giovedì, 26 giugno 2008

Un Angelo cattivo...

La donna che voi chiamate Billie Curtis…

Marzo 2007

Era notte fonda. Fuori pioveva ed il freddo le penetrava violentemente nelle ossa. Emily van Mercy si svegliò di soprassalto, le braccia legate dietro la schiena e un qualcosa di gelido che le premeva contro un fianco. I capelli scomposti, sulla faccia, erano appiccicosi e sudici, lo sentiva: probabilmente la botta che aveva preso le aveva procurato una ferita sulla testa.

Sospirò, tentando di voltarsi e di cambiare posizione. Le braccia iniziavano a farle davvero male. Si sentiva intorpidita e stanca, esausta come dopo una lunga giornata lavorativa. Ma che cosa era successo?

L’ultima cosa che ricordava era il caffè bollente che si stava bevendo in ufficio, la sera prima. Aveva lavorato fino a tardi e con lei non c’era nessuno. Solo la guardia di notte che ogni tanto passava per chiederle se tutto andasse per il verso giusto o per farle qualche apprezzamento carino. Poi, niente più. il vuoto, il buio l’avevano circondata.

Fino a quel momento…

Dove si trovava? Perché aveva la sensazione di essere circondata da qualcosa di viscido?

Le ci volle molto tempo prima che i suoi occhi potessero abituarsi all’oscurità. Accanto a sé, qualcosa si mosse talmente piano da essere appena udibile. Emily scosse la testa impaurita e si concentrò ancora di più sulla vista. Ora, gli oggetti più chiari andavano e venivano lentamente, senza forma, a mano a mano che la pupilla si dilatava.

All’improvviso un rumore, lo strofinio di un fiammifero su un muro, la fece trasalire. Il chiarore tenue del cerino illunimò qualcosa, a poca distanza da lei: una mano sottile e abbastanza piccola da poter essere quella di una donna. Lentamente poi, la fiamma iniziò a salire verso l’alto, seguendo un movimento oscillatorio da destra a sinistra, da sinistra a destra.

Comparvero due labbra sottili, un naso piccolo, leggermente arricciato in un’espressione di disgustata, un occhio, un altro…azzurri come il cielo d’estate e provocatori, gelidi come un diamante.

-Emily Mercy è la donna più bella del mondo…- si sentì dire e rimase perplessa. Il viso contianuava ad emergere e ad annegare nell’oscurità in base al movimento del fiammifero. La voce era dolce e sensuale, non quella di una donna. La conosceva, si ricordava quella tonalità sottile, mutevole.

-Tristan?- si sorprese a pronunciare quel nome con un misto di spavento e ammirazione. Dentro di sé sentiva il cuore che le batteva all’impazzata, la testa che le scoppiava. No, non poteva essere…

Dall’oscurità emerse un sorriso, un sorriso accattivante, leggermente inquietante.

-Dovresti…- iniziò a dire –dovresti…- ma non riusciva a parlare. Non capiva, eppure lei stessa aveva dato l’ordine di…

-Si, lo so. Morto, senza cuore, senza reni, senza fegato…- fu lui a concludere il discorso, in un modo che fino a quel momento gli era stato del tutto estraneo. –Ma io al mio cuore, ai miei reni e, soprattutto, al mio fegato ci tengo, tante volte dovessi farmi prendere dalla rabbia, lei sa come si dice, vero? Mangiarsi il fegato dalla rabbia…- e sorrise di nuovo, un sorriso sghembo e stonato in confronto a ciò che era sempre stato.

Un ragazzino docile, gentile, timido…dov’era finito il Tristan che aveva conosciuto lei?

-Tesoro, io…-.

Le mise una mano sulla bocca.

-Come? Non vuole sapere come ho fatto a scappare dalla sua prigione?-

-Tristan, ti prego, io…- ma di nuovo fu bloccata.

-Sh…non può aver paura di me…non lei…- gli occhi stretti in due fessure, il buio, l’ombra che quel maledetto fiammifero gli gettava sul viso pallido lo facevano apparire più come uno spettro che non come un ragazzo. –Non ricorda? Io ero il suo bambino, il suo piccolo, innocente, succube bimbo che poteva esser messo in qualuque luogo, cui poteva esser fatta qualunque cosa, quello incapace di difendersi, incapace di piangere…- lasciò cadere la voce per un attimo, per darle tempo di riflettere. La dolcezza con cui venivano pronunciate quelle parole, la loro sensualità, il modo in cui si formavano scorrendo su quel palato perfetto, delicato, e gli uscivano dalla bocca, le faceva sembrare sempre di più simili ad un discorso di incoraggiamento, ad una dichiarazione d’amore.

Tristan sorrideva teneramente, allungò una mano, le sfiorò il collo poco sotto l’orecchio destro, batté le palpebre.

-Tu non sei quel bambino…no…tu non sei lui…- si rannicchiò verso il muro, le braccia doloranti che le pendevano come morte tra le scapole, strette polso contro polso.

Respirava a fatica, rumorosamente. Era confusa e disorientata. Non sapeva dove fosse, non sapeva perché fosse lì, né perché era in compagnia di uno che avrebbe dovuto essere a più di un metro sottoterra.

Tristan scosse lentamente la testa, sempre muovendo il fiammifero da destra a sinistra. La luce, oramai, si era quasi consumata del tutto: -Ha ragione, signora Mercy: io non sono più quel bambino…sono cresciuto, mi sono fatto grande…il piccolo Tristan che lei ha conosciuto è morto, è morto tanti anni fa in un incidente d’auto…- la mano si spostò, dal collo camminò fino ad arrivare all’allacciatura della camicetta di seta bianca. Slacciò il primo bottone, poi fu il turno del secondo, del terzo.

-Che cosa vuoi fare?- chiese –Perché non mi lasci andare e torni dalla tua Marilù?-.

-Marilù?- s’interrupe un istante, per controllare il tono della voce e la fermezza delle parole. Agli occhi di lei fu come se non si ricordasse più dell’altra ragazza, quella con cui era cresciuto insieme, quella con cui aveva tentato di scappare dall’orfanotrofio –Marilù è morta- le disse –Io voglio solo qualcuno che si prenda cura di me, una donna che mi faccia da madre, da sorella, da amante…-.

Mentre si esprimeva, il suo volto si avvicinava sempre di più a quello della signora van Mercy. Le sue labbra, sottili ed ancora infantili, le si poggiarono sul collo, dove poco prima la mano aveva lasciato delle carezze, si aprirono e si richiusero lentamente e a più riprese, imprimendovi ogni volta un bacio delicato: -Non mi lasci da solo anche lei, la prego…- si spostò lentamente, con la mano finì di slacciarle la camicetta. Le baciò un orecchio, poi l’altro.

-Tristan ti prego…- Emily si sentì invadere sempre di più dal terrore. Si mosse, cercando di evitare le labbra del ragazzo che le carezzavano dolcemente il volto, inarcò la schiena ed emise un gemito –Lasciami andare…liberami…-.

Sentì il corpo del suo carceriere spostarsi sul suo. Sentiva il suo peso gravarle sul ventre, le sue dita leggere che frementi si spostavavo verso il suo bacino alla ricerca di qualcosa, la chiusura della gonna. La trovarono, la forzarono…

-Ma come? Io credevo di farla contenta…- la sfiorò, le mani esperte sapevano con precisione dove andare e come andarci. La donna si sentì crescere dentro uno strano calore. Il respiro divenne affannoso, a dispetto di quello tranquillo e regolare del ragazzo.

-Ecco, brava…- le mormorò lui, -si lasci andare…andrà tutto bene…-.

Una rassicurazione, quella, di cui non avrebbe mai voluto fidarsi ma cui non sapeva nemmeno dire di no.

Tristan lo conosceva fin da quando lui aveva otto anni. Da allora lo aveva visto crescere, maturare, era stata la prima donna a mettere le mani su di lui, a sfiorargli le gambe, a baciargli il petto ed il collo. Non aveva paura di quello che lui le stava facendo in quel momento perché sapeva bene che, in un qualche modo, era stato lei ad insegnarglielo.

-Vuoi che mi spogli?- le chiese, di punto in bianco, sussurrando quelle parole come le note di una melodia accattivante e già sentita.

Rispose di si…

Tristan si slacciò la patta dei jeans. Senza mai smettere di baciarla, senza mai smettere nemmeno per un istante di carezzarla. Poi, di scatto, si sollevò a sedere su di lei, la fissò dall’alto mentre lentamente si sfilava i pantaloni. Il sorriso accattivante c’era ancora, gli occhi, anche se Emily non poteva vederli, sembravano risplendere di luce propria. Si abbassarono sui suoi seni.

-Che cosa è successo qui?- le domandò, provoncante come non era mai stato, stuzzicandola e lasciandosi sfuggire, come istintiva, una risativa frivola e lasciva.

Lei sorrise, ormai ogni terrore sembrava essersi dissolto nell’aria: -I miracoli della scienza,- mormorò, ridendo –Sono nuove nuove…-.

Lui chiuse gli occhi per un secondo e scosse la testa divertito, prima di ritornare a distendersi su di lei, a baciarla, a toccarla.

-Non eri così da bambino…non ha mai preso l’iniziativa prima di oggi…- Emily sembrava deliziata. Aveva inziato ad ansimare.

-Glielo avevo detto che il nuovo me le sarebbe piaciuto…- un’altra carezza, un altro bacio, un sospiro –Quando ero piccolo non capivo cosa mi stavo perdendo…- le afferrò un orecchio.

-E la tua puttanella? L’hai già dimenticata amore mio?-

-Lei è solo un ricordo…e non si può vivere nei ricordi…-.

Emily si lasciò sfuggire un risolino di vittoria. Odiava Marilù fin dalla prima volta che l’aveva vista, così piccola, linda, con le codine dalle parti e un mazzo di fiori pronto per il benvenuto. Sapeva che, prima o poi, Tristan l’avrebbe abbandonata. Lui non era il tipo da ragazzine: aveva bisogno di donne, donne vere e quella ne era la prova.

-Lo sa signora Mercy? Non mi ero mai sentito così prima d’ora…- le parole, sussurrate all’orecchio la fecero trasalire. Il tono era improvvisamente cambiato, gli atteggiamenti, i movimenti, si erano fatti più scattosi, più rudi.

Per addolcirlo, Emily si lasciò sfuggire un gemito e muovendo le gambe s’intrecciò su di lui. Lo baciò sulla bocca, gli sfiorò gli occhi con le labbra carnose: -Ne sono davvero felice, amore mio, davvero felice…-.

-Mi ama signora Mercy?-.

-Chiamami Emily…-.

-Mi ami…Emily?-. Si fermò. Lei mormorò qualcosa, irritata, allora le posò una mano sulla fronte e le tirò indietro il viso, finché la pelle del collo non fu completamente tesa. La morse poco distante dalla giugulare: -Mi ami?- domandò di nuovo, per la terza volta.

Spazientita per quell’inopportuna interruzione, Emily rispose di si.

-Ami tutto di me? Il mio corpo, la mia anima, tutto Tristan?- riprese a carezzarla, la morse di nuovo, la baciò.

-Si.- deliziata come non mai, Emily si lasciò andare ancora di più, in balia di quel giovane strano e seducente, così cambiato rispetto all’ultima volta che lo aveva visto, rannicchiato in un angolo, con gli occhi arrossati e spaventato.

-Condividi la mia passione?- per l’ennesima volta la voce era mutata, ora più sensuale che mai, produceva in lei un’eco assurdo. Non vedeva l’ora che tornasse a muoversi, che tornasse a concentrarsi in quel rapporto, lasciando perdere le domande stupide almeno per un po’.

Gli sorrise maternamente: -Come potrei non farlo?- domandò, cercando nel buio della stanza la sua espressione, i suoi occhi –Sei il mio bambino: tutto di te mi piace, amore mio…-.

E lui scoppiò a ridere, clamorosamente, istintivamente, gettando indietro la testa e spostandosi a gattoni di lato. Il corpo sudato e pallido brillava nel buio della notte. Si allontanò da lei, a quattro zampe, come per continuare a sedurla, si avvicinò a qualcosa, alzò una mano, tirò verso il basso.

-Lo hai detto tu- mormorò, divertito. Poi, una pioggia di insetti freddi, viscidi e duri le cadde addosso scrosciante come un secchio di acqua gelida.

Emily iniziò a gridare. A muoversi convulsamente e strillare come raramente Tristan aveva visto fare prima di allora. Lui scoppiò a ridere, la sua risata gelida e atrocemente ridondante, si avvicinò ad un interruttore inghiottito dall’oscurità, ci fu un click che risuonò acuto tra le urla della donna e la luce si accese, illuminando i  loro corpi nudi.

Di nuovo, senza prima rivestirsi, il ragazzo si avvicinò alla sua vittima. Scostò uno scarafaggio dal suo viso e lo schiacciò contro il terreno freddo della stanza: -Mi ami Emily van Mercy?- motteggiò, ridendo, mentre lei si agitava a pochi centimetri. –Come potrei non farlo, sei il mio bambino…amore mio! Come hai chiamato Marilù signora Mercy? La mia puttanella? Te la do io la vera puttana, sta’ stranquilla…- ed improvvisamente la colpì.

Come risposta, Emily iniziò a piangere. Le lacrime e la saliva per poco non la fecero strozzare. Tossì, una volta, due, tre…ad ogni colpo di tosse riceveva uno schiaffo.

-Non ho mai preso l’inziativa?- la rabbia dominava Tristan come lui aveva dominato lei fino a poco tempo prima.

-Volevi questo? Era tutto un trucco, non è vero? Liberami, ti prego: toglimi queste bestiacce di dosso!- tossì ancora, le lacrime le rigavano il viso ora sporco di fango, terra ed escrementi di insetto –Farò tutto quello che vuoi!- gridò, sputando via un lombrico che le si era intrufolato sulle labbra –Tutto quello che vuoi Tristan!-.

Per un istante, la furia di lui si placò. I colpi cessarono. Nella luce, l’unica cosa che Emily riusciva a vedere erano i suoi occhi neri, profondi e pieni d’odio, i capelli biondi, sudati, appiccipati alla fronte. L’ultima volte che lo aveva visto era stata quasi due mesi prima. Da allora era cambiato tanto. Era cresciuto, era divenuto un uomo…un mostro…

Tristan bloccò la mano sulla guancia di lei e sollevò con noncuranza un enorme scarafaggio. Ansimava anche lui ora, l’odio e la rabbia, il rancore ed il desiderio di vendetta avevano assogettato la sua forza di volontà. Ne era divenuto schiavo, così come Emily era divenuta sua schiava metre facevano sesso: -Puoi ridarmi Marilù?- le chiese semplicemente, le labbra rigide e dure su quel volto angelico.

La van Mercy scosse la testa.

-Puoi ridarmi la mia infanzia? Quella che non ho vissuto per colpa delle vostre perversioni?- ricominciò a colpirla, sempre più forte. –Lo sai che cosa si prova quando ti sovrastano? Quando ti aprono a forza le gambe, ti si strusciano addosso, ti infilano la lingua a forza nella bocca e ti picchiano perché non sei abbastanza forte, perché non sei in grado di dar loro ciò che vogliono, perché non vuoi e ti rifiuti di farti mettere le mani addosso? Lo sai che cosa vuol dire tutto questo? No…certo che no. Come puoi saperlo, tu che eri sempre dall’altra parte. Come puoi anche solo immaginare che significa essere bambini con gente depravata accanto, con persone come te che vengono a prenderti di notte, che ti dicono “amore” e invece non è altro che dolore e sofferenza?-.

Sotto il furore delle sue emozioni, Emily non faceva altro che piange, urlare, contorcersi. I colpi non erano forti abbastanza per ucciderla, il terrore, quello si, quello poteva farle crepare il cuore da un momento all’altro.

Tristan aveva le lacrime agli occhi, ma non le lasciava uscire. Come sempre, da quando era bambino, tratteneva il dolore in un modo del tutto sconosciuto ed impossibile da imitare.

Aveva perso la sua famiglia.

Aveva perso la sua innocenza.

Era stato un bimbo affabile e timido fino a poco tempo prima, ora l’orrore che i suoi occhi avevano visto, orrore che il suo corpo esile, bianco e fragile aveva subito si erano cibati della sua dolcezza, del suo essere umano.

Non era un ribelle, non lo era mai stato. In quel momento, agli occhi di Emily ritornò l’immagine del dodicenne nudo che avanzava incerto verso di lei, verso il suo letto, il ragazzino immobile che l’aveva lasciata giocare con sé come con una bambola di plastica, il bimbo sottile che si nascondeva sotto le coperte, che più delle volte prendeva le difese dei più piccoli immolandosi come vittima. Ricordò le centinaia di foto che gli avevano fatto, i migliaia di lividi che gli avevano percorso la pelle, che lo avevano macchiato. I suoi occhi tremanti, scuriti dalla paura che si rifugiavano oltre le palpebre molli e candide per non vedere quando gli si chinava addosso e lo baciava. Il bambino che puniva se stesso per i crimini degli altri.

Di quel piccolo, ora, non c’era rimasto più niente. Nemmeno il corpo esteriormente sembrava più quello di una volta. Coninuava ad essere esile, si, apparentemente fragile, eppure aveva sviluppato una grande forza, era divenuto un uomo troppo in fretta.

-Puoi ridarmi la mia infanzia?- la voce di Tristan, del nuovo mostro che le si era manifestato, interruppe ancora una volta nei suoi pensieri.

Ed, ancora una volta, Emily fu costretta a dire di no. Nessuno avrebbe mai potuto ridargli la sua infanzia perduta.

-Allora muori…- furono le sue parole, poi si rialzò, raccolse velocemente i jeans da terra e li indossò senza mai toglierle gli occhi glaciali di dosso.

Una volta rivestitosi, si portò ad uno specchio e si sistemò i capelli, gettandoli indietro con un colpo di mano. In un momento, aveva ritrovato la calma: -Ora io me ne vado- disse, tornando a rivolgersi a lei che continuava a contorcersi a terra, terrorizzata da tutti quegli insietti –Tornerò fra qualche giorno.-

A quelle parole, Emily lanciò un gridò assordante e tossì ancora di più: -No, no ti prego non andartene, non lasciarmi sola, non lasciarmi qui- probabilmente, se avesse avuto le braccia per muoversi, si sarebbe messa in ginocchio.

Tristan sorrise innocentemente: -Non ti lascio sola, Emily van Mercy, non temere. I miei amici resteranno con te e si prenderanno cura del tuo nuovo seno “made in silicone”, magari qualcuno di loro farà anche una bella colazione.-

Ad un’occhiata stralunata, impaurita, si affrettò a spiegare: -Non te lo avevo detto, amore mio? Molti di quegli insettini addosso simpatici che ti camminano sono carnivori. Spero proprio che tu non resti incinta di uno di loro…-

Si avviò verso di lei, con in una mano una vecchia bandana rossa e bianca -Forse loro sono più bravi di me ad infilarsi nei buchi…- l’imbavagliò, mentre lei lo fissava disperata implorando la sua pietà con gli occhi –Davvero, non sto scherzando, Emily van Mercy, soprattutto i lombrichi, quelli dovrebbero piacerti, sono come i bambini…-

Prima di andarsene la baciò sul seno destro.

-Come mi divertirei se facessero boom, così sapresti cosa ha provato Marilù…Buona notte amore mio, ti auguro i migliori sogni possibili…-

E scoppiò a ridere.
postato da: 34AF7KO2 alle ore giugno 26, 2008 21:26 | link | commenti (2)
categorie: un angelo cattivo

Commenti
#1    30 Giugno 2008 - 20:06
 
Ahh.. puro genio =*D... l'ho letto ben tre volte.. una volta ieri notte ma ero troppo stanca per commentare e 2 oggi... bellissime descizioni, bellissimo tutto. Finora è stato meno facile entrare nella testa di Tristan e "condividere" sentimenti con lui a differenza di com'è stato con Morgan. Insieme a Tristan mi sono sfogata anch'io, era come se fossi stata io quella che schiaffeggiava Emily.W Tristan! ^_^

Ana.
utente anonimo

#2    30 Giugno 2008 - 20:35
 
Diciamo che a differenza di Morgan è Tristan il primo a non volere che "gli si entri in testa". Anche se le loro esperienze sono state molto simili, per lui le cose sono state ancora più traumatiche: l'orfanotrofio, l'improvvisa solitudine, la violenza ed i tradimenti (ricorda che erano persone di cui si fidava quelle che più gli facevano del male - a parte Marilù, s'intende...). E poi, mentre per Morgan la vita brutta è finita a undici anni per dar spazio ad un'adolescenza relativamente felice (le cure del dottor Condor, l'amicizia con Michael, Bianca) per Tristan la cosa è continuata fino al giorno in cui è scappato dall'orfanotrofio, per poi peggiorare al momento della vendita ai mercanti di organi, fino al culmine, che coincide con la morte di Marilù...gli omicidi, il carcere, il manicomio non sono nulla in confronto a quello che c'era prima...non so se mi sono spiegata bene...
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