giovedì, 26 giugno 2008

Un Angelo cattivo...

Capitolo 9

Non avrei mai pensato che un essere umano fosse capace di tanta freddezza e tanto autocontrollo.

Johanson fissava Tristan con un sorriso spavaldo, cosciente di aver non solo toccato, ma affondato l’altro in uno dei suoi punti deboli. Guardava lui, poi me e, di nuovo lui. Sereno, tranquillo, sembrava gli avesse fatto un’altra delle sue domande stupide, come se quello che aveva appena detto, come se quelle parole non avessero potuto ritorcerglisi contro in un modo del tutto aspettato e drammatico.

-Allora, ragazzino. Sapevi che quando è morta la tua ragazza aspettava un bambino?-.

Io non riuscivo a staccare gli occhi dal mio paziente. Lo vedevo, lì, solo, attaccato ad una sedia come la prima volta che ci eravamo incontrati, cercava di tenere a bada il respiro, di non lasciar trasparire nessuna emozione, gli occhi si erano chiusi con un movimento lento, quasi teatrale. Dentro di me, sentivo che il suo cuore, per quanto piccolo ed indurito dal tempo potesse essere, in quel momento stava scoppiando. Colmo di sensazioni contrastanti e di dolore.

Deglutii. Spaventato.

Isintivamente il mio sguardo corse sulle sue braccia, sui suoi polsi bianchi ed esili come quelli di una donna. Le manette avrebbero sicuramente trattenuto qualunque reazione.

-Tristan?-. Lo psichiatra continuava ad incalzarlo, era deciso a non lasciargli tregua. Sapeva che se avesse annientato le sue barriere, probabilmente, il ragazzo si sarebbe lasciato sprofondare nella disperazione ed avrebbe parlato.

Ma Tristan restava immobile, silenzioso, con gli occhi chiusi ed il viso pallido a fissare il buio che gli si era impresso nelle palpebre.

-Tristan, mi hai sentito?-.

Feci un passo avanti, cercai di avvicinarlo. Di interrompere quella terribile farsa. Tutti sapevamo che cosa era Marilù, chi rappresentava per quel giovane assassino apparentemente senza rispetto per nulla e per nessuno.

Non un’amante. Non un’amica.

Né tantomeno una sorella.

Aprii la bocca nella speranza di poter trovare qualcosa da dire, qualche parola che potesse suonare in un qualche modo consolatoria. Da un certo punto di vista mi sentivo colpevole per quanto era accaduto: Tristan era un mio paziente, avrei dovuto evitare tutto ciò rifiutandomi fin dal primo giorno di lavorare con Johanson.

-Dottore…- fu l’unica cosa che ebbi il tempo di dire.

-No-. Di nuovo, la voce fredda e tagliente che ormai conoscevo fin troppo bene tornò a stupirmi. Tristan sembrava esser riemerso da un lungo incubo, un incubo durato un’intera vita ed ora amplificato come da un’eco, eppure mai prima di allora lo avevo visto tanto algido e glaciale. Lo sguardo fisso, immobile aveva assunto quella toalità profonda ed inquietante che ogni volta trasformava l’azzurro dell’iride in un blu scuro, nerastro. Il sorriso era rispuntato sulle labbra, sul volto, seppur pallido come marmo era rigido, un’espressione neutra regnava incontrastata dalle sopracciglia bionde alla bocca leggermente tesa e violacea.

Johanson alzò una mano per evitare che parlassi e si allontanò dalla sua postazione per avvicinarlo. Gli si cucciò davanti con un movimento sgraziato. Tristan non gli levava gli occhi di dosso. Si fissarono per un breve istante, poi, lo psichiatra tornò a fare domande.

-Cosa no? Che vuoi dire bel bambino?- la sua voce era melensa e cadenzata, come in una ninna nanna. Mentre parlava in quel modo tanto provocatorio, in me sentivo sbocciare una strana sensazione di disagio, come se un freddo ago da prelievo mi fosse penetrato in testa e la stesse svuotando lentamente. Mi sentivo strano. Tanta freddezza e tanta calma in una situazione del genere, non solo mi sembrava assurda ed inopportuna, ma addirittura spaventosa. L’assassino che non avevo mai conosciuto, lo strano essere che immaginavo mentre uccideva le sue vittime parlando loro con voce suadente e niente affatto fanciullesca, ora si mostrava chetamente davanti a me, mi investiva con la sua lucida, gelida razionalità, facendomi sentire sempre più estraneo e sempre più inutile.

Sarei stato capace di fermare Tristan nel caso in cui fosse riuscito a sottrarsi dalla morsa delle manette? Di certo non ero capace di sostenere il suo sguardo, né, tantomeno, quel clima di sofferente follia che avvertivo aleggiarmi intorno.

-Non vuoi che il dottor Wallgreen parli o non sapevi che la tua puttanella da quattro soldi era incinta del tuo piccolo mostro?-.

Le parole erano pesanti e atroci. Se qualcuno avesse parlato a quel modo di mia moglie o dei miei figli, qualunque cosa mi ancorasse, lo avrei strozzato.

Ma Tristan era fin troppo diverso da me. Rimase immobile, il respiro regolare, gli occhi fissi in quelli del mio spavaldo ed impavido collega. Non ebbe attimi di esitazione o sospiri, né moti dettati dalla rabbia. Batté le sue lunghe ciglia una sola volta ed escludendomi completamente dalla conversazione pronunciò solo cinque parole: -Marilù non era una puttana…-.

Era un mostro, una macchina. Un automa. Non era vero che non provava sentimenti, no, quello mi rifiutavo di crederlo, ma il modo in cui riusciva a subordinare il corpo alla mente, il modo in cui riusciva a nascondere qualunque emozione, lo rendevano tale.

Un mostro intrappolato nel corpo di un adolescente.

Un adolescente vissuto nella sofferenza e nella violenza a tal punto da perdere qualunque aspetto umano, qualunque caratteristica riconducibile alla giovane età o al semplice fatto di essere una creatura vivente. Non era umano il suo aspetto esteriore, troppo perfetto, innocente. E non era umano il suo carattere. Nella mia vita di personaggi del genere ne avevo incontrati soltanto in alcuni romanzi, ed erano stati rari, qualcuno soltanto di passaggio.

Fissai Johanson ammirandolo, per un istante, per il modo in cui riusciva a reggere il confronto con quel ragazzo, la follia che aveva utilizzato in quell’interrogatorio forse lo avrebbe aiutato a risolvere tanti problemi, forse lo avrebbe fatto sprofondare lontano e gli si sarebbe rivolta contro. Di una cosa ero certo: Tristan non lo avrebbe mai perdonato.

-Tu credi?-.

Non potevo fare a meno di fissarli entrambi. Due menti a confronto, due tipi diversi di caratteri, due cuori che battevano indipendentemente uno contro l’altro, spinti dall’odio reciproco e da una grande forza di volontà.

-Ci vuole coraggio per fidarsi di uno come te al tal punto da decidere di andarci a letto-. Johanson avrebbe continuato con le provocazioni ancora a lungo, me lo sentivo.

Tristan rispose con un sorriso smagliante, accattivante.

-Ci vuole coraggio anche per andare a letto con uno come lei, ecco perché è solo e nessuna donna sembra interessata alla sua mercanzia! Personalmente, mi adatterei a cambiare dopobarba e a lavarmi un po’ più spesso: credo che il dottor Wallgreen, da laggiù, possa confermare la mia teoria anche senza avere il suo alito davanti al naso…-.

Per qualche secondo, Johanson si sentì spiazzato. Si guardò attorno come smarrito e scagliò un’occhiata quasi di conferma nella mia direzione. Per non dargli soddisfazione, mi strinsi tra le spalle ed arricciai il naso. Lui si schiarì la voce e tornò verso il ragazzo.

-Pensavo che stessimo parlando di te…- mugugnò lentamente. Tristan lo ricambiò con un sorriso, ma non aggiunse nulla.

-Rispondi:- ribadì –pensavo che stessimo parlando di te…-.

Di nuovo, un altro sorriso, simile al primo: -Si parla sempre di me, altrimenti lei mangerebbe alla mensa dei poveri…e lei lo sa che cosa significa tutto questo, vero? Non sembra così dannatamente stupido a prima vista…Lo sa che cosa si prova a fare lunghe file per un piatto di minestra fredda e muffita ed un bicchiere di latte inacidito? No, certo che no. O non sarebbe qui ad insultare persone che non conosce e che, probabilmente, non avrebbero mai neanche voluto avere il piacere di avere a che fare con uno scarafaggio tozzo e maleodorante come lei…- per la prima volta dopo quasi venti minuti si rivolse a me –Non è della mia stessa opinione?-.

Rimasi spiazzato per un istante. Avevo compreso il suo discorso ed avevo capito dove voleva andare a parare con simili domande, ma non mi aspettavo affatto che mi reintroducesse nel dialogo così esplicitamente. Scossi la testa per indicare che non sapevo dargli una risposta, lui si accigliò per una frazione di secondo, poi si rivolse di nuovo allo psichiatra ancora cuccio davanti a sé: -Li ha mai visti?- domandò, di punto in bianco, senza specificare altro.

-Cosa?- Johanson era una fortezza apparentemente inespugnabile e difficile da assoggettare, ma lentamente, Tristan aveva trovato una crepa sul suo muro di mattoni e vi si era introdotto dentro.

-I bambini quando piangono. Li ha mai visti dottor Johanson?-.

Ancora una volta, inghiottii saliva al punto da sentirmi la bocca secca e la gola bruciante.

-Certo che ne ho visti, sicuramente più di te…-.

Tristan sorrise, un sorriso spontaneo, nato da dentro, non calcolato e voluto come i precedenti: -Dove?- sussurrò, piegandosi leggermente in avanti, con il collo proteso verso l’altro e le spalle rigide ma incurvate verso il basso –Nei supermercati? Quando si impuntano davanti allo scaffale dei giocattoli e frignano perché la mamma parsimonsiosa non compra loro l’ultimo modellino di Barbie o di macchinina?-. La voce, glaciale e sensuale al tempo stesso, si esprimeva con lucido rancore. Nonostante l’autocontrollo, ogni tanto qualche lettera risultava più marcata rispetto alle altre, più strascicata.

-Il più delle volte…sono creature vizziate, i bambini-.

-Ha mai provato a consolarne uno? C’è chi sostiene che sia facile accontentarli: basta dar loro ciò che vogliono oppure coccolarli un po’…ha mai provato a prendere in braccio un bambino inconsolabile, dottor Johanson?- quelle parole sembravano quasi irreali su quella bocca adolescenziale.

Dal mio cantuccio, cercai di memorizzare frasi ed espressioni che il giorno dopo mi avrebbero permesso di iniziare un dialigo con Tristan, incastrandolo con le sue stesse parole. Avvertivo il respiro leggermente più pesante. La discussione aveva preso una strana ed inquietante piega. Dentro di me iniziai a chiedermi se non si trattasse di un caso di pedofilia.

Qualunque cosa fosse, Lui non me lo avrebbe mai confermato esplicitamente.

Osservai Johanson, le sue reazioni si facevano sempre più scattose e prevedibili. La crepa nel suo muraglione fortificato si stava facendo sempre più larga.

Da preda, Tristan era divenuto cacciatore…presto lo avrebbe catturato nella sua tela.

-Tutti i bambini sono consolabili…- lo psichiatra iniziava sudare. Con una mano si asciugò la fronte e si pulì la bocca.

Il ragazzo scosse la testa, serio: -Ce ne sono alcuni che, di notte, si svegliano urlando…- disse –altri che non vogliono essere avvicinati, che si rifiutano di mangiare, qualcuno sceglie di non parlare più, qualcuno, solo, si nasconde nei posti più impensabili ed inizia a piangere, a muoversi convulsamente. Si tocca, si morde le braccia, cerca di farsi del male per non esistere più, per non essere più se stesso. Sogna di poter essere un uccello e di volarsene via lontano, in un luogo segreto dove nessuno può trovarlo e dove nessuno può raggiungerlo…ha mai provato a consolare un bambino come questi?-.

Oramai lo fissavamo entrambi con gli occhi sbarrati. Il monologo, era stato fin troppo esplicito ed agghiacciante.

-Tristan…- inziai, come se nella mia esperienza, di storie come quelle non ne avessi mai sentite, come se quelle fossero tutte novità per me, per il mio lavoro di psicologo infantile.

Ma lui mi bloccò di nuovo. Il mostro che gli viveva dentro non aveva ancora terminato di intessere la sua tela. Non aveva ancora finito di sconvolgerci.

Alzò la voce. Oramai non aveva più alcun interesse a coprire le sue sensazioni, le sue emozioni: -Lo ha mai fatto, dottore?- marcò l’ultima parola, accentuandola come se volesse ironizzare sullo status di Johanson –Risponda, la prego…-.

L’altro scosse la testa.

E Tristan guardò me: -Lei lo ha fatto, vero?-.

Non potei fare a meno di annuire. Si. Confermai. Lo avevo fatto tante volte.

-Non è facile, vero?- continuò, guardandomi negli occhi –Marilù lo ha fatto quasi ogni giorno…lei era la mamma di tutti i bambini anche se aveva sette anni, si prendeva cura di tutti, li lavava, li pettinava, li rendeva belli per i giorni in cui i genitori venivano a scegliere chi adottare. E non è facile rendere bello chi non vuole far altro che sparire…- era il discorso più atroce che un paziente mi avesse mai rivolto. Non sapevo se Tristan stesse parlando di sé o di altri, di certo, una cosa impossibile da pensare era che lui non avesse mai provato le sensazioni che stava descrivendo, che non avesse mai sentito il bisogno di essere un uccellino e di volare via. O di sparire per sempre. Marilù era stata la sua via d’uscita. Una sorta di valvola di sfogo per evitare di sprofondare sempre di più nella bocca dell’inferno.

-Perché sputare veleno su una persona del genere?- chiese al dottor Johanson. Poi, all’improvviso la sua espressione cambiò, divenne quasi allegra, tornò ad essere l’espressione di un ragazzo di diciassette anni: -Ha chiamato mostro il bambino di Marilù- esclamò dolcemente, fissandosi le mani e muovendo le dita su e giù, come sulla tastiera di un pianoforte –E lui ora appartiene al Cielo, anche se il Cielo ha rinnegato me. Lo faccia di nuovo e le giuro su qualunque cosa lei voglia che le strapperò quell’espressione di merda dalla faccia prima ancora che possa fulminarmi con una scarica elettrica del cazzo…mi sono spiegato?-.

Il suo volto e quelle parole stridevano le une con l’altro, ma mi fu impossibile, poi, quando fui solo a casa, disteso davanti alla tv col telecomando in mano, immaginare le une senza che l’altro comparisse nella mente e le confermasse.

Fu così che si concluse quella prima, drammatica seduta a tre.

postato da: 34AF7KO2 alle ore giugno 26, 2008 21:24 | link | commenti
categorie: un angelo cattivo

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