venerdì, 04 settembre 2009

DAMIEN - IL LATO OSCURO DELL'AMORE

Prologo

 

<<La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.>>

 

(Dante Alighieri, “La divina commedia”

Canto V dell’Inferno, Versi 30-33)

 

Ci sono cose al mondo che nessuno può immaginare.

Il dolore del fuoco che cammina sul tuo corpo, il morso di un uomo che ti strappa ogni sensazione e ti umilia fino ad in fondo. La nausea, l’odio profondo che senti nascere in qualche parte seminascosta del tuo essere e che lentamente prende a dominarti.

Ci sono gli istinti, le gare spropositate volte alla ricerca del piacere perfetto, il nichilismo, la negazione più totale e completa di tutto ciò che ti accade. I sogni, gli incubi. Te stesso. Un orrore continuo, velato da uno strato di nebbia e rarefazione che, alla fine di ogni evento, ti invade e ti butta giù. La forza incontrastata del furore cieco e della disperazione.

Sembra quasi che non possa esserci nulla di bello o anche solo di piacevole. Tutto quello che hai intorno, la tua vita, il tuo corpo, divengono una prigione improvvisamente troppo stretta e soffocante. E non sopporti più la tua pelle, le tue braccia, le gambe, i capelli. Tutto te stesso diventa null’altro se non una macchina da tortura, un motivo per distruggerti, per annientarti, un mondo detestabile e al tempo stesso atrocemente attraente che ti sfila via l’ultimo tratto di umanità che possiedi e ti getta irrefrenabile in un vortice di crudeltà e di sofferenza.

Ho conosciuto il male cieco e la felicità timida di un sorriso.

So cosa significa respirare attaccato ad una realtà che a tutti i costi cerchi di non rendere vera e cosa accade quando, alla finestra, scorgi il sole fare capolino dietro una montagna.

Ho visto i mille significati del termine confabulare. La mia mente che inventa sempre di più storie nuove e verosimili per spiegare un taglio, un graffio, una macchia inconfutabile affiorata duramente sul lato della bocca. 

I miei occhi si rifiutano di vedere, le mie mani si rifiutano di assaporare i colori della sventura.

Il cuore batte per abitudine. Il corpo si muove perché sa cosa fare e come farlo.

Le labbra che non riescono più ad implorare o che, forse, lo sanno fare fin troppo bene.

Ho visto una rosa sbocciare nel giardino davanti casa ed una donna chinarsi su di essa e carpirne dei petali per mangiarli. Ho provato anche io a mangiarne uno, ma non ha sapore e l’ho colta e portata in cucina, così, senza un petalo. L’ho sistemata in un vaso, le ho dato dell’acqua. Ma anche lei, come me, lentamente si è sentita morire. E, allora, a nulla vale quanto amore puoi averle dedicato o quanta dolcezza puoi aver utilizzato nel maneggiarla.

Ci sono cose che accadono e che nessuno può fermare.

Talvolta mi chiedo come sarebbe stata la vita di quella rosa se non l’avessi rubata dal suo piccolo mondo perfetto. Magari sarebbe arrivata un’altra donna e le avrebbe strappato i petali per mangiarli, o forse sarebbe stata attaccata da qualche parassita che le avrebbe succhiato via la linfa, uccidendola lentamente come lentamente l’avevo uccisa io. Oppure avrebbe semplicemente continuato ad esistere. Ad essere rosa. Ad essere fiore.

Che cosa pensa un fiore quando lo si coglie?

Si chiede perché lo si fa? Perché qualcuno più grande lo debba portar via dalla sua aiuola e disporlo in uno stupido vaso tra tanti altri, dove si deve combattere per avere un po’ d’acqua ed un po’ d’aria?

Che cosa significa essere una rosa in mezzo a margherite, bocche di leone, mughetti?

Qualche volta ho paura di pensarlo. Ho paura di credere che anche quella rosa avrebbe potuto avere un destino migliore, che possa tornare e rimproverarmi per ciò che le ho fatto, per il petalo che ho mangiato, per il vaso pieno d’acqua in cui l’ho infilata.

Ho paura di sentirmi rosa in mezzo a tanti altri fiori. Di vedermi rosa tra margherite, bocche di leone e mughetti. Io che nella mia vita sono diventato un cactus, io che ho tirato fuori le spine e le ho usate come corazza contro un nemico che non riuscivo ad accettare, che non volevo vedere. Il nemico che si cibava della mia corolla e che gioiva del mio starmene solo, sconfinato e sconosciuto, in mezzo a tanti altri che, all’epoca, guardandomi, non vedevano altro che uno stelo alto e nodoso e niente di più.

È una terribile sensazione amare qualcuno quando quel qualcuno non ama te, o forse il suo amore per te è talmente morboso ed asfissiante da apparire addirittura spietato. È una sensazione soffocante, abominevole che ti spinge oltre un confine che non sapevi nemmeno esistere, o non volevi che esistesse. Ho cercato di farmene una ragione, ma ne sono uscito troppo tardi. La mia vita, ormai, il mio futuro, le mie speranze ed i miei desideri erano nelle sue mani. Quelle mani che non smettevo di volere, quelle mani che, da sempre, avevo immaginato potessero aiutarmi o volermi bene.

Non l’ho mai tradito. Non ho mai tradito il mio nemico perché non riuscivo a farlo, perché dentro di me speravo che potesse cambiare, così, da un momento all’altro e vedermi finalmente come ciò che realmente ero. Sono arrivato perfino a proteggerlo. Sono arrivato a punire me stesso per i suoi crimini. Il mio corpo, la mia vita: distrutti per causa sua.

Mi ha portato a fare cose che da solo non avrei mai fatto. Mi ha insegnato che significa sprofondare sempre di più fino a toccare l’inferno con un dito e non riuscire a risalire. Grazie a lui, ora, conosco l’agonia di una notte senza fine, di ombre distorte che mi fissano e voci lontane che mi parlano. Spesso rivedo me stesso inginocchiato a terra, mi rivedo mentre guidato da non so quale demone mi lascio trasportare dalla sua foga e dalla sua forza in realtà irreali, dove i mostri esistono ed esistono per ferire.

Non avrei mai voluto che tutto questo fosse accaduto. Non avrei mai voluto diventare schiavo di me stesso, di qualcuno che, dentro di me, non conoscevo ancora del tutto.

Ho fatto qualunque cosa purché potesse aiutarmi a non pensare. Ho preso farmaci, poi addirittura droghe sempre più pesanti, ho cercato in un rasoio la soluzione ultima dei miei problemi, ma non è servito a niente. Finito l’effetto e finito il dolore, fuori di me per quella realtà che non sapevo come gestire se non facendomi male, mi ritrovavo sempre nello stesso luogo, sempre più solo, nel mio letto, con il sangue che gocciava lentamente sul lenzuolo e gli occhi persi in un poster appeso alla porta. Allora non c’erano lacrime tanto forti da restare incastonate oltre le mie palpebre per più di qualche minuto. Spesso, mi lasciavo andare al pianto finché la stanchezza e la rabbia non esaurivano ciò che restava delle mie forze e cadevo addormentato. Qualche volta vomitavo. Tenevo una vecchia bacinella nascosta sotto il letto. Rimettevo lì in attesa che qualcuno mi desse il permesso di andare in bagno o mi liberasse per farlo. In  momenti come quelli non riuscivo neanche ad alzarmi dal materasso e nessuno veniva mai ad aiutarmi. Solo, c’era sempre una bottiglia d’acqua sul mio comodino ed una scatola di tranquillanti. Sapevo che venivano usati per tenermi buono di notte fin da quando ero bambino e per questo mi rifiutavo di assumerli spontaneamente. E allora bevevo, cercavo nell’acqua quella sensazione di pulizia e freschezza che non avvertivo più dentro di me.

Mi sentivo sporco, deleterio. Tutt’oggi, anche a qualche mese di distanza, continuo ancora a sentirmi così e mi verrebbe voglia di strapparmi i vestiti ed annegare in una pozza di varechina. Ma ora so cosa fare, ora so come combattere il nemico dentro e fuori di me. Le persone con cui vivo attualmente sono capaci di ascoltare i miei lamenti. Loro mi hanno insegnato a vivere, a volermi bene, a rispettare me stesso, prima di tutto, e poi gli altri. È a loro che devo la mia nuova vita, il fatto di sentirmi di nuovo Damien, di sentirmi di nuovo me stesso, ed è a loro che devo il mio nuovo modo di percepire la realtà che mi circonda.

Il passato è passato e spero che non possa più ritornare.

Ora mi sento felice e, se non proprio felice, almeno sereno.

Sono libero dall’odio che mi ha cresciuto, libero dal mostro che mi ha umiliato, da quella parte di me che, consapevolmente e deliberatamente, aveva deciso di fermare quel raptus di violenze distruggendo tutto ciò che avrebbe potuto scatenarlo.

Mi sento in pace con me stesso, con l’altra parte di me che sono tornato a scorgere timida allo specchio.  

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 04, 2009 12:25 | link | commenti
categorie: damien

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