venerdì, 13 giugno 2008

Un Angelo cattivo...

Capitolo 7

L’altra stanza era un po’ più grande della precedente ed un po’ più calda, cosa che non fece altro che irritarmi, visto il modo in cui stavo già sudando.

Avevo tenuto Tristan per un braccio per tutto il percorso e lui si era dimostrato tranquillo e glaciale come sempre. Silenzoso aveva camminato al mio fianco, gli occhi fissi sulla schiena del dottor Johanson, le orecchie aperte ad ogni minimo rumore.

Non tentò di scappare come mi sarei aspettato da un paziente nomale. Probabilmente, se lo avessi lascito avrebbe proseguito il percorso senza mai scostarsi di un millimentro da me. ma non volli tentare. Chissà perché si comportava in quel modo…

Venne un infermiere ad aprirci, lo stesso che avevo visto qualche giorno prima durante l’ultimo malore di Tristan. Mi sorrise, forse impietosito da me, forse per dimostrarmi di avermi riconosciuto, e mi tenne la porta mentre spingevo dentro il paziente seguendo lo psichiatra.

Mi diedi un’occhiata intorno.

Le pareti bianche della stanza ricordavano quelle di un laboratorio per gli esperimenti genetici, le luci, pallide anch’esse, per un istante mi stordirono, tanto erano forti. Da un lato, appartato come un vecchio cane bastonato, c’era un tavolo massiccio, di acciaio, inchiodato al pavimento. E, sopra ad esso, lo strumento di cui nessuno mi aveva ancora parlato.

Un oggetto strano, apparentemente innocuo.

A prima vista sembrava una normalissima ventiquattr’ore rigida, rivestita di plastica argentata, ma, poi, a guardarla meglio, venivano fuori una serie di bottoncini colorati e di pomelli rotondi: una macchina della verità.

Un’inutile macchina della verità. Cosa speravano di fare?

Tristan la fissò per un brevissimo istante. Forse non sapeva cosa fosse, forse nemmeno gli importava. Immediatamente i suoi occhi si spostarono sullo schermo di un computer, anch’esso sopra al tavolo, e si fermarono a fissare l’immagine che faceva da sfondo nel desktop.

-Zygaena ephialtes- pronunciò, quasi religiosamente.

Mi voltai a fissare il monitor anche io: -Come?-

-Zygaena ephialtes…- mi spiegò, indicandomi la farlalla rappresentata sullo schermo -Pur essendo una falena, una farfalla notturna, ha abitudini diurne. Il volo è piuttosto lento, le antenne sono claviformi, talvolta bipettinate nei maschi delle Procridinae. Ha un’apertura alare che può variare dai tre ai quattro centimetri ed un aspetto di lucentezza metallica. Nella sua famiglia, le Zygaeninae, prevalgono i colori blu o nero con macchie sgargianti di colore bianco, rosso o giallo. Sono creature davvero belle…- sembrava un libro stampato.

Si avvicinò e mi mostrò con l’indice le varie parti che componevano il suo corpo, soffermandosi sulle antenne: -Ecco, claviformi…- mi disse, come se potessi comprendere il significato di quelle parole. I suoi occhi brillavano.

-È velenosa?- fu l’unica cosa che ebbi la forza di chiedergli.

Mi fissò come se avessi pronunciato un’eresia: -I colori aposematici indicano che il suo corpo è rivestito di sostanze tossiche…- sembrava una cosa naturale. Come facevo a non essermene accorto?

Gli poggiai una mano sulla spalla per chinarmi e vedere meglio.

-Un giorno o l’altro ti porto la collezione di farfalle di mio suocero, così la prossima volta che lo vedo gli dico qualche nome e faccio bella figura…-

Mi sorrise. Il sorriso dolce e gentile di un bambino quando lo si invita a fare qualcosa che gli piace. Riusciva a mutare aspetto e comportamento nel giro di pochissimo tempo e, questo, non era di certo un dato a mio favore.

-Qual è la tua preferita? La più bella?- era una domanda che mi sorgeva spontanea, che mi uscì dalla bocca senza che riuscissi a bloccarmi.

Tristan mi guardò. Gli occhi che luccicavano come mai li avevo visti, azzurri, brillanti, riflettevano molti colori e molti stati d’animo contrastanti.

L’amore che provava per quelle creature, per me così invisibili, era immenso e colmo di rispetto. Di nuovo, mi sorrise: -Chrysiridea riphearia, nota anche come Urania del Madagascar, è una specie di falena endemica del Madagascar. Viene considerata come la più bella fra le falene. Sulle ali posteriori ha numerose code. Il bruco è giallo e nero. Ha abitudini diurne e un'apertura alare di 8-10 cm. Pensi che in passato veniva usata per produrre oggetti ornamentali perché ha dei colori meravigliosi-.

-Ne hai mai vista una?-

-Ce n’è una foto in uno dei miei libri…- inziò a dire, ma poi si bloccò quasi subito. Nel giro di qualche secondo la sua espressione cambiò e si accigliò –Marilù mi diceva sempre che, prima o poi, sarebbe andata in Madagascar e me ne avrebbe presa una…-

La voce spenta, gli occhi bassi.

Avrei voluto prenderlo tra le braccia e fargli una carezza. Ma non potevo…

Erano proprio questi gli atteggiamenti di lui che mi terrorizzavano. Sapeva come commuovere gli altri e come farli sentire estranei a sé, così come sapeva dominarli ed ipnotizzarli. Un serpente. Una vipeva. Una vedova nera.

-Iniziamo?- fu il dottor Johanson a spegnere definitivamente quel momento. S’intrufolò tra di noi e lo staccò da me, dalla mia mano, prendendolo pericolosamente per un braccio e spingendolo verso la sedia posizionata davanti alla macchina della verità.

-Siediti- gli ordinò poi, la sua voce che aveva perso definitivamente quel tono giocoso ed idiota –Siediti qui e stai buono-. Poi, premette un pulsante rosso ed accese la macchina.

Mentre quella si riscaldava, prese le mani di Tristan e le legò con delle manette ai braccioli della sedia. E così fece con i piedi.

Dentro di me sentivo il sangue che mi ribolliva. Come la prima volta che lo avevo visto, era stato legato ad una sedia senza un perché, senza un motivo, una spiegazione da dargli. E non aveva fatto una mossa, non si era ribellato come chiunque altro avrebbe fatto.

Tristan lo guardava incuriosito, guardava di nuovo me, infastidito, avido di perché, poi tornava a fissarsi le mani, i piedi, inchiodati al freddo acciaio della sedia.

-Ecco, così va bene…- Johanson si tirò dritto ed indietreggiò di un paio di passi, osservando il lavoro che aveva svolto con tanta cura –Ok!- esclamò, poi, tornando verso il ragazzo e chinandosi su di lui –Adesso slacciamo la camicia…-

Non so come descrivere l’espressione di Tristan in quel momento. Da un lato, sembrava divertito, quasi come se volesse sfidare me e l’altro dottore, da un altro era indispettito, furente. Attendeva il momento migliore per attaccarci.

Si contorse un po’ quando le mani di Johanson gli sfiorarono il petto, sbottonandogli la camicia che indossava e spostandone i lembi dalle parti. Ma rimase immobile quando lo psichiatra gli arrotolò la cannottiera verso il petto e gli mise una strana pomata gel sull’addome.

Teneva gli occhi chiusi, di nuovo, sembrava assente, lontano, come se non stesse accadendo a lui.

Io lo fissavo in attesa di un’esplosione. Sapevo che prima o poi ce l’avrebbe fatta pagare cara ed attendevo pazientemente che quel momento arrivasse.

Ma non arrivava.

Tranquillo, immobile, ricambiò il mio sguardo osservandomi dal basso in alto. Ero io il traditore che gli aveva fatto questo?

Johanson gli applicò dei piccoli cerotti nei punti in cui aveva spalmato il gel e vi aveva attaccato dei piccoli fili colorati.

Tristan non li guardava.

La sua attenzione era tutta rivolta a me.

Poi, lo psichiatra si alzò e si spostò un momento verso il tavolo per vedere se la macchina era pronta a funzionare per poi ritornare dal ragazzo e posargli in testa un piccolo cerchio di metallo attaccato con una serie di cavi alla macchina.

In ultimo, applicò sul braccio di Tristan una sorta di misuratore della pressione sempre collegato alla macchina e sul suo petto una fascia simile a quelle usate per l’elettrocardiogramma.

Per tutto il tempo, lui guardò me.

Ad un certo punto, la macchina emise un flebile fischio e sul monitor del computer comparve una schermata bianca, un po’ come quelle che misurano l’intensità dei terremoti.

Era pronta.

Il dottor Johanson mi lanciò uno sguardo compiaciuto ed io scossi la testa.

Era quella la sua terapia?

Non avrebbe mai funzionato…

postato da: 34AF7KO2 alle ore giugno 13, 2008 21:31 | link | commenti
categorie: un angelo cattivo

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