giovedì, 29 novembre 2007

34AF7KO2 - Parte terza

Capitolo quinto 

-Dov’è mia figlia? Dov’è? Parla!-

La pietà, in quel momento avevo completamente dimenticato che cosa fosse o dove si trovasse. Se c’era ancora, dentro di me, lo ignoravo completamente come ignoravo completamente i gemiti strozzati e la voce di mio figlio. Intorno a me, il vuoto agghiacciante di quella rivelazione inaspettata, mi aveva isolato. Mi sentivo solo nel mio salotto. Fuori, il temporale continuava imperterrito, rischiarando a tratti gli antri più polverosi e dolorosi della mia memoria.

Christine. Ancora viva.

Stentavo a crederci eppure, nel mio cuore, sentivo che quella non poteva essere una menzogna. No. Non sarebbe stato giusto…

-È bella…sta bene…- improvvisamente, qualcosa mi scosse, costringendomi ad uscire da quell’isolamento indotto dal mio inconscio e a ritornare alla realtà. Sotto il mio piede, dove prima c’era il collo di quello che, per tanto tempo, avevo ritenuto l’assassino di mia figlia, c’era solo il pavimento. Un soffio di aria calda, acida, si infranse di nuovo sulla mia nuca: -Non ricorda nulla…di niente…-

La sua mano si posò sulla mia spalla, senza stringere, soltanto per farsi forza e restare in piedi.

Mi chiama Jamie…per lei non sono il mostro che sono per te…

Sussultai: Jamie. Era il modo con cui chiamava sempre “suo marito” quando, insieme con Jasmine e ad altre bambine, giocavano a fare “le mamme” delle loro bambole.

-Diminutivo di James- sussurrai quasi involontariamente, ricordando le parole che era solita dire sempre a seguito di quel nome e fingendosi fiera di essere “sposata” con un uomo dal nome tanto importante. Perché per lei quello era un nome importante.

Un lampo illuminò le labbra increspate di 34AF7KO2.

-Perché?- gridai, voltandomi verso di lui appena in tempo per scorgere il suo sorriso –Che cosa le hai fatto per costringerla a tanto?-

Nulla… È doloroso far del male a chi è ancora innocente e non ha colpe…

-Ma forse è inutile fare simili discorsi con uno come te:- fece una leggera pausa. Le parole che pronunciava con tanta sofferenza erano pugnalate gelide per la mia coscienza –che ne sai tu di cosa sia l’inferno?-

Aveva parlato  senza rabbia, umiliandomi con una semplicità tale da lasciarmi muto ed immobile.

Un lampo illuminò il gelido vuoto tra di noi.

Gli occhi di Jamie, lucidi nel buio azzurrognolo della notte, si erano lasciati sfuggire una lacrima di amaro rimpianto: -Perché avrei dovuto far del male a Chiestine? Che c’entrava lei in tutto questo?-

Eppure, nella mia mente, il lontano ricordo di qualcosa che si spezzava, di qualcuno che sbranava, come un leone che tira via pezzi di carne dalla carcassa di una zebra ancora viva, le grida di mia figlia risuonavano assillanti e mi urlavano di non credergli, di non lasciarmi abbindolare da quei discorsi falsi.

Non conosci nemmeno i risultati del tuo lavoro, leggendo nei miei pensieri come in un libro aperto, Jamie bloccò ogni mio ragionamento, l’ultimo sprazzo di razionalità che custodivo ancora in tutta quella storia assurda, gli effetti di quei maledetti geni che mi hanno reso il mostro che odi tanto…

-Era tutta una messa in scena…- mormorai allora, chiudendo gli occhi per un istante e voltando la testa verso destra in modo tale da non dover più fronteggiare quello sguardo.

La vita è tutta una messa in scena…ma non è bello recitare sempre la parte del cattivo…

E si buttò si di me. O, per meglio dire, credei che volesse buttarsi su di me volontariamente.

Rotolammo insieme sul pavimento. Stretto tra le mie braccia, lo sentii gridare con tutta l’aria che aveva nei polmoni. Ricominciò a tremare. Per qualche secondo faticò a riprendere il ritmo del respiro.

Lo lasciai andare.

E lo avvertii strisciare sopra di me e cadere a terra con un tonfo leggero. Portò le braccia intorno allo stomaco e vomitò qualcosa di caldo e incredibilmente denso sulla mia mano, poco distante.

Iniziai a sentirmi io il mostro che tanto odiavo. Avevo messo al mondo un figlio innocente e lo avevo condannato a morte già nell’utero. Una morte spaventosa, violenta, senza fine.

-Perdonami- mormorai umiliato nel cuore per quanto fatto anni prima. Come avevo potuto? Come avevo fatto a mettere un bambino innocente in mezzo ad un progetto infame?

-Perdonami- gridai, mentre noncurante di tutta quella roba che mi veniva riversata addosso, gli prendevo la testa e la poggiavo sul mio petto. Gli avevo rovinato la vita, tolto ogni genere di aspettativa di un futuro felice e soprattutto normale.

Mi ritrovai a pensare che il modo con cui aveva scelto di punirmi era stato fin troppo dolce per uno come me, che non meritavo altro se non lo stesso dolore che per tanti anni avevo inferto senza rendermene conto. Contro di me, Jamie si era tappato la bocca portandoci entrambe le mani davanti. Le gambe raccolte in grembo come un bimbo impaurito, le lacrime agli occhi, i capelli sudati.

Impiegò qualche minuto per tranquillizzarsi, restando immobile tra le mie braccia e chiudendo gli occhi, come per concentrarsi. Poi, abbandonò la testa sulla mia spalla e rimase con le sottili palpebre abbassate per un buon quarto d’ora.

Alla fine io mi rialzai, lo aiutai a poggiarsi con la schiena su un lato del divano e gli misi un cuscino sotto la testa senza che lui dicesse nulla. Sembrava svenuto, privo di sensi, ma non era vero. Dentro di me sapevo che era sveglio e cosciente di quanto gli stava accadendo.

Camminando lentamente mi indirizzai verso la cucina. Alla cieca, presi un bicchiere dalla credenza sopra il lavandino e lo riempii di acqua fresca. Poi, allungai una mano su una ciotola nel frigorifero e presi un piccolo cioccolatino.

Tornai di là per scoprire che Jamie era svanito di nuovo, inghiottito nel buio. Da qualche parte nel mio salotto.

-Avresti dovuto restare fermo!- lo rimproverai osservando a caso un punto indefinito davanti a me.

-È stupido…- mi rispose lui –Non ho bisogno di nulla…- e con una manata fece cadere a terra acqua e cioccolata. Il bicchiere si infranse producendo un suono apparentemente gradevole e ferendomi ad un piede.

Per quanto mi riguarda, rimasi male per quelle parole. Ma ormai sapevo fin troppo bene quanto fosse inutile provare a contraddirlo e mi sedetti sul divano.

Accanto a me, percepivo la sua presenza.

Fuori faceva caldo, dentro casa l’aria bollente del pomeriggio aveva riscaldato i muri.

Sudavo. Ma non avrei mai aperto la finestra.

-Parlami di mia figlia- sussurrai al vuoto, mentre un cane latrava alla mia finestra, spaventato da un tuono improvviso –Ti prego…-

Ma Jamie non ebbe il tempo di iniziare alcun discorso.

Inaspettatamente nella sua testa un acuto suono spezzò quella debole tranquillità che lo aveva pervaso dopo il malore. Il ragazzo si portò entrambe le mani alle tempie e gridò.

-Non farlo! Spegni quel coso!- sembrava disperato.

Io non sapevo che fare. Lo osservai a lungo, indeciso se fosse ancora un effetto della sua agonia o pazzia. Non mi rendevo conto di quanto potente potesse essere la sua mente.

E in quel momento, senza che me lo aspettassi, il cellulare che avevo abbandonato sul comò della mia stanza iniziò a squillare.

-No, stupida! Perché?-

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34AF7KO2 - Parte terza

Capitolo quarto

Sentire di nuovo quella canzoncina, dopo tanti anni, mi fece perdere tutta la pietà che, fino a quel momento, avevo provato nei confronti di quel ragazzo in fin di vita che avevo davanti.

I suoi occhi beffardi, nonostante il dolore che provasse, e la dolcezza con cui stava ricordandomi l’ultima sera passata con mia figlia mi fecero ribollire il sangue nelle vene.  Lo vidi alzarsi nella notte rischiarata qua e là dai lampi di un temporale assurdo, lo sentii avvicinarmi come se fossi un manichino, sentii le sue labbra, accanto al mio collo, che si muovevano delicatamente in quell’orribile gesto di scherno.

Mi stava provocando. Era quella la sua vendetta…

Gli sferrai una gomitata nello stomaco e la sua ridicola messa in scena si interruppe per consentire alla sua bocca di riversare sulla mia spalla una sostanza calda e vischiosa.

Lo picchiai ancora, voltandomi ed infierendo contro di lui, finché la sua stridula risata e le sue grida non terminarono del tutto, finché con voce umana, non lo sentii pronunciare quella frase…

-Perché mi picchi? Hai forse ritrovato il cadavere di tua figlia?-

Mi bloccai, quelle parole, come tante altre prima di loro, non potevano esser state dette senza uno scopo ben preciso. Con violenza, spinsi un piede poco sotto la sua gola e, continuando a comprimerlo sempre di più tra me ed il pavimento, lo costrinsi a continuare.

-Parla, lurida bestia. Parla! Che ne è stato della mia piccola Christine?-

Lui gemette e, sputando sangue sul tappeto, si lasciò sfuggire un nuovo sorriso.

-Tesoro di papà, angelo caro…- mormorò mentre io continuavo a far forza sul piede –Christine è viva e arriverà qui non appena farà l’alba…è il mio dono per te…o forse per lei…-

Disse così. Eppure nella sua testa uno strano ronzio, il rumore di un taxi, iniziava ad assillarlo. Dentro di sé sentiva che qualcosa, nei suoi piani, era andato storto. 

Christine era ansiosa, aveva già chiesto più di una volta al tassista di premere ancora più forte sull’acceleratore, ma l’uomo le aveva detto che non era possibile, che sulla strada ci sono delle regole da rispettare e che chi non le rispettava finiva in prigione o doveva pagare una multa. E l’avrebbe pagata lei, poi?

-A me non importa niente di tutto questo!- la voce alta, i nervi a fior di pelle, la ragazza non voleva permettere a quell’uomo di farla arrivare troppo tardi –Si sbrighi, o la butterò fuori dalla macchina e prenderò io il volante!- il che era ampiamente improbabile perché, tra tutte le cose che le aveva insegnato Jamie, la guida dell’automobile era uno dei pochi argomenti mai sfiorati.

-Si sbrighi le ho detto!-

E, premendo a caso sui tasti del cellulare rosa, si ritrovò ad ascoltare un telefono che, lontano ed anonimo, squillava cupo all’altro capo della città.

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34AF7KO2 - Parte terza

Capitolo terzo

Christine si svegliò di soprassalto, lanciando un grido come se qualcuno le avesse sferrato un calcio all’addome.

No. Aveva avuto solo un brutto sogno…

Sbadigliando, poi, allungò tremante un braccio sul cuscino accanto al suo, sperando vanamente di incontrare la resistenza di una mano fredda o quella di una testa dai capelli lunghi. Ma fu tutto inutile. Nella mano, custodiva gelosamente il ciondolo di ferro con quella serie di numeri e lettere indecifrabili che fino a poche ore prima era stato di Jamie.

Jamie…

Suo fratello…

Nella bocca, aveva ancora il sapore acido che la lingua di lui le aveva lasciato, quando l’aveva baciata per la prima ed ultima volta.

Si alzò dal letto, raccolse un oggetto di legno dalla scrivania in fondo alla stanza e lo scagliò, in un impeto di furore cieco e di straziante tristezza, verso il vetro della finestra più lontano. E la ruppe.

-No! Perché?-

Pestò i piedi a terra, con le mani, si strappò di dosso la sottile  camicia da notte che Jamie le aveva regalato all’inizio dell’estate.

Poi, all’improvviso, iniziò a cantare un motivetto che non ricordava più, una canzoncina che le affiorava alle labbra come se qualcuno, dentro di lei, gliela stesse suggerendo ad un orecchio.

E capì che non poteva aspettare l’alba, che aveva bisogno di spiegazione e che ne aveva bisogno in quel momento. Perciò, andò in cucina e prese il cellulare rosa, abbandonato da qualche giorno tra i cuscini del divano. Lo accese e, con grande meraviglia, si rese conto che stava facendo il numero da solo.

Christine ordinò un taxi e mezz’ora dopo vi salì a bordo.

Erano le tre e venti di una calda domenica di inizio agosto.

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domenica, 16 settembre 2007

34AF7KO2 - Parte terza

Capitolo secondo

La creatura davanti a me mi osservava con noncuranza. Nei suoi occhi quell’odio puro che non auguro di conoscere.

-Ciao, papà…-

Più alto di me di quasi dieci centimetri, non riuscivo a scorgere i lineamenti di quel figlio che avevo rinnegato. Solo i suoi occhi sembravano capaci di riflettere luce, illuminati nella notte come quelli dei felini.

Un lampo, e ogni mio dubbio venne disciolto. O, per lo meno, così speravo potesse essere, invece…

Una lunga sciarpa scura mi impedì di scorgere il volto del mostro che avevo davanti.

-Ti aspettavo da tempo…- balbettai, prima che i punti lucenti delle sue iridi scomparissero per qualche secondo. Nel buio, avvertii 34AF7KO2 spostarsi alla mia sinistra.

-Chiudi la finestra…- mi disse sibilando ad un orecchio. E, nella testa sentii come una sorta di ultrasuono che mi fece impazzire per un attimo –Per favore…-

E io ubbidii.

Un altro lampo fu sufficiente per vederlo piegarsi per far forza sulle schienale del divano, quasi per reggersi in piedi.

Un tuono, coprì i suoi accessi di tosse.

Chiusi la finestra come aveva chiesto e mi voltai nuovamente nella sua direzione.

-Perché?- chiesi, aspettando un po’, prima che terminasse di tossire –Perché proprio ora?-

Lui alzò il viso verso di me. Di nuovo, i suoi occhi notturni si posarono sui miei ed io fui costretto ad abbassare lo sguardo: -È stupido chiedermelo…- biascicò lentamente, come se facesse grande fatica –Lo sai meglio di me…- ed iniziò a muovere le braccia: si tolse la sciarpa dal volto.

-Perché non uccidermi undici anni fa, quando ne hai avuto l’occasione?-

Ma lui non mi rispose. Sentii un tonfo, qualcosa che cadeva a terra ed i suoni strozzati della sua gola. Poi, il vaso di porcellana sul tavolo accanto a lui si infranse sul tappeto persiano.

Ancora una volta, un bagliore di luce azzurra lo investì, in ginocchio, con il volto verso il basso e un braccio stretto intorno allo stomaco. Per qualche minuto restai immobile, osservandolo mentre gemendo mi dimostrava che le mie ricerche sull’effetto del siero non erano sbagliate, poi, mi lanciai su di lui e cercai di aiutarlo.

-Perché?- gli gridai –Perché hai distrutto la formula per il siero? Avresti potuto salvarti!-

Tornò la notte. Lui voltò il viso verso di me, ma non riusciva a parlare, non ne aveva più la forza.

Perché no? Sono stanco di fare il mostro…

-Forse posso ancora aiutarti- mormorai, rialzandomi di scatto e voltandomi alla ricerca della torcia elettrica. Ma una mano si strinse sui miei pantaloni e mi bloccò.

-No! Aiutarmi ora non ha più senso! Non lasciarmi solo!-

E fu con quella frase che sentii il mio cuore disintegrarsi.

34AF7KO2 aveva paura. Tremava come una foglia.

Mi gettai di nuovo sul suo corpo stremato. Sotto le mie mani, lo sentivo sempre più gelido e rigido, eppure nella sua voce, nel suo battito cardiaco, tutto sembrava normale.

Gli toccai l’addome e lo sentii vuoto. Sospirai: -Da quanto tempo…?- domandai, fermandomi a metà domanda perché tanto non aveva senso dire tutto…

Lui improntò un mezzo sorriso e, facendo leva su di me, si rimise in piedi a fatica: -Dovrei essere io a fare domande, a chiedere spiegazioni, eppure…- la voce gli mancò, si sedette sul divano…

Sono così debole che non riesco neppure a fare ciò che voglio…

In quelle parole, una vena di malinconia e di dolore che non avrei mai più dimenticato.

Solo dopo qualche minuto di silenzio ed alcuni profondi respiri, si rese conto di non aver ancora risposto alla mia domanda.

Tre giorni…strascicò la sua voce nella mia mente, sono tre giorni che vomito parti del mio corpo…senza sosta…

Tre giorni. Non avrei creduto che avesse potuto avere un’agonia così lunga ed estenuante.

-Potevi venir prima…- lo sgridai con una sottile sfumatura di rammarico in quel che dicevo –così mi avresti visto morire strisciando ai tuoi piedi, invece che strisciare tu ai miei…-

-Ma io non ho paura e non mi pento di essere qui ora!- e un lampo argentato, subito seguito da un tuono potente e dal latrato di qualche cane nelle vicinanze, gli illuminò il volto pallido.

E io vidi che stava ridendo.

La mia vendetta su di te…io l’ho già avuta…

E, come se stesse prendendo in giro entrambi, iniziò a cantare, un motivetto stupido, ripetitivo, infantile: quello che Christine aveva ripetuto in continuazione la sera in cui era stata uccisa…

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 16, 2007 12:00 | link | commenti
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34AF7KO2 - Parte terza

Capitolo primo

Seduto sul divano, gli occhi persi nel vuoto davanti a me, un vecchio album fotografico abbandonato sulle ginocchia, ascoltavo il rumore del traffico ed del temporale che, da fuori, irrompeva prepotente nel mio salotto. Un tuono…un lampo…una notte spettrale…

La casa era deserta. Solo io e la mia solitudine sembravamo abitarla. Jasmine era partita per il fine settimana con il suo fidanzato e non sarebbe tornata che l’indomani mattina, avevo dato un giorno libero alla cameriera che veniva a fare le pulizie ed il pesce rosso non sembrava in grado di tanta compagnia.

Avevo spento anche la televisione.

Dentro di me, un freddo incredibile mi avvisava che, prima o poi, qualcuno mi avrebbe fatto visita. Come ogni notte, quando aspettavo l’edizione speciale del TG, 34AF7KO2 mi aveva avvertito della sua presenza nell’aria della città.

Ero felice che mia figlia non fosse in casa per assistere a qualcosa che non conoscevo ancora. Felice che, finalmente, anche io potevo scontare quanto fatto ventisei anni prima.

Non mi restava altro da fare, se non attendere la tragica conclusione di quella bollente domenica sera…

Sfogliai qualche pagina nel buio. Un lampo improvviso, illuminò una foto di Jasmine e Christine che sorridevano verso di me al compleanno di una delle due. Poi, cadde di nuovo la notte.

Allora, allungai una mano verso il basso mobile di legno che avevo di fianco, come se cercassi qualcosa, e la ritirai quasi subito .

Fuori, un cane in lontananza aveva iniziato ad abbaiare furiosamente.

Un altro lampo, ed il salotto si illuminò a giorno.

Un tuono.

                               

Ora, ad abbaiare erano due cani, uno più grande con la voce cavernosa, l’altro più piccolo con la vocina stridula.

Uno strano rumore, un tuono più forte e la radio, dall’altra parte della stanza, si accese di botto su una vecchia canzone di trenta anni prima.

Mi alzai ed andai a spegnerla.

Un altro tuono, un altro cane che iniziava ad abbaiare.

Poi, i vetri della finestra iniziarono a sbattere contro i muri ed io mi voltai nella loro direzione, con l’intenzione di chiuderli…non potevo rischiare che si rompessero.

Ma nel muovermi, improvvisamente, sbattei contro qualcosa, una figura imprecisata nel buio che mi respinse indietro senza alcun suono.

Un lampo…ed il mio salotto vuoto venne illuminato da due strani occhi viola.

Fuori, un tuono terrificante aveva spaventato i cani.

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 16, 2007 11:59 | link | commenti
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sabato, 08 settembre 2007

34af7ko2 - Parte seconda

Capitolo ottavo

 Jamie rimase a fissarla per un attimo. Sotto la sciapa avvolta fino al naso, la ragazza scorse la leggera increspatura delle sue labbra che sorridevano. I suoi occhi, simili a quelli di un gatto e stretti per la troppa luce, erano immobili, sospesi in aria tra il nero della fascia, intorno al volto alla maniera araba, e il rosso sbiadito dei capelli che stavano diventando lentamente sempre più chiari, sempre più biondi.

Sconcertata da quanto vedeva, la giovane allungò una mano tremante verso il volto di lui, per liberarlo dalla morsa di tutta quella stoffa rigirata su sé stessa che le impediva di goderne la visione. Inizialmente, però, ebbe una leggera resistenza, troppo facilmente abbattibile.

Jamie tremò per un istante, prima che il sole gli investisse le labbra ed il collo, poi sospirò e voltò gli occhi sul pavimento. Il suo viso pallido, teso, era ancor più scarno e spigoloso dell’ultima volta che lo aveva visto, le labbra violacee, come se sentisse freddo, le guance senza colore, come quelle di un morto.

-Jamie…che…- la ragazza tentò un dialogo, allontanandosi spaventata da quel corpo che non riconosceva più, da quegli occhi che avevano perso tutta la loro bellezza –Ti prego…che ti sta succedendo?-

-Perdonami- accennò lui, poi si piegò in due e tossì violentemente.

Non ho più nemmeno la forza di parlare, tesoro mio…

Ed alzò una mano per pulirsi la bocca, sporca di sangue e di qualcosa che lei non voleva nemmeno immaginare.

-No!- gridò terrorizzata, l’espressione paralizzata come se l’avessero infilata in una vasca d’acqua ghiacciata –No, ti prego no!-

Sembrava disperata. Ora, che stava finalmente vedendo quanto lui le aveva più volte accennato con quella frase orribile, sintetica, si rendeva conto che senza di lui non avrebbe più avuto nulla.

E, per l’ultima volta, Jamie allungò le braccia verso di lei e l’accolse verso di sé, posandole teneramente le labbra sulla fronte e stringendola forte, più che poteva.

Perdonami, piccola mia, per tutto questo…

La sua voce strana, di nuovo così scarsamente famigliare, le penetrò nella testa senza che le sue labbra compissero alcun movimento.

Qualcuno ha voluto che fosse così, molto tempo prima che tu ed io nascessimo…

Tutti noi siamo nati con uno scopo…ed io non posso più aspettare…

Si fermò un istante a raccogliere con un dito le lacrime della ragazza che stringeva al petto. Le accarezzò ancora una volta i capelli e lasciò andare la propria testa rossa sulla sua spalla piccola, da donna. Poi sospirò e radunando le forze la guardò negli occhi.

Domani mattina esci presto da questo posto, poco dopo l’alba…

Sussurrò, poi le porse un post it fucsia, un mazzo di chiavi e del denaro.

Sul foglio, c’è scritto l’indirizzo di un appartamento dall’altra parte della città. Chiama un taxi, fatti portare lì…

Si allontanò e, voltandosi di spalle, tossì ancora…

Le chiavi ti serviranno per aprire il portone principale…entra, non aver paura…

Qualcuno sarà lì ad aspettarti a braccia aperte…

E, detto questo, si diresse verso l’ingresso del piccolo monolocale e si rimise la sciarpa intorno al volto.

In un impeto di rabbia e dolore, la ragazza si lanciò contro di lui e intrappolandolo tra sé ed il legno del portone lo fissò un’ultima, disperata, volta: -Io ti amo…- gli gridò in faccia, le lacrime agli occhi e scossa da mille singulti che non poteva placare –ti amo…- ripeté poi, abbassando la voce e lo sguardo.

E, allora, poco prima di svanire ancora, vestito come in inverno sulla scia di quell’estate torrida, Jamie sorrise, gli occhi violacei, strani, che spiccavano, di nuovo meravigliosamente, sul volto cinereo.

-Il nostro, è un amore contro natura, tesoro mio…- disse, ma poi scelse di concludere altrimenti.

Mi sarebbe piaciuto farti, veramente, da fratello…Christine…

E, con fare dolcissimo, si abbandonò a lei e, stavolta, la baciò veramente…sulle labbra…

 Quando la porta si richiuse, Christine lanciò un grido straziato.

Aveva amato suo fratello e continuava a farlo. Di lui non aveva avuto altro se non ricordi dolci e felici.

In una mano, stringeva ancora quel ciondolo strano che era riuscita a strappargli dal collo prima di vederlo svanire per sempre.

Lesse la scritta. Finalmente per intero, senza che nessuno le allontanasse gli occhi da quell’oggetto di ferro e pianse ancora: 34AF7KO2.

 Questa notte, la mia vita senza senso

sarà vendicata…

 

 

 

 

 

 

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 08, 2007 14:15 | link | commenti
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34af7ko2 - Parte seconda

Capitolo settimo

Jasmine mi svegliò scrollandomi le spalle a destra e a sinistra. Sotto un braccio stringeva due libri dell’università ed aveva i capelli raccolti in una coda dietro la nuca.

Mi voltai verso la sveglia che mi aveva regalato per il mio ultimo compleanno.

Osservai l’orario: 8:50. Le nove meno dieci.

E la temperatura dell’ambiente: 37°C.

-Agosto è iniziato bene- dissi, mormorando quasi con la lingua ancora impastata dal sonno: -Senti un po’ qua: sono tutto sudato!- e tentai un dialogo.

Inutilmente.

Jasmine mi volse le spalle e biascicò solamente: “Io vado al parco a studiare con alcuni amici. Il numero del cellulare ce l’hai appeso al frigorifero!- e se ne andò sbattendo la porta.

Dopo quella notte non aveva più voluto saperne di me. Ogni volta continuava a ripetere che la colpa per la morte di Christine  era tutta mia e, si, aveva ragione ed io lo sapevo bene. Viveva con me solo perché non aveva nessun altro posto dove andare, ma evitava qualunque contatto: la disgustavo e non potevo certo biasimarla.

 Quel giorno mi sentivo molto strano.

Gli ultimi svolgimenti delle cose avevano disciolto in minuscoli pezzi quella breve sensazione di libertà che avevo creduto di provare.

34AF7KO2 non solo era ancora vivo, ma si stava gustando quella vendetta che tanto aveva desiderato e maturato con l’odio più totale.

Mi aveva isolato.

In poche notti aveva annientato tutto ciò che costituiva i suoi vincoli naturali ed il suo passato.

Mi aveva lasciato per ultimo per cibarsi del mio terrore, per costringermi a macerare nell’orrore del ricordo, nello strazio di quanto era accaduto a mia figlia.

Ero stato il primo a mettere le mani su di lui ed ora dovevo essere l’ultimo a pagarne le conseguenze.

Anche perché, senza di me, non ci sarebbe stato nessun mostro, né nessun ragazzo. O bambino: gli avevo dato una vita non sua, che non mi aveva chiesto e che continuava a non volere. Poi, lo avevo abbandonato a sé , considerandolo solo una sciocca cavia da laboratorio. Niente di più.

La verità, però, lui l’aveva sempre saputa. Da piccolo gli avevamo insegnato a chiamarci tutti papà, così solo per divertirci un po’ e verificare la sua intelligenza, ma quando i nuovi geni lo avevano fatto diventare quel demone con la faccia d’angelo che era, l’unica soluzione che trovammo per non divenire gli schiavi, i burattini, della sua volontà, fu quella di rinchiuderlo in una stanza blindata, da solo, e continuando i nostri esprimenti a distanza attraverso rudimentali computer e marchingegni. Ma…

Fu quando lo vidi piangere per la prima volta, ferito ad una manina e con una specie di museruola di ferro infilata in bocca, perché la smettesse di torturare il gatto che avevamo inserito nella sua stanza, che decisi di abbandonare tutto, che mi resi conto che, si, quello che avevo davanti, non era una cavia, non era solo un esperimento: era un bambino.

Il MIO  bambino.

Biologicamente parlando ero io suo padre. Avrei dovuto coccolarlo ed amarlo e, invece, lo avevo fatto diventare un mostro, non avevo impedito quel processo di stravolgimento del suo essere.

E ciò che fu veramente tragico, è che non me ne accorsi subito.

Solo nel momento in cui avevo avuto Jasmine, infatti, avevo capito di non essere più in grado di continuare con lui, preferendogli la mia bambina, perché meno orrenda, meno spaventevole, accattivandomi immediatamente tutto il suo odio.

34AF7KO2 ne aveva sofferto.

Soffriva per la sua situazione ogni momento di più. Soprattutto in quel momento…

Voleva vederci tutti morti prima che il suo corpo fosse stato completamente distrutto dalla modifica genetica e voleva che nessun altro avesse da soffrire, in futuro, quanto lui lo aveva fatto fino ad allora. Per questo aveva distrutto il laboratorio con i nostri appunti e tutti noi insieme a sé stesso, perché in fondo, uccidendo noi, aveva ucciso il ricordo di quell’unico siero in grado di tenerlo ancora in vita: il siero che ritardava la decomposizione dei suoi organi interni.

34AF7KO2 era stanco di vivere.
postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 08, 2007 14:14 | link | commenti
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lunedì, 03 settembre 2007

34af7ko2 - Parte seconda

Capitolo sesto

Per la terza notte consecutiva, mi ritrovai ad attendere l’edizione speciale del TG. E per la terza notte consecutiva fui accontentato, come se sapessi già in anticipo cosa sarebbe accaduto e perché.

La solita donnina, che ormai avevo identificato col nome di Susan Lock, accennava sempre una stessa notizia, ma ogni volta, il nome del protagonista cambiava. Dopo l’assalto al laboratorio, infatti, i miei vecchi colleghi erano divenuti, uno dopo l’altro, vittime costanti della notte.

Joe Kruck era stato investito dall’autista ubriaco di una linea d’autobus notturna.

Anton Lucas e David Makoo da un furgoncino per gelati, appena uscito dal parcheggio dove lavoravano entrambi: travolti dentro la cabina per il cambio.

Mike Columbus, il fondatore, insieme a me, del laboratorio ed ideatore degli esperimenti su materiale umano, o almeno così li chiamavamo noi, era stato trafitto da un toro impazzito in piena città.

Stranezze apparentemente senza logica, se non fosse stato che tutti avevano lavorato insieme al laboratorio e che tutti tenevano in mano un ciuccio da bambino o un biberon appeso al collo. Inoltre, i loro volti erano stati sfregiati ed un pezzetto di carta viola brillante e scritto a mano era stato poggiato sui loro petti.

Ha tentato di modificare la Natura.

Ora, la Natura vuole

VENDETTA…
 

I loro corpi erano stati tutti ricomposti in una posizione tale da ricordare quella di un feto nel grembo materno.

 

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 03, 2007 17:19 | link | commenti (3)
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34af7ko2 - Parte seconda

Capitolo quinto

Da un mese non aveva più avuto sue notizie, non si vedeva più. Le aveva fatto arrivare del cibo, carne fresca e gelato per combattere la calura di fine luglio, libri, riviste di pettegolezzi e gomme da masticare, ma di lui nessuna traccia. Jamie sembrava scomparso, volatilizzato in quel nulla da dove veniva ogni volta. Senza dire una parola, senza accennare ad un futuro incontro.

Rannicchiata su sé stessa, con una tazza di gelato enorme in mano, la ragazza si sentiva come immaginava si potesse sentire un drogato senza la sua dose giornaliera.

In crisi di astinenza.

Era in momenti come questi che avvertiva sempre di più quello strano calore ed istinto nel petto, in  momenti come questi che si scopriva ad amarlo, a desiderare di spogliarlo.

Volentieri, poi, lo avrebbe stretto a sé, lui che sembrava invincibile ed inafferrabile come un soffio di vento e, nonostante fosse più grande, lo avrebbe coccolato, annusando il dolce sapore dei suoi stranissimi capelli color carota, assaggiando, di tanti in tanto, la morbidezza di quelle sue labbra perfette. Soltanto alla fine lo avrebbe convinto lasciarsi denudare e, se non avesse voluto, almeno quella volta, dopo tanto tempo, sarebbe stata lei a costringerlo.

Nella mente aveva un solo pensiero.

Nelle labbra solo poche lettere per formare una sensazione, per dar vita ad un sentimento, per sentirsi viva ed amata:

AFKO.

Era tutto ciò che ricordava di lui, a parte il colore intenso dei suoi occhi violacei e l’enorme piacere che sapeva elargirle con un sorriso. Quelle quattro lettere che portava impresse sulla targhetta al collo, come i militari americani della televisione.

Improvvisamente, una folata di vento gelido l’assalì, un misto tra freddo e paura la travolse completamente poco prima che qualcuno le comparisse quasi dal vuoto dietro alle spalle.

Jamie indossava una lunga sciarpa di cotone nero avvolta intorno al viso. Le mani erano coperte da spessi guanti scuri.

Di lui, l’unica cosa visibile, erano quegli occhi assurdi, quel giorno, pieni di orrore e rossi, quasi di lacrime.

La ragazza guardò il termometro appeso alla parete: 34°c.

Com’era possibile?

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 03, 2007 17:19 | link | commenti
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34af7ko2 - Parte seconda

Capitolo quarto

-Buona sera e benvenuti a questa edizione speciale del nostro TG.- la donnina ben vestita in televisione portava impresso un sorrisetto falso ed un po’ assonnato.

Con il bicchiere mezzo vuoto in mano, continuavo a fissare dritto davanti a me, finché un’immagine non sostituì quella della donna: sullo schermo, alcune macerie fumanti ed in fiamme ardevano sotto lo sguardo dei pompieri.

Inizialmente non riconobbi il luogo, anche perché non lo avevo più visto da tanto tempo, e lo scambiai per un non-so-cosa-di-preciso, ma, poi, qualcosa cambiò. Un’inquadratura lontana mostrava la zona industriale della città, una lunga serie di capannoni più gradi e più piccoli dipinti con colori abbastanza sgargianti. E fu grazie ad uno di loro che riconobbi quel luogo come il vecchio laboratorio dove erano cominciati tutti i miei più grandi incubi, quel piccolo inferno terreno dove 34AF7KO2 aveva preso vita.

-Al disastro non ci sono superstiti- ripeteva in continuazione la voce dello speaker –otto corpi sono stati estratti dalle macerie e si sospetta che altrettanti siano ancora intrappolati!-

E, stupendomi di me stesso, mi scoprii a tirare un sospiro di sollievo, come se quindici persone morte fossero una cosetta da niente. Una normale quota di vite che ero disposto a perdere.

Dentro di me, non sapevo ancora bene come, sentivo che tutto era finito, avevo quasi la sensazione che un solo scoppio, una semplice esplosione potessero bastare a fermare l’orrore che avevamo creato, perché, nella mia ingenuità, pensavo ancora che il mostro, la bestia che aveva divorato la mia vita in cinque, miseri minuti fosse sepolta senza vita tra le stesse macerie che celavano il ricordo di Christine.

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 03, 2007 17:18 | link | commenti
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