarsi dello psichiatra con una penna?
Deglutii ed optai per il togliere definitivamente la cravatta. Per comodità, poi, slacciai anche i primi due bottoni della camicia. Ormai mi sentivo le spalle bagnate ed il sudore che colava dalla fronte: -Dottor
Johanson, credo che dovremmo andare…- dissi.
Sentivo gli occhi glaciali di Tristan forarmi il collo. Non lo guardavo, non ne avevo il coraggio, ma potevo immaginarlo osservarmi con ira.
Era terribile come quel ragazzino poteva tenermi in pungo solo con un’occhiata…
Me ne sentivo schiavizzato, un automa nelle mani del suo fabbricante. Possibile?
Non volli sfidare il destino. Mi accostai allo psichiatra e gli poggia una mano sulla spalla, costringendolo a sollevarsi.
-Magari l’altra stanza è più fresca rispetto a questa…-
L’idiota mi fissava, come se non capisse.
Strizzai l’occhio ed accennai a Tristan con un impercettibile cenno del capo.
Captato immediatamente.
-Ah! Si…- esclamò dopo qualche secondo di indecisione –Si, certo. Chiamo qualcuno che venga a prendere il ragazzo-. Fece per avvicinarsi alla porta, ma io lo bloccai.
-Non ce n’è bisogno…- poi tornai verso Tristan –Su, vieni, andiamo…-
Si alzò lentamente senza mai staccare gli occhi dallo psichiatra.
Capitolo 5
Nella mente di Tristan, quella mattina, c’era soltanto una parola. Una parola dal suono secco, semplice da pronunciare e da provare. Una parola che conosceva fin troppo bene, nei minimi particolari ed in tutte le sue sfumature. Qualcosa che aveva sempre contraddistinto la sua
esistenza, che aveva vissuto con lui dal primo istante e che era andata accentuandosi negli ultimi periodi, dopo la scomparsa di Marilù.
Odio.
Odio per gli infermieri della clinica che lo avevano buttato giù dal letto per trascinarlo lungo un corridoio grigio e polveroso.
Odio per se stesso che si era lasciato sbattere di qua e di là con estrema facilità, con i polsi legati dietro la schiena e con i piedi scalzi.
Odio per il sole, per il cielo sereno e per il freddo.
Per ogni cosa si muovesse e respirasse intorno a lui.
Stavo dando un’occhiata ai suoi appunti quando entrò nella stanza, scortato dai soliti energumeni vestiti di verde che dicevano essere degli infermieri.
Tra me e me pensavo che avese una bella calligrafia, che sarebbe stato interessante sottoporre quel quaderno ad uno specialista, uno di quelli che riesce ad interpretare il carattere di una persona in base a come scrive o come impugna la penna. Probabilmente lo avrebbe descritto come un ragazzino ordinato e preciso.
Quello che evidentemente era.
Continuava a sembrarmi così assurdo il fatto che avesse commesso tante atrocità senza un perché, senza dare alcuna motivazione degna di logica. Per lui tutto aveva un senso, ma per gli altri, per me quegli omicidi erano inspiegabili…
Per l’ennesima volta, mi voltai a guardarlo. I suoi capelli biondi, il fisico esile, gli occhi chiri, limpidi…quel viso da angelo che non sorrideva mai, quell’espressione ferma, immobile, fredda come il ghiaccio. Aveva diciassette anni? Era un ragazzino?
Era umano?
Alla sua età, di solito, gli adolescenti si fissano con la musica, con i gruppi rock, metal, quelle sciocchezze del bere, del “prendersi una sbronza” il sabato sera e non capire più niente fino al lunedì mattina. Le ragazze, la prima sigaretta, i primi rapporti con il sesso…
Ma lui no. A lui tutto questo non importava. Viveva nel suo universo e mai si sarebbe lasciato distogliere dai suoi intenti.
Era un mostro?
Un alieno?
Era solo un ragazzo spaventato dalla vita e da qualcosa che ancora non conoscevo, qualcosa che lui stesso si rifiutava di dire e di lasciar trapelare se non in rari e straordinari momenti di pura follia e di incoscienza.
-Buongiorno Tristan!-
Non mi degnò di uno sguardo, come sempre. Come ogni volta che ci vedevamo.
-Ehilà! Buongiorno!-
Niente. Nessuna reazione.
Tenne gli occhi fissi davanti e prese di mira una sedia poco distante dal tavolo.
-Terra chiama Tristan…terra chiama Tristan. Mi ricevi Tristan?-
Mi scagliò addosso un’occhiata glaciale, socchiudendo leggermente le palpebre ed inclinando la testa da un lato. Lo sguardo di un drago, mi venne in mente in quel momento. Un cattivo drago arrabbiato.
Quando ci lasciarono soli, si lanciò a passo svelto verso la finestra e si sedette sull’enorme davanzale, le gambe raccolte in grambo ed il volto nascosto tra le ginocchia.
I capelli che gli ricadevano in avanti, filtrando la luce che veniva da fuori, assunsero delle sfumature meravigliose, dorate, quelle che mia moglie invidiava alle dive della tv.
Rimase lì, in quel modo, per qualche minuto. In silenzio com’era entrato, senza mai voltarsi a vedere se ci fossi ancora, senza mai muoversi di un solo millimetro.
Per ripicca, ripresi in mano il quaderno dei suoi appunti ed iniziai a leggere ad alta voce la prima cosa che mi saltò agli occhi, poco distante da un disegno di buona fattura.
“Il Macaone (Papilio machaon Linnaeus, 1758) è una farfalla della
famiglia delle Papilionidae, famiglia prevalentemente tropicale.
Con i suoi quasi 8 centimetri di apertura alare massima,
non è difficile incontrarla e notarla soprattutto nelle campagne o in collina
dall'inizio della primavera (periodo in cui le crisalidi sfarfallano), fino ad autunno inoltrato.
I bruchi, verdi con anelli neri punteggiati di giallo, si nutrono di Apiaceae,
come ad esempio il finocchio e la carota.
Se disturbati, estroflettono da dietro la testa un paio di ghiandole a forma di corno (osmaterium),
che emettono un odore repellente che tiene lontani i predatori.
Elegante ed agile nel volo, il maschio è anche difensore del proprio territorio.
Anche il Macaone presenta il tipico comportamento da Butterfly Hilltopping,
ovvero cerca di volare sopra il punto più alto del terreno in cui si trova (dominio).”
Ma nessuna parola. Non ancora.
-Ho ricevuto i tuoi appunti stamattina. Me li hanno portati dall’orfanotrofio insieme ad altri…sono davvero interessanti…- ero deciso a provocarlo, a farlo parlare. Non volevo che le nostre sedute terminassero con l’essere tutte uguali con me che parlavo mentre lui fantasticava nel suo mondo.
-Anche se, a dire la verità, continuo a non capire cosa ci trovi di interessante in queste bestiole: sono così brutte!-
Alzai gli occhi verso la finestra, guardai nella sua direzione, interessato più che mai a voler incontrare il suo sguardo.
Ma non c’era.
-Evidentemente lei ha interessi migliori, dottore…- una mano sottile, bianca, sbucò dalle mie spalle e mi strappò il quaderno.
Rimasi impietrito.
Non lo avevo sentito spostarsi. Non avevo nemmeno idea che un essere umano potesse spostarsi tanto velocemente e così silenziosamente da non accorgersene.
Feci ruotare la sedia seguendo i suoi spostamenti intorno alla scrivania. Sfogliava gli appunti, cercava qualcosa. Poi, finalmente, parlò.
-Le vedove (Latrodectus) sono un genere di ragni della famiglia delle Therididae che include circa una trentina di specie. A questo genere appartiene anche la famosa Latrodectus mactans, o vedova nera, la cui puntura non è particolarmente dolorosa ma il cui veleno è molto pericoloso, in rari casi mortale.-
Mentre leggeva, la sua voce aveva una tonalità suadente e delicata, un miscuglio di matura sensualità ed infantile innocenza, che mi toglieva il respiro e che mi rapiva.
Aveva parlato con quella voce alle sue vittime?
-Il loro carattere è comunque particolarmente schivo, difficilmente lasciano la loro tela. I rari casi di morsi a persone accadono generalmente quando il ragno viene disturbato o la sua tela distrutta.- Mi fissò per un istante, come per controllare l’effetto che quelle parole avevano avuto su di me: -Che cosa hanno di bello gli uomini?- chiese, poi, con noncuranza, per provocarmi.
Ma io non mi lasciai ingannare. E non permisi al discorso di prendere la piega scelta da lui.
-Gli uomini sono in grado di parlare.- risposi –La vedova nera è un’animale a cui ti ispiri?-
I suoi occhi ebbero un attimo di furore: si accesero per una frazione di secondo, attraversati da una scintilla di divertimento e di interesse che inizialmente mi sfuggì. Si leccò le labbra innocentemente e si sedette sulla sedia davanti a me, accavallando le gambe sul bordo della scrivania con fare naturale.
-È una creatura affascianante…- rispose, ritornando immediatamente in sé: -Gli uomini hanno la lingua solo per dire cazzate o per ferire…-
Era un gioco crudele e strano. In un certo qual senso, gli insetti riuscivano a portarlo ad un dialogo. Un dialogo di cui era difficile reggere le redini.
-Gli uomini sono in grado di grandi cose con le parole- sentii il bisogno di allentare il nodo della cravatta, di schiarirmi la voce e di asciugarmi la fronte –Guarda l’Iliade e l’Odissea: sono state scritte da uomini anche quelle…-
Non rispose.
-E poi,- continuai –esistono le dichiarazioni d’amore…quelle sono le parole più dolci che un uomo possa pronunciare: ne hai mai sentito parlare Tristan?-
Scoppiò in un’improvvisa risata. La sua solita, spietata risata.
Una doccia fredda.
-Il direttore dell’orfanotrofio le faceva sempre delle dichiarazioni quando la portava in cucina!- esclamò, ironicamente come volesse sputarmi veleno addosso.
Si stringeva forte le mani. Faceva ruotare le dita le une sopra le altre nervosamente. Eppure, la sua espressione restava sotto cotrollo.
La sua era una forza di volontà mostruosamente grande.
-Chi portava in cucina il direttore dell’orfanotrofio?-
Mi sorrise. Il sorriso di un gatto che gioca con il topo prima di balzargli addosso e staccargli la testa: -La vedova nera!- rispose irridente –Lo sa che un suo morso porta, prima ad un intorpidimento alla parte colpita e poi rigidità muscolare, sudorazione, cefalea, nausea, difficoltà respiratorie, vertigini, aumento della temperatura ed infine, se non viene somministrato in fretta un antidoto, alla morte?-
Ebbi un istante di cunfusione. Mi guardai intorno turbato, come se cercassi un nuovo punto di riferimento, un appiglio per riportare la discussione dove io volevo si fondasse.
Tristan era un mago nel cambiare le carte in tavola: avrebbe venduto frigoriferi agli esquimesi, se solo avesse potuto, con la sua abilità di confondere la gente.
E poi, che c’entrava la vedova nera? Perché mi aveva parlato di lei e del suo veleno?
Allargai di nuovo il nodo della cravatta. Lo fissai negli occhi.
Quel ragazzino mi spaventava.
Continuava a parlare. A spoloquiare giù quel dicorso inquietante che mi stava facendo sentire intorpidito, febbricidante.
-Le sue dimensioni variano dagli 8 ai 40 mm ed il peso medio è di un grammo. La sua vita è notturna e durante il giorno rimane nella sua tana o sotto una pietra. È molto sedentaria, una volta creata la tana non la abbandona più. Il suo veleno è 15 volte superiore a quello del serpente a sonagli. È una predatrice e si nutre prevalentemente di insetti o altri aracnidi. La preda viene catturata per mezzo della ragnatela che viene tessuta all'ingresso della tana. Una volta caduta nella tela, la preda viene immobilizzata e le viene iniettato il veleno, dopodiché degli enzimi iniziano il processo digestivo dall'esterno sciogliendola ed infine viene aspirata. Non trova anche lei che sia un mezzo per nutrirsi davvero molto pratico? Non deve nemmeno a masticare…-
Non potevo fare a meno di ascoltarlo. Di nuovo, aveva assunto quel tono di voce suadente e dolce da ipnotizzatore.
Lo guardavo, cercavo nei suoi occhi una giustificazione a tutto ciò.
C’era un collegamento. doveva esserci. E in qualche modo c’entrava con la nostra discussione, con le parole che io o lui dovevamo aver pronunciato.
Poi, improvvisamente, ricordai.
DIALOGO CON MARGARET LENNOX
-[…]Voi siete la sua guerra santa, Francis.-
-E la vostra?-
Nel calore ondeggiante del fuoco vide che sorrideva. -La mia è solo guerra. Suvvia, dov'è finita
tutta quella noncurante licenziosità? Sorridete M. le compte! Tutto qui il brillante ingegno che avete da offrire al mio salotto?- e in tono irrisorio recitò sussurrando: -Cy gist qui pendant qu'il vivoit / fit tout mestier de gueserie / il soufloit, predisoit, rimoit / et coultivoit Philosophie...
-Qual'è il vostro nome, M. le compte de Sevigny?-
-Pazienza-, disse Francis Crawford. Aveva rimandato l'umiliazione totale, con rincrescimento, indietreggiando di due passi e appoggiando le spalle contro un'alta credenza.
[…]
Si era trattenuta, deliberatamente, fino a quando non aveva più nulla da temere in lui.
-Che cosa volete?- chiese Lymond, le parole sussurrate nella gola arsa.
-Implorate.-
A stento riusciva a stare dritto. Ma, a dispetto di sé, esplose in una breve risata sibilante. -Oh, Cristo, Margaret. Quello è il vecchio re Enrico. E' fuori moda da dieci anni.-
La donna si era alzata. -Non volete farlo?-
-No. Non voglio. Non piegherò il ginocchio e non bacerò le vostre affascinanti scarpette. Può darsi che cada lungo disteso sulla faccia, ma la cosa sarà del tutto involontaria.-
-Dunque resterete lì e mi consentirete di riferirmi a vostra madre come madame la putaine? Starete a guardare mentre chiamo il sergente per ascoltare quando vi marchierò come bastardo?-
-No.- Si poteva, come dimostrato, concentrare sulla propria forza di volontà. Si potevano prendere a prestito cinque minuti di forza, o forse meno, e conservarli fino a quel momento in cui lei era in piedi, sorridente, i magnifici capeli circondati dall'aureola del fuoco.
Bastarono tre lunghi silenziosi passa per raggiungerla; e una mano per afferrarle il vestito e l'altra per i capelli.
[…]
Quando morrete, gli aveva detto Margaret Lennox, Quando morrete - e io sarò presente - sarà un'esperienza che nessun uomo ha mai assaporato.
Era per ironia della sorte che adesso, senza cibo, senza acqua, senza calore, dovesse stare a guardare il giorno che cedeva il posto alla notte e la notte cedere il posto al giorno sapendo che il dono che Philippa gli aveva lasciato, e che Sybilla gli aveva tolto, poteva essergli restituito da una donna che non gli aveva augurato altro che disgrazie.
Non desiderava vivere. Come per la condizione della vita, anche la condizione della morte avrebbe dovuto dipendere da una scelta personale.