lunedì, 24 agosto 2009

Il Gioco dei Re

Perché è così impossibile credere in me?

Richard lo studiò, avido e incuriosito. Poi spostò gli occhi sulla pietra dove cucinava e sul coniglio. Il coltello era sparito.

Lord Culter non fece alcun tentativo di attraversare lo spiazzo. Invece, issandosi sulla sporgenza più vicina, parlò con voce quieta: <<Bel tempo per viaggiare. L’erba pignola vi dà la caccia?>>

Vi fu una breve pausa. <<No>>, rispose Lymond, <<ero stanco di vivere ai tempi di Giovanni-vai-al-letto-a-mezzogiorno.>>

<<Lo trovo piuttosto piacevole. Questa vostra particolare agilità mentale non vi è stata amica, non è così?Senza di essa avreste potuto sopravvivere, senza danni, in un tiepido limbo di droghe, libagioni e donne insulse…>>

<<Volete che vada avanti su questo argomento? Non credo di potermi costringere ad ansimare sui vostri valori morali, o sulla loro assenza.>>

<<Mi chiedevo>>, continuò ozioso Richard, <<adesso che avete tanto tempo per ricominciare a pensare, cosa è che vi manca di più. Non avete denaro, naturalmente: e quello è stato piuttosto importante per voi. E senza dubbio vi manca l’illusione del comando. La formica che munge l’afide. Che cosa patetica: quei rozzi sempliciotti e criminali incalliti che vi salutavano come il loro potente Lare: come è stato facile, come è stato eccitante ottenere ascendente su di loro, giocando a fare il Robin Hood al contrario, e istupidendovi del brivido di ripiego di sfidare le nazioni…Quanta attenzione avete attirata su di voi facendo in quel modo…>>

Impalato sul proprio masso come un’averla, Lymond non aveva la forza residua per ripercorrere carponi il tragitto che lo avrebbe riportato al giaciglio e alla lucidità di pensiero. Sapendo con certezza che l’ultimo, feroce assalto stava per abbattersi su di lui, rispose sottovoce: <<Mi rifiuto, fratello. Non danzerò>>.

Anche Richard parlava a bassa voce. <<E l’amore dei giovinetti, ovviamente: vi mancherà senz’altro anche quello. Qualcuno con cui riposarsi dalle fatiche, mollemente, qualcuno da torcere e indottrinare e scuotere con la selvaggia, deliziosa mutevolezza dei vostri umori. Vi deve mancare Will Scott. E poi le vostre donne.>>

Lymond rispose senza abbassare gli occhi: <<Immaginiamo di lasciar perdere le donne>>.

<<Per esempio Cristiana Stuart?>>

<<Immaginiamo di lasciar perdere Cristiana Stuart e tutto quello che ha a che fare con lei?>> Vi era un tale silenzio che il suo respiro si udiva distintamente.

<<Non lo apprezzereste, se lei ora fosse qui con noi? Una ragazza dal cuore generoso, Cristiana: non le sarebbe importato. Si sarebbe resa utile, senza fare domande. Era abituata a farlo: un po’ troppo fiduciosa, si sarebbe tentati di dire, ma dopo tutto, nel mondo di Dio dobbiamo pur fidarci di qualcuno, no?>> Il suo sguardo non abbandonava mai Lymond: inesorabile, privo di scrupoli, lo sezionava, igienico come un bulino o uno scalpello. E nel viso di suo fratello vide un cambiamento, una crepa, il primo cedimento.

Una grande fitta di dolorosa gioia prese il cuore di Richard. Eccoci, eccoci sta per arrivare…? <<Si>>, continuò con calma mentre si alzava. <<Un poco di compagnia adulatoria sarebbe piacevole. Quel tizio che vi ha promesso tutto il suo oro, quel Turco qualcosa: anche lui ha cercato di aiutarvi, ed è morto, povero diavolo. Dandone la colpa a Will Scott, mi hanno riferito. Vorreste il suo aiuto adesso? Temo proprio che non vi godrete la sua casetta ad Appin…>>

La denuncia pacata diede a quelle parole un potere che le fece rotolare attraverso il prato come il tuono del crepuscolo degli dei. <<Basta Richard!>> gridò Lymond. E alla fine, barcollando paurosamente, riuscì a tirarsi indietro con uno sforzo.

Culter lo osservava; ne osservava le mani che si aggrappavano disperate in cerca di sostegno alla parete della roccia alle sue spalle, osservava la morte di tutte le sue caratteristiche, le doti coltivate, e parlò di nuovo, molto più vicino, ora, come un’ombra di pietra, che emetteva il suo giudizio.

<<O forse, se non l’aveste assassinata, vi conforterebbe la presenza di Eloise?>>

Da Lymond non venne alcun suono.

<<L’unica figlia, e la più bella. La più vivace, la più desiderosa, la più intelligente. Che ora dovrebbe essere amata dal suo sposo, con in braccio i propri figli. Una volta, a tarda notte, quando voi eravate via, mi disse…>>

<<No!>> esclamò Lymond. <<No, dannazione a voi!>>

<<No? volevate che morisse bruciata viva e così è stato>>, continuò Richard con terribile imparzialità. <<Perché la cosa dovrebbe impaurirvi adesso?>>

La guardia era abbassata. Ecco il volto che bramava di vedere: mai più indecifrabile: mai più avrebbe avuto bisogno di chiedersi che cosa vi fosse dietro la bocca sorridente e l’ingegno elegante e maligno. Cranio, carne e muscoli, ogni ruga che lo attraversava ogni ombra ammaestrata sul viso di Lymond lo tradivano esplicitamente, e Richard, assurto a una dimensione superiore, estranea, all’improvviso ammutolì.

Da dietro le mani avvinghiate, con il volto rivolto alla roccia, Lymond parlò, infine.

<<Perché? Ho commesso uno sbaglio. Chi non ne fa? Ma io ho disprezzato gli uomini che accettano il loro destino. Io ho forgiato il mio venti volte e l’ho ricevuto distrutto venti volte fra le mani. Certamente mi ha lasciato deforme e inservibile, difettoso e pericoloso come compagnia…Ma, in nome di Dio che cosa ne è stato della pietà?...L’egoismo guida me come il mio prossimo, ma non invariabilmente; non sempre. Uso la compassione più di quanto facciate voi; conosco il valore della fedeltà e so dimostrarmi fedele; servo l’onestà in una maniera contorta, ma al meglio delle mie capacità; e non tormento i miei debitori e nemmeno li rendo consapevoli del loro debito…Perché è così impossibile credere in me?>>

<<Avete chiuso la porta voi stesso.>> Richard parlò con durezza. Ora che il momento era venuto, indietreggiava davanti ad esso: indietreggiava mentre Lymond si voltava e rivelando il viso alla luce continuava a parlare, con voce esausta, malferma, tenace.

<<Perché dovreste pensare questo? Perché credete che io sia fatto di una stoffa tanto diversa dalla vostra? Abbiamo lo stesso sangue, la stessa educazione. Cos’altro c’è, alla fine della giornata, che possa essere di nostra proprietà? Siamo i pregiudizi di nostro padre e siamo gli uomini morti del nostro maestro d’armi; siamo il palato di nostra madre e il modo di parlare della nostra balia. Siamo i libri che il nostro tutore non ha scritto, le convinzioni del nostro stalliere ed il coraggio del nostro primo cavallo. Tutto questo lo condivido con voi. Cinque anni – persino cinque anni come questi – non possono strapparmi goccia dopo goccia dal vostro sangue.>>

Atterrito, inebetito, Richard balzò indietro, riflettendo l’orrore con l’orrore: <<E chi ha fatto di voi un assassino?>>

Con l’ultima offerta della propria forza, Lymond rispose: <<Allontanate le vostre mani, Richard. Uscitene: liberatevene. Ho già abbastanza di cui rispondere. Se ho chiuso una porta, voi avete sbarrato e bloccato tutte le altre contro voi stesso>>.

<<Credete che la mia vita sia affare di una coscienza spregevole e sporca come la vostra?>> reagì Richard con violenza.

Vi fu silenzio. <<Perché altrimenti dovrei dire quello che ho fatto?>> chiese il Signore alla fine.

<<Perché>>, lo rimbeccò crudelmente Richard, <<avete paura della corda intorno al collo. Perché sono la prima vittima che non siete riuscito ad incantare. Perché vi contorcete come avete obbligato altri a contorcersi, perché siete ridotto a pezzi come avete sezionato altri. Perché andate disfacendovi, disgregandovi e piagnucolate sotto il male che portate sulle spalle, che vi risucchia le viscere; e da momento che non c’era nessun altro con cui frignare; non c’era anima viva che vi ascoltasse; nessuno che vi aiutasse, siete caduto a pancia in giù e avete strisciato e vi siete trascinato contorcendovi fino ad arrivare a guaire davanti a me!>>

Poiché i suoi occhi non si erano mai staccati dalle mani di Lymond, vide il lampo del coltello e già era scattato di slancio quando il Signore vibrò la lama luccicante che aveva rubato. Afferrò il gomito e il polso che la impugnavano: <<No, non in quel modo, misero bastardo mugolante!>> e si arrestò di colpo a causa del vigore della spinta.

Lymond non lasciò cadere il coltello. Lo portò invece in basso, traendo forza dell’isteria della necessità; con il corpo puntellato contro la roccia resistette allo strattone di Richard, fece leva con le braccia bloccate e, senza una parola, silenziosamente e disumanamente, spinse la punta in giù.

Fu prodigioso. Richard lo trovò terribile: gli raggelò il sangue, la lenta discesa del braccio di suo fratello, che prevaleva pesante e inesorabile sulla massa di tutto il suo corpo; che forzava la lucente lama a doppio taglio verso l’interno, in mezzo ai corpi avvinghiati.

Maledisse la passione che lo aveva fatto attendere, invece di afferrare subito quell’arma; maledisse il corpo posseduto, la testa chinata e la volontà trascendente che guidava il pugnale. Fece appello a tutta la forza che possedeva. Lymond disse qualcosa, in un rantolo, e poi si chinò in avanti, aiutandosi con il proprio peso morto, e il coltello si mosse ancora, come doveva, lungo il sentiero disegnato per lui; e una luce di sbalordimento illuminò Richard.

In quella frazione di secondo Lymond alzò gli occhi. Gli occhi azzurri incontrarono quelli grigi, e Richard vi lesse un potere e una determinazione che capì, improvvisamente, essere inattaccabili. La rabbia lo lasciò. Con le labbra riuscì ad atteggiare la parola <<No!>>, lesse il rifiuto negli occhi votati a quell’azione, e con tutto il proprio vigore spinse prima un ginocchio e poi un piede contro le bende macchiate sprofondandoli nel corpo ferito dell’avversario. Il coltello cadde a terra come un filo di paglia abbandonato. Lymond gridò una volta nell’agonia, e poi gridò ancora e ancora.

Tratto da: "Il Gioco dei Re" _ Dorothy Dunnett (pag: 535 - 539)

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 24, 2009 16:13 | link | commenti (3)
categorie: francis crawford
giovedì, 20 agosto 2009

Questo post è estratto da un forum internet...

Lymond VS Edward

Gli esami si avvicinano è l'unica martellante domanda che mi si presenta è : Chi è il più sano? Francis Crawford signore di Lymond protagonista della saga della Dunnett (grazie Vezz e Angy!!!!!) o il fascinoso vampiro Edward Cullen di Twilight ? Eh si..perchè se una settimana fa chiunque mi avesse chiesto, puntandomi una pistola alla tempia, " Qual'è, secondo te, il personaggio più figo della letteratura?" io avrei sicuramente risposto "Ma Edward no?! Che domande sono?!", ma ora le cose sono cambiate...facciamo una breve descrizione dei due candidati:
 
Francis Crawford: bellezza nordica ( scozzese) , capelli biondi (quasi argentati), occhi di ghiaccio. Nobile, avventuriero, indomabile ed elegante, Lymond ha la lingua di un poeta e talenti pericolosi. Eroe romantico e moderno, espressione di virtù e sregolatezza, uomo affascinante e senza scrupoli.  L'uomo che non vorresti mai avere al tuo fianco, ma per cui saresti capace di perdere la ragione...
 
Edward Cullen: Vampiro dalla pelle diafana, i capelli di bronzo, i denti luccianti, gli occhi color oro, algido e impenetrabile, talmente bello da sembrare irreale. Pericoloso ,ma allo stesso tempo tenero, protettivo e così razionale da sembrare quasi pedante.
 
Capite il mio imbarazzo!!!!! Come diavolo si fa a prendere una decisione?! Li voglio entrambi!!!!!!  
postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 20, 2009 14:37 | link | commenti (4)
categorie: francis crawford

Il gioco dei re

Il gioco dei re

1. EST. STRADA DI EDIMBURGO. SERA.

 

Piccoli gruppi di uomini e donne parlano tra di loro in una piccola stradina di Edimburgo.

 

SCOZZESE 1:

(allo scozzese 2, disgustato) Lymond è tornato…

 

SCOZZESE 2:

(voltandosi a guardarlo spaventato) è in Scozia…?

 

SCOZZESE 3:

Gira voce che il fratello minore di Lord Culter sia tornato…

 

Scozzese 2:

Ma come? con tutte quelle guardie…come può sperare di entrare in città senza essere catturato?

 

Due uomini in disparte, uno ZINGARO ed un enorme GUERRIERO barbuto, ascoltano la conversazione e si guardano dubbiosi.

 

Scozzese 1:

Sicuramente i suoi sapranno come accoglierlo…

 

I due uomini in disparte scrollano la testa e fanno spallucce, allontanandosi. Arriva una donna, avvicina il gruppo di scozzesi.

 

DONNA:

(lasciva, poggiandosi alle spalle dello scozzese 3)…anche io saprei come accoglierlo…

 

Lo scozzese 3 le lancia un’occhiataccia e la donna ride frivola.

 

Donna:

ho sentito certe storie su di lui…

 

Scozzese 1:

Tutti conoscono le sue avventure su e giù per l’Europa.

 

Scozzese 2:

Fortuna che ha saputo rendersi mal accetto tanto di là quanto da questa parte della Manica…

 

Scozzese 3:

Fortuna?

 

Scozzese 1:

Conoscete forse qualcuno disposto a prenderselo nella propria corte?

 

Scozzese 2:

Sono più i problemi che crea con la sua semplice presenza, che non quanti ne risolverebbe mai se decidesse di tornare a schierarsi da qualche parte in guerra…

 

Donna:

Schierarsi?

 

Scozzese 1:

(alla donna) Dubito che gli inglesi lo vogliano ancora tra le loro fila e qui…(esita) beh, qui non è proprio il caso che faccia vedere in giro quel suo faccino d’angelo.

 

Scozzese 2:

C’è una taglia sulla sua testa talmente grande da far star bene tutta la famiglia per due generazioni…

 

Donna:

Deve essere pazzo, allora, a voler tornare…

 

Scozzese 2:

Già…nessuno sa cosa potrebbe fare…

 

Donna:

poveri noi…dove andremo a finire?

 

Si sente il rumore di zoccoli, poi una cavallo passa accanto al gruppo e lo sorpassa procedendo verso destra. I tre uomini e la donna lo osservano allontanarsi poi decidono di andarsene anche loro. Contemporaneamente, un altro uomo, incappucciato, sorprende lo zingaro e ed il guerriero alle spalle, poggiando una mano su quelle del guerriero.

Il guerriero si volta e fa per tirar fuori la spada dal fodero che gli pende dal fianco sinistro, ma l’uomo incappucciato lo ferma.

 

Uomo incappucciato:

(all’orecchio del guerriero, senza scoprirsi il volto) è l’ora…

 

Il guerriero e lo zingaro si voltano verso l’uomo incappucciato, si guardano l’un l’altro ed annuiscono.

Escono tutti e tre.

 

2. INT. RIFUGIO DEGLI UOMINI DI LYMOND. SERA.

 

Lymond sta mangiando seduto ad un tavolo di legno. Alle sue spalle ci sono altri due uomini (tra cui lo zingaro), mentre davanti c’è il guerriero.

 

Guerriero:

(in modo automatico)…e quindi il governatore si aspetta l’arrivo degli inglesi nel giro di tre settimane ed è lì a svolazzare da tutte le parti come una gallina con la gola tagliata…(con un’espressione falsamente preoccupata) Siete bagnato fino al midollo.

 

Lymond:

(senza scomporsi, pulendosi la bocca con un tovagliolo bianco ed alzandosi) non prendetevi simili preoccupazioni, Matt: io sono il narvalo in cerca della sua vergine. Ho succhiato il mare come Cariddi, e in mancanza di altri divertimenti, lo sputerò fuori tre volte al giorno, dietro compenso.

 

Lymond si reca verso un appendiabiti ed afferra un mantello. Lo indossa e si va a specchiare.

 

Lymond:

(annuendo e poi voltandosi verso i suoi uomini) timido come una violetta del pensiero...

 

Lymond esce senza congedarsi e si reca nel cortile del rifugio dove qualcuno ha preparato un cavallo per lui. Monta in sella e lo sprona al galoppo.

I suoi uomini lo guardano sparire nel buio.

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 20, 2009 13:55 | link | commenti (4)
categorie: sceneggiature

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