La svolta...
È strano, ma alla fine riuscii ad alzarmi. Tornai ad essere me stesso. Ero io. Punto e basta. Per la prima volta non avevo pensieri, non sentivo niente. Caldo, freddo, rumori, paure, ansia¹. Ero rientrato nel mio mondo, nella mia vita, nel mio corpo.
Mi sembrava di riuscire a respirare meglio¹.
Mi disinfettai con dell’acqua ossigenata ed un po’ d’ovatta. I tagli non erano così profondi, né così spaventosi. Avrei potuto mascherarli senza difficoltà e con qualunque cosa. Poi tornai in bagno e mi lavai di nuovo: dovevo assolutamente togliermi di dosso l’odore dolciastro del suo profumo, così le cose sarebbero tornate a posto. Nel giro di un
quarto d’ora avevo fatto tutto.
Allora mi vestii, indossando gli abiti che avevo preparato prima che tutto questo cominciasse: un paio di jeans tagliati sotto il ginocchio e una t-shirt nera di Nightmare Before Christmas. Misi una bandana a coprire il mio nuovo segreto e tornai in cucina a pulire il sangue che aveva sparso sul frigo e sul pavimento.
Mi ci volle un po’: il sangue rappreso non fu facile da togliere, soprattutto perché non mi andava di farlo. Avrei voluto che Lui l’avesse visto, avrei voluto scorgere la sua espressione cambiare quando, entrando in cucina, la macchia rossa avrebbe colpito la sua attenzione e lo avrebbe indotto a chiedermi che cosa fosse accaduto. In quel modo, forse, sarei riuscito ad assalirlo con tutta la rabbia che provavo e a gridargli in faccia: “è colpa tua se sono diventato un mostro, sei stato tu a volermi così”…ma non lo feci. Recuperai uno straccio e, bagnatolo, lavai tutto prima che rientrasse e potesse accorgersi della mia esistenza.
Ero pazzo? Forse. In quel momento mi sentivo bene, in pace con la metà fisica di me.
Misi lo straccio a bagno con della varechina in una bacinella nella lavanderia e mi preparai a sistemare la mia camera.
Continuavo ad incedere lentamente, quasi a rallentatore, ma non mi importava. Potevo sembrare normale…dopo quasi tre ore passate a terra a piangere su me stesso, avevo finalmente trovato un modo per dimenticare, almeno momentaneamente, le orribili sensazioni che avevo provato durante l’incesto. Avevo conosciuto un nuovo compagno di viaggio.
Più tardi, quando entrai in terapia, venni a sapere che questo nuovo amico, o come lo si voglia definire, si chiama “autolesionismo”. Una parola lunghissima, incomprensibile, che già in sé possiede tutti i presupposti di un qualcosa di sgradevole, malsano, brutto.
Autolesionismo.
Eppure a me non è mai sembrato così orribile come invece può apparire ad occhi esterni. Non inizialmente, per lo meno. È stato una valvola di sfogo, un modo per tornare a vivere, per sentirmi vivere ancora qualche ora in più.
Quando Lui tornò a casa, verso mezzogiorno, mezzogiorno e mezzo, mi stavo esercitando al pianoforte. Qualche giorno prima, su internet, avevo recuperato uno spartito di Beethoven e volevo provarlo. Al chiaro di luna…molto dolce, tranquilla, rilassante.
Mi piaceva.
Non lo salutai quando venne nel salone a sentirmi e Lui non mi chiese nulla. Disse: -Ciao- ed io non risposi, non volevo spostarmi dal mondo soffice e ovattato in cui mi ero calato.
La sua voce mi dava fastidio.
Poi sparì, andò in cucina ad apparecchiare e mi giunse il profumo del pollo arrosto che stava riscaldando in forno. Mi chiamò, quando fu pronto, venne da me e mi disse di avermi fatto il piatto. Io lo respinsi dicendo che non avevo fame e per quel giorno non mangiai. Il cibo era un qualcosa da condividere con Lui ed io avevo già condiviso troppo per quella giornata.
Si arrabbiò, mi diede uno schiaffo.
Allora anch’io mi arrabbiai. Montai su tutte le furie e scappai. Mi rinchiusi in camera e non uscii più.
A ‘fanculo la passeggiata a cavallo. Non mi interessava più.
Presi l’mp3, m’infilai sotto le coperte nonostante la temperatura ed alzai il volume al massimo. Se voleva entrare a vedermi, poteva benissimo buttare giù la porta e presentarsi violentemente. Tanto, ormai, non aveva più nulla da perdere. Una volta di più, una volta di meno…
Ma non lo fece. Rimase tutto il giorno a leggere poesie sul divano e non mi chiamò più.
E io non sentii di certo la sua mancanza.
Dentro, pensai a Don Luca, al consiglio che mi aveva dato il giorno in cui ero tornato a casa. Mi chiesi che cosa ne avrebbe pensato lui di me se gli avessi rivelato cosa stava succedendo. Probabilmente si sarebbe incazzato e avrebbe riproposto l’idea di denunciarlo. Oppure avrebbe pensato che fossi un sadico masochista. No, decisamente, non era il caso di raccontargli tutto. Alla prossima telefonata, avrei benissimo potuto mentirgli e continuare a dire, così come avevo fatto negli ultimi mesi, che, si, andava tutto bene…lo…Lui era cambiato e non mi avrebbe più fatto del male. Mi vergognavo di
ammettere che avesse avuto ragione.
Uscii dalla mia stanza solo verso le nove di sera. Avevo sete e non sopportavo più la sensazione ruvida della bocca secca. Volevo solo un succo di frutta e qualche biscotto dalla credenza, niente di più.
Lui aveva preso il suo portatile e stava scrivendo qualcosa. Accanto, sulla scrivania, un plico enorme, pieno di fogli ed un vecchio codice penale aperto, con un segnalibro sgualcito e colorito a tenere il segno. Scriveva e controllava, leggeva qualche comma e tornava a scrivere, poi controllava di nuovo.
Si interruppe quando mi sentì aprire la porta e trascinare le ciabatte verso la dispensa. Io tenevo ancora l’mp3 al massimo nelle orecchie, ma gli fu facile catturare la mia attenzione. Mi si parò davanti e me lo strappò dalla mano, spegnendolo.
-Ciao- disse, quasi a voler riprendere la “conversazione” di quel pomeriggio. Aveva gli occhi spenti, stanchi, almeno quanto i miei.
-Ciao- risposi. Ero seccato dalla sua prossimità. Non lo volevo così vicino, non lo volevo affatto.
Mi sorrise: -Come stai?- domandò, come se avessi avuto la febbre o mi fossi sentito poco bene per tutto il giorno. Titubava.
Lo ignorai, passai oltre e mi slanciai verso la credenza dove tenevamo quelle che nonna molto carinamente chiamava “le schifezze”, merendine, succhi di frutta e quanto altro di simile. La aprii e cercai con lo sguardo la scatola dei wafer. Lui attese che rispondessi, venendomi dietro come un cane.
Quando capì che non lo avrei fatto, ripeté la domanda, chiamandomi, questa volta, per nome.
Aprii la confezione e presi una decina di biscotti, li poggiai sul piano orizzontale della credenza e mi allungai per prendere un succo d’arancia.
Lui non demorse: -Non mi rispondi?-.
Non mi voltai nemmeno a guardarlo. Serrai le labbra. Rimisi a posto la scatola dei wafer.
-Damien? Per quanto ancora mi terrai il broncio?-.
Una richiesta assurda, l’unica che non avrebbe mai dovuto farmi. Mi sentii invadere dalla rabbia: -Che varrebbe a dire “per quanto ancora mi terrai il broncio”, eh? Che cazzo di domanda è?- avevo le lacrime agli occhi, lasciai cadere a terra tutto quello che tenevo in mano: -Che cosa ti aspetti che faccia?-. Mi girai verso di lui: -Vorresti che ti dicessi che sto bene? Vorresti che ti dicessi questo? Così poi ti sentirai in pace con te stesso e potrai ricominciare da capo…di nuovo-.
Afferrai un vaso di fiori secchi e lo lanciai a terra: sentivo il bisogno di distruggere qualcosa.
Le lacrime affiorarono anche sui suoi occhi: -Perché mi dici questo?- urlò, cercando di trattenersi, evitando di calpestare le margherite e la rosa che gli avevo buttato ai piedi –Perché?- provò a prendermi, allungò le braccia verso di me. Io gli diedi una manata e cercai di difendermi con un altro vaso.
-Allontanati da me- sibilai. E Lui si bloccò.
-Ti prego, Danny-.
-Non chiamarmi così!-.
Mi sentivo isterico, pazzo, completamente fuori di me. L’effetto dei tagli era finito. La calma, la tranquillità, erano scomparse.
-Damien!- Lui cadde in ginocchio. Mi guardò esitante dal basso all’alto –Io ci sto male- mormorò –Sto male per quello che è successo- piagnucolava, si stringeva le mani come spesso faccio anch’io quando mi sento colpevole o agitato.
-Non mi sembrava che stamattina ti dispiacesse così tanto-.
Mi sentivo potente in quella posizione, a fissarlo austero da dove mi trovavo, con gli occhi piegati verso il pavimento. Sentivo che avrei potuto fare qualunque cosa, che avrei potuto vendicarmi, avrei potuto fargliela pagare. Ero furioso con lui e con il mondo intero. Avrei voluto continuare, insultarlo ed umiliarlo come Lui aveva umiliato me quella mattina, facendomi provare piacere per un atto che, in realtà, mi disgustava. Eppure non riuscii a muovermi. Me ne stavo lì, con il vaso alzato sopra la sua testa inerme, con i suoi occhi imploranti puntati addosso, lacrimevoli, melodrammatici. Era come se qualcuno avesse improvvisamente stoppato la scena. Mi sentivo incapace di muovermi. Ricominciai ad avvertire l’orribile sensazione di soffocamento. Abbassai il vaso, rimettendolo a posto.
Lui aveva iniziato a piangere, coprendosi il volto come un bambino preoccupato per una punizione.
-Perché lo fai?- mi lasciai cadere davanti a lui, completamente soggiogato ad un destino che non avrei mai voluto –Perché?- non riuscivo a dire altro. Come un tempo, l’unica domanda che avevo ancora da porgere era: perché.
Mi guardò. Era arrossito. Una fioca luce di speranza iniziò a comparire nei suoi occhi. Mi prese le mani: -Credimi- biascicò, tirando su col naso e scuotendo la testa –se potessi cancellare tutti i miei errori, lo farei…è solo che…- s’interruppe, abbassò lo sguardo, incapace di continuare a sostenere il mio –non ci riesco, Damien…te lo giuro: non ci riesco. Io ti amo-.
Non riuscì nemmeno ad impietosirmi.
Facevo fatica a guardarlo. Chiusi gli occhi, rividi la scena di quella mattina, sentii di nuovo le sue dita su di me, sul mio corpo, sul mio inguine. Mi venne voglia di vomitare. Li riaprii, sfilai via le mie mani dalle sue. Mi ritrassi.
-Non ti credo- dissi, attirando di nuovo i suoi occhi melensi –Tu non sei capace di amare, la tua è solo cattiveria, vuoi solo confondermi, così la prossima volta sarò più docile-.
Si alzò a gattoni: -No!- gridò –No, Damien, no! È la verità: tu sei la cosa più importante per me, non c’è niente di più importante di te nella mia vita-.
Si avvicinò. Io sgattaiolai indietro finché non mi ritrovai con le spalle al muro. Lui continuava a parlare. Aveva cominciato la sua arringa di difesa.
-Tu sei la mia vita, Danny: io non posso rinunciare a te, non posso nemmeno immaginare di vivere senza di te…- iniziai ad ansimare. Pensavo “ecco, ci risiamo…preparati ad abbassare i pantaloni”. Invece non mi toccò. Seguitò a piangere, ad implorare.
-Perdonami- singhiozzò –Forse io non mi rendo conto di quello che provi, ma devi credermi se dico che tutto quello che faccio, lo faccio per te. Damien: è la verità!-.
Mi sentivo paralizzato. Avevo voglia di urlare a squarciagola, ma non riuscivo a muovere un solo muscolo.
Nella mia testa, l’altro Damien, quello che stava sempre dalla sua parte, si riscosse nel sentire quelle parole e tornò alla carica.
Hai visto? sibilava. Avevo ragione: ti ha sempre amato…sei tu che non meriti le sue cure, sei tu che non meriti tutto questo….
Ero confuso, incredibilmente debole.
Incapace di prendere decisioni o di ribellarmi.
Per quanto mi disgustasse l’idea, dipendevo da lui, dal buon ricordo che avevo dell’uomo che fino a quel momento avevo chiamato zio.
E non potevo più tirarmi indietro.
Avevo avuto modo di ritirarmi da quella vita, mi ero trovato di fronte ad un bivio ed avevo preferito la strada sbagliata.
Forse il mio cuore aveva creduto di scegliere in buona fede, forse, Lui era stato tanto abile da farmi credere questo.
Non lo sapevo.
Non sapevo più niente.
Volevo protezione. Volevo vivere una vita tranquilla, serena, sentirmi protetto una volta per tutte. Era troppo chiederlo? Non era forse un mio diritto?
Avevo tre anni quando lo conobbi. Da allora la mia esistenza aveva ruotato tutta intorno a lui…diceva di amarmi. Magari era l’unica persona in grado di farlo sulla faccia della Terra. Che cosa potevo fare?
Mi baciò, prendendomi delicatamente per il mento ed intrufolandosi nella mia bocca con dolcezza esasperante. Disse di nuovo che mi amava, che lo avrebbe fatto per sempre, che non mi avrebbe mai abbandonato, qualunque cosa avessi deciso di fare o di essere. Questo era il nostro segreto. Ripeté che non dovevo sentirmene umiliato, anzi, dovevo
esserne felice perché significava che Lui prediligeva me sopra qualunque altra forma di vita.
E non importava quanto tempo avessi impiegato ad amarlo anche io in quel modo: prima o poi lo avrei fatto, perché noi eravamo simili, eravamo una cosa sola.
Queste le sue parole, le parole che rivolse ad un ragazzino di quindici anni che della vita aveva già imparato tutto e niente. Un ragazzino spaventato, forse troppo arrendevole che nulla cercava se non un minimo di sicurezza…e di amore.
Mi lasciai andare a quel bacio, forse per la prima volta nella mia vita. Dimenticai chi fosse o che cosa significasse per me tutto questo e, dimenticando ciò, dimenticai me stesso, là, acciambellato contro un muro, confuso e sconcertato.
E non tornai mai più a prendermi.
Da quel momento in poi, Damien non esisteva più…
<<Tu che t'insinuasti come una lama
Nel mio cuore gemente; tu che forte
Come un branco di demoni venisti
A fare, folle e ornato, del mio spirito
Umiliato il tuo letto e il regno-infame
A cui, come il forzato alla catena,
Sono legato; come alla bottiglia
L'ubriacone; come alla carogna
I vermi; come al gioco l'ostinato
Giocatore, - che tu sia maledetto!>>