Capitolo 8
Di nuovo, un altro cenno di assenso.
-Questo apparecchio è una macchina della verità, uno strumento molto preciso che serve a vedere se le affermezioni che fai sono vere o false. È semplice no? Ha un minimo margine
d’errore e fino ad adesso non ha mai sbagliato-. Lo guardò, guardò me. Tristan era completamente indifferente a noi.
Johanson continuò con le spiegazioni: -Adesso io ti farò delle domande, delle domande molto semplici, Tristan. Tu non dovrai fare niente, solo rispondere velocemente e con un si o con un no secchi, va bene?-
Non lo trattava più come il bambino sciocco di prima. Adesso si imponeva su di lui, voleva che la sua volontà fosse percepita dal ragazzo come superiore.
Aveva addirittura modificato il tono della voce, ora molto più duro ed autoritario e sfidava il paziente con ripetuti colpetti sulle spalle o sulle gambe.
Non era quello il metodo giusto per parlare con Tristan…
La sua apparente indifferenza non faceva che aumentare la mia tensione, la mia preoccupazione per una possibile sfuriata.
-Tristan, fammi capire che hai capito quello che ti ho detto, per favore!-
Johanson gli diede un colpo un po’ più forte sotto il mento, accattivandosi uno sguardo che io non sarei mai stato in grado di sostenere. L’azzuro glaciale di Tristan era diventato quasi nero…
-Tristan, ho detto: fammi capire che hai capito quello che ti ho detto!- lo psichiatra aumentò il tono della voce, lo colpì di nuovo , senza fargli male.
Dal mio angolo, non potei fare altro che mettermi una mano sulla fronte e chiudere per un attimo gli occhi. Non avrebbe mai collaborato, era stato stupido soltanto pensare che si sarebbe reso complice della propria resa.
-Tristan, vuoi rispondermi?- Johanson non si arrendeva. Continuava imperterrito a fare la stessa domanda, a dare gli stessi ordini. Alzò la mano ancora una volta verso il ragazzo.
-Mi colpisca…- poco più di un sibilo, di un gorgoglio tra sé, eppure nel pronunciare quelle parole, la voce del paziente aveva assunto una tonalità carica d’odio ed agghiacciante.
Johanson deglutì ed abbassò istintivamente la mano.
-Che bravo…cominciamo?-
Rimasi a guardarli mentre lentamente lo psichiatra si muoveva dietro al monitor e prenderva una piccola cartella di cuioi nero.
-Si…- la sua voce aveva perso tutta l’imperiosità –Dunque, la prima domanda è molto semplice. Ricorda, dovrai rispondere con un si o con un no. D’accordo?-
Annuì.
-Tristan è il tuo nome?-
Mi guardò, gli occhi divenuti ormai due pozze nere: -Si-.
-Bene. Hai diciassette anni?-
-Si-. Li socchiuse per un istante e sospirò –Ne farò diciotto in estate- precisò e ricevette un rimprovero.
-Hai una sorella?-.
Mentre rispondeva, il dottor Johanson prendeva appunti sulla cartella di cuoio. Non mi guardò mai e dentro di me mi chiesi qual’era l’utilità di tutto questo.
Tristan sembrava perfettamente a suo agio. Il respiro era regolare, i battiti, segnalati da non so quale apparecchio collegato alla macchina erano regolari. Soltanto il nero dell’iride tradiva l’irritazione.
-Si-.
-Si chiama Margaret?- Johanson sorrise e lo guardò.
-No. Margaret era mia madre-.
Altro rimprovero.
-Eveline?-.
-Si-.
-L’hai più rivista dopo l’incidente in cui morirono i vostri genitori?-
Attimo di esitazione. Gli occhi si chiusero, si riaprirono, si chiusero di nuovo. Ci fu un leggero fremito nei battiti cardiaci.
-Tristan?- lo richiamò lo psichiatra -L’hai più rivista dopo l’incidente in cui morirono i vostri genitori?-.
-Si-.
-È stato molto tempo fa?-.
-No-.
-Quando?-.
-No-.
Johanson lo fissò, irritato: -Come sarebbe a dire no? Ti ho fatto una domanda: rispondi!-
-No! Non posso rispondere in un altro modo: me lo ha detto lei- sfoderò uno dei suoi soliti sorrisi da ragazzino della publicità: l’immagine dell’innocenza.
Mi strappò una risata. Che attore!
-Sii serio, Tristan, per favore- intervenni poi, una volta ripreso il controllo di me –Presto finirà tutto…- e ricevetti un sorriso anche io. Che si stesse divertendo a prenderci in giro? Fin’ora la macchina aveva registrato solo risposte vere. La preda viene catturata per mezzo della ragnatela
che viene tessuta all'ingresso della tana. Una volta caduta nella tela, la preda viene immobilizzata e le viene iniettato il veleno, dopodiché degli enzimi iniziano il processo digestivo dall'esterno sciogliendola ed infine viene aspirata. Non trova anche lei che sia un mezzo per nutrirsi davvero molto pratico?
Johanson prese un respiro più profondo del solito: -Marilù era tua sorella?-.
Tornò immediatamente freddo e serio: -No-.
-Era un’amica?-.
-Si-.
La puntina della macchina continuava a muoversi frenetica. Di tanto in tanto, al termine di ogni risposta, lo psichiatra la osservava ed annuiva, poi annotava il risultato della domanda.
Sorrise. Forse soddisfatto dalla scheda che stava compilando e fece la nuova domanda: -Hai mai avuto rapporti con una donna?-.
Per un istante ricevette un’occhiata strana. Poi, Tristan si rivolse a me: -È un buon movente per gli omicidi che ho commesso?- mi domandò, derisorio. Io scossi la testa: -Rispondigli…- suggerii e lui fece cenno di no con il capo.
Di nuovo, venne richiamato: -Tristan, hai mai avuto rapporti con una donna?-.
Lo guardai. Dacché lo conoscevo mi aveva sempre dato l’impressione di non possedere altri interessi se non gli insetti. Era una domanda che mi ero posto anche io, conoscendo quelli della sua età. E a cui non avevo saputo dare una risposta.
Tristan ebbe un nuovo attimo di esitazione, poi rispose: -No-.
Ma stavolta, l’ago della macchina si mosse in modo diverso.
Risposta sbagliata.
Da dove mi trovavo, non avevo modo di capire gli esiti di quelle domande così stupide, ma intuii la falsità dell’utlima risposta dalla reazione che ebbe Tristan quasi immediatamente.
Un gemito spezzò la sua tranquillità e per un momento si alzò di qualche centimetro dalla sedia, il massimo che le manette potessero garantirgli. Poi, gli occhi colmi d’odio si scagliarono contro il dottor Johanson. Il respiro, ora, era molto più rumoroso e molto più profondo di quanto non gli avessi mai sentito.
-Cosa era?- domandò, la voce rotta dal continuo ansimare –Che cosa mi avete fatto?- aumentò di tonalità.
Lo psichiatra si mise a ridere, gettando la testa indietro sulle scapole: -Non è niente di grave, ragazzo: te lo avevo detto di essere sincero, no?- e mi lanciò un’occhiata complice che non compresi e a cui mi rifiutai di rispondere.
Che diamine signifiava tutto ciò?
-È stata solo una piccola scarica elettrica- spiegò poi, ad una mia occhiata –Non è niente di grave. Presto il torpore che senti svanirà. Non preoccuparti-. E sorrise ancora.
Tristan ricambiò il sorriso con una smorfia.
-Bene. Allora, adesso che sappiamo che hai fatto sesso con una donna almeno una volta nella vita, possiamo roseguire con le prossime domande…-
Johanson fece per riaprire bocca quando: -No!- Tristan scosse la testa e si agitò sulla sedia –No, non è vero: io non volevo…- aveva le lacrime agli occhi, scuoteva la testa in continuazione, ma si bloccò, come se avesse detto qualcosa di troppo.
Uno strano presentimento si insinuò dentro di me: -Ti hanno costretto a farlo, Tristan?- Johanson mi guardò leggermente adirato, ma nondisse nulla. Semplicemente annuì e si concentrò sulla risposta.
-No-. Era un no strasciacato e molto incerto, ma era la verità. Tristan abbassò la testa e chiuse gli occhi ancora una volta. Non pianse, ma una sottile lacrima gli rigò il viso pallido e scarno. Rimase in quel modo per qualche tempo, concentrato sul proprio respiro.
Allora, in silenzio, mi avvicinai alla mia valigetta, l’aprii e ne tirai fuori una piccola bottiglia d’acqua ancora sigillata. Poi, mi rivolsi a Tristan e gliela poggiai alle labbra: -Bevi- gli dissi e lui gettò la testa indietro per rendere più facile la discesa del liquido nell’intestino.
-Ecco- gli dissi –bravo…ti va di ricominciare?-
Annuì debolmente.
Ed io feci un cenno di assenso verso lo psichiatra: -Siamo più celeri, per favore…-
Lui mi fissò per un secondo, poi, ritornò alla cartella di cuoio.
-D’accordo, ripremdiamo con le domande semplici, allora: è vero che ti piacciono la matematica e gli insetti?-.
-Si-.
-Ok…tuo padre si chiamava Soren Schreder?-.
-Schröder. Si-.
-Tedesco?-
-Si. Di Amburgo-.
-Volevi bene a Marilù?-
Nei suoi occhi ci fu una nuova scintilla: -Si-. Annuì, un timido sorriso gli illuminò il volto.
-E lei te ne voleva?-
Di nuovo, la risposta fu affermativa.
-È stato per vendicare lei che hai ucciso tutte quelle persone?- domanda difficile. Nel petto, sentii il cuore contorcersi in uno sparmo.
-Si-. Non credevo che avrebbe risposto. Sulle labbra mi sorse un sorriso. Forse la paura della scossa lo aveva reso più duttile e propenso a parlare?
No…
-Soltanto per vendicare Marilù? Soltanto per questo hai ucciso cinque persone?-
La domanda era mirata e ben fatta. Eppure, dentro di me sentivo che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di strano, una sensazione lontana.
Tristan tornò a fissare il vuoto. Il respiro tornò regolare. Le mani si strinsero intorno ai braccioli della sedia fino a sbiancare: -No-.
Mi sentii la terra mancare sotto i piedi. In un certo senso mi aspettavo quella risposta, ma la freddezza con cui era stato pronunciato quel no mi aveva spiazzato.
Per quale atro motivo? Perché? Nella mia testa le domande si alternavano e si susseguivano
molto più velocemente di quanto pensassi. Il cuore mi batteva forte senza motivo. In fin dei conti, che cosa avevo a che spartire io con quel ragazzo?
-Ti avevano fatto del male?-
-Si-.
-Cosa?- di nuovo il mio cervello non riuscì a frenare l’impulso di parlare –Come?-
Tristan non si voltò verso di me. Disse soltanto: -No- ed inspirò profondamente.
C’erano ancora delle domande proibite.
Avrei voluto indagare, costringerlo a dirmi la verità sparando giù una raffica di domande su tutte le possibilità che avevano avuto di fargli del male. Prendendo dalla mia esperienza lavorativa, cavando informazioni da vecchi titoli di giornale, inventando tecniche di tortura o quan’altro. Ma il mio collega non mi consentì di proseguire.
I suoi interessi erano altri…
-Sapevi, Tristan, che Marilù era incinta quando morì?-
