domenica, 28 ottobre 2007

Buon giorno, signor Madness

  Dialogo con sé medesimo:
"L'ultima follia di Morgan"
 
  Morgan si svegliò di soprassalto. Disteso dov'era, con le braccia intorno al ventre e gli ochi chiusi, il freddo ed il buio intorno a lui avevano assunto una consistenza vischiosa, quasi soffocante. Da una finestra chiusa da qualche parte nel limitato infinito della stanza, il rumore delle macchine che si rincorrevano in una strada vicina, appariva lontano, sfocato, un sottofondo per qual silenzio assoluto interrotto soltanto da un respiro stanco e sottile.
  Poi, fu come in un sogno, come fosse ripiombato di nuovo nel incubo costante della sua vita. Una luce fioca, leggermente rossastra si accese in un angolo alla sua destra.
  Oltre le palpebre molli e pallide, il rgazzo ne percepì la neonata presenza. Aprì gli occhi ed il suo sguardo fu immediatamente rapito da una piccola ombra indistinta che si muoveva furtivamente al di là di quella.
  Sottile, goffa, la minuta macchia nera prese ad avanzare verso di lui lasciandosi alle spalle la luce e, ombra tra ombre, scomparve inghiottita ancora una volta dal inconscio notturno di quella camera senza sole.
  Morgan si scosse. Si poggiò su un gomito e si sollevò lentamente. Si strofinò gli occhi con il dorso della mano e prese un bel respiro. Scrutandosi intorno, poi, allungando il braccio libero in avanti alla ricerca disperata di un'opposizione, non incontrò nulla e non vide niente.
  Sospirò. Stupido, aveva di nuovo pensato di poter curare la propria solitudine soltanto perché un'ombra più strana delle altre aveva catturato la sua labile attenzione.
  Scosse la testa e tornò a distendersi carponi, le braccia incrociate a sorreggergli il mento.
  Richiuse gli occhi e, nel farlo, si lasciò trasportare in un mondo di pensieri e sensazioni e vi si perse.
  Annegò per qualche tempo in assenza di forza per ritornare a galla. Godette di quell'istante e vagò tra dolci ricordi e belle esperienze di una vita relativamente passata.
  Poi, qualcosa di freddo gli si posò sulla schiena e lui sobbalzò e si voltò di scatto.
  E non vide nulla.

 
 
  Di nuovo sopsirò e se la prese con se stesso per essere così suscettibile.
  "Ciao" pensò "Sono la tua mente che si prende gioco di te". E ricominciò il suo sproloquio interiore, immobile, in silenzio...disperato.
  Fu una voce familiare a spezzare quel momento. Una canzoncina stupida che risuonava lentamente nel vuoto della stanza e, da lì, nel vuoto dentro di lui.

"Il bel bambino, il piccolino,
dorme tranquillo
nel suo lettino..."

  Una voce acuta, infantile. La voce di un bambino piccolo che, da qualche parte prima di quel giorno, aveva già sentito.
  Alzò lo sguardo. I suoi occhi incontrarono altri occhi. Azzurri, come i suoi.
  Cuccio accanto al materasso, chino in avanti verso di lui, il bambino sudicio continuava a canticchiare tra sé, le manine strette l'una all'altra e lo sgurdo fisso, puntato nel buio.
  Morgan lo fissò inerme. Si osservarono entrambi. Poi, il piccolo sorrise e gli mancava un dentino.
  "Ciao" biascicò dolcemente, inciampando nella lingua nel pronunciare quella parola.
  "Ciao" ripeté il ragazzo stralunato, indeciso, barcamenante tra sogno e realtà. Allungò una mano, le dita allargate protese verso il suo interlocutore. Lo sguardo speranzoso. La canzoncina idiota che rimbombava nelle orecchie.
  Il bambino colse il suo stupose. Allungò anch'egli la mano e le loro dita si incrociarono insieme.

"Il bel bambino, il piccolino,
dorme tranquillo
nel suo lettino..."

  Caddero nel desiderio di parlare, di uscire dalla spirale che l'udire di nuovo cantare quelle parole aveva evocato in entrambi.
  Morgan rimase in silenzio, timoroso di spezzare con la propria voce il sogno che stava vivendo.
  Rimasero immobili, ognuno perso nello sguardo del altro, finché il bimbo non si alzò in piedi e tornò ad appartenere alle ombre e, poi, alla luce rossastra.
  Allora, il sorriso scomparve dalle sue labbra sottili e screpolate e divenne risentimento. LA canzoncina smise di esistere. Al suo posto, Morgan non udì altro se non il suono acuto del silenzio e del suo respiro.
  Il bambino senza nome sollevò le braccia verso di lui (non se n'era accorto, ma erano vestiti alla stessa idenica maniera) e le ruotò in modo tale da mostrarne l'interno.
  Morgan seguì con gli occhi i suoi movimenti. Stupito. Il cuore gli batteva all'impazzata. Sentiva la testa pesante e alcuni brividi percuotergli le scapole. Cercò conforto nell'espressione del bambino ma quello che vide bloccò ogni sensazione  e gli gelò il sangue nelle vene.
  "Gua-da" mormorò secca la vocina acuta del bimbo "Gua-da che cosa ci hai fatto!" e compiendo un'ultima rotazione mostrò le tante e piccole ferite rosse che dal palmo della mano al gomito gli ricoprivano la pelle.
  Morgan impietrì. La sua espressione si congelò nello stupore e nel orrore. D'istinto cercò le sue braccia. Incontrò le maniche dell'accappatoio. Ne sollevò una. I suoi occhi caddero recalcitranti sul avambraccio destro. Non c'era bisogno di cercare troppo, sapeva già cosa avrebbe trovato e dove. Le sue cicatrici erano sempre le stesse da più di sette anni. Nessuno gliele aveva tolte e pochi erano stati in grado di rimarginarle o di ingorarle.
  In un istante avvertì come se il cuore gli scoppiasse. Il respiro venne meno. Il sangue defluì velocemente dalla testa.
  Rialzò lo sguardo, incrociò di nuovo gli occhi del bambino.
  "Ciao" ripensò "Sono la tua mente che si prende gioco di te". E, instintivamente, capì.
  Negli occhi indagatori e severi del piccolo vide l'esitazione e la disperazione del suoi, quando aveva la stessa età. Sulle sue manine tremule scorse le proprie manine tremule. La bocca del bambino si piegò in un sorriso che conosceva attraverso i racconti di chi aveva visto lui sorridere.
  Si sentì sprofondare nell'oblio, soffocare nel mare gelido di quel passato fin troppo presente.
  Iniziò a gridare e, più gridava, più la risata del bimbo dentro di sé risuonava nel vuoto. Si stava nutrendo di lui, dei suoi timori e dei suoi incubi incessanti.
  Morgan sentì di provare odio per quella figurina minuta e apparentemente fragile davanti a sé, quell'obra dai contorni orribili tanto erano reali. E nel provare odio per lei, sentì di provare odio per se stesso.
  Il filo d'oro della ragione si era spezzato un'ultima volta.
postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 28, 2007 15:05 | link | commenti
categorie: buon giorno
venerdì, 19 ottobre 2007

Buon giorno, signor Madness

IL DOTTOR “CONDOR”:

Si. Mi ricordo ancora come se fosse ieri il giorno in cui il dottor “Condor” si strappò alla mia vecchia vita. Immagino la sua espressione da buon samaritano divenuta rigida davanti a mia madre. Le sue labbra solitamente sorridenti serrate come la chiusura di un forziere.

Io avevo paura di lui. come avevo paura di ogni cosa si muovesse o respirasse.

Lo guardavo dal basso all’alto, nascosto in una buca, nello scantinato sotto casa. Tra la neve. In mezzo al gelo. Infreddolito come un microbo in un congelatore.

E mentre lo spiavo, la polvere del pavimento sopra di me che si sgretolava sotto i suoi passi, mi ricadeva sul viso, mi si appiccicava addosso, si appiccicava alla coperta di lana bagnata che portavo sulle spalle.

Non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Non riuscivo a tenere le mani ferme, fra le cosce, per scaldarle un po’. Non riuscivo a rendermi conto che, se non avessi gridato, fra qualche millennio mi avrebbero ritrovato lì, perfettamente intatto, in mezzo al fango e all’immondizia che il mio corpo stesso aveva prodotto.

Ma loro mi avrebbero picchiato se lo avessi fatto. Mi avrebbero preso, io inerme fantoccio di sporcizia e stracci, e mi avrebbero sbattuto sul pavimento. La testa che rimbalzava sul muro finché non protestava sangue. Gli urli e i pianti soffocati da una mano o da un cuscino premuto contro la bocca.

Lo scotch tra i capelli. Lo scotch sui polsi. Sulle caviglie e sul collo. Lo scotch come collare, come strumento per farmi del male. Lo scotch come strumento per farmi del male.

Credo di aver avuto la febbre, quel giorno. Credo di averla avuta per tutta la mia vita, finché non mi hanno portato qui. Avevo la pelle piena di bolle ed escoriazioni. Lividi a non finire sparsi sul ventre, la schiena, le braccia e le gambe. Credo di non essermi più sentito tanto male. O forse si, un paio di volte. Ma lì ero già in ospedale.

Coma. Coma puro. Eppure avevo gli occhi aperti. Eppure riuscivo a guardare in alto. Ma non potevo muovermi. Non ne avevo la forza. E non potevo gridare. Non ne avevo il coraggio.

“Aiutami tu, aiutami tu” imploravo pietà dall’unica cosa che potesse essermi d’ausilio. L’unica cosa che, anche se fossi morto –come credevo che sarei stato di lì a pochi minuti- mi sarei portato dietro. Come me. Solo e sempre. Anche nella tomba.

La mia Voce.

E lei era lì, nella mia testa, pronta a consolarmi quando avessi iniziato a cedere, pronta a rispondermi.

“Grida, Morgan, tesoro, grida”

E io non volevo. Non potevo.

“No, no” e sbattevo la testa a destra e a sinistra. I capelli sudici che mi frustavano il collo con veemenza “No, mi picchiano se lo faccio, mi picchiano!”.

Lacrime su lacrime. quante ne ho versate prima di smettere. Quante? Forse tutte quelle che possedevo. Tutte, nessuna esclusa.

“Grida, Morgan, tesoro, grida”

“Grida, avanti. Fallo!”

“Morgan, fallo…fallo!”

Ma perché? Perché proprio io? Me l’ero sempre chiesto. Me lo chiedo tutt’ora. Perché, se davvero esiste qualcuno che sceglie la nostra destinazione, il nostro destino, perché proprio io? Che cosa avevo di diverso dagli altri bambini? Forse ero troppo per una famiglia normale? O troppo poco? Nella mia vita precedente avevo fatto qualcosa di sconveniente, che non gli era congeniale? No? E allora?

“Grida, Morgan, tesoro, grida”

E io lo feci. Con tutto il fiato che avevo in gola. Con tutta la folle disperazione che mi gelava dentro. Con l’unica speranza che, se non mi avesse salvato nessuno, sarei morto lo stesso. O lì, in quel buco, cibandomi di pezzi di pane muffito spalmato di fango. O di sopra, nella casa dov’ero nato, dov’ero cresciuto, metà testa sparsa per il pavimento e le mani dei miei sul collo, ormai inerte.

Gridai una volta. Ma la mia voce flebile era fin troppo facile da coprire. Lo sconosciuto, il dottor “Condor”, non dava segni –o per lo meno non lo facevano i suoi piedi, dritti sopra di me- di avermi sentito.

Mio padre, o chiunque egli fosse, si schiarì la gola sonoramente e finse indifferenza. Lo capivo dalla sua voce, così come capivo che era agitato.

Gridai un’altra volta. Più forte. Più strenuamente.

“Cos’è?” domandò una voce a me estranea.

“Solo un gatto” gli risposero.

E io gridai ancora. Ancora più forte. Ancora più strenuamente, squarciandomi le corde vocali, finché non sentii i polmoni bruciare. Una volta, due, tre.

“Sembra un bambino” disse la voce straniera “dov’è?”

      E fu l’ultima cosa che sentii qualcuno parlare in quella casa.
postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 19, 2007 20:55 | link | commenti
categorie: buon giorno

Buon giorno, signor Madness

Ehilà! È il tuo pazzo preferito che ti parla. E dalla tua frequenza preferita! Da ora puoi prenotare una canzone a tua scelta –o alla mia s’intende!

Ah, ah!

Complimenti! Sei ancora sintonizzato sulla mia lunghezza d’onda e questo significa che sei ad un passo a diventare come me, o forse dovrei dire ad un “pazzo”?. Bèh, forse non proprio come me, ma qualcosa di simile.

Ti è piaciuta la mia prima pagina di diario?

No? D’accordo, lo so: ti ho deluso quando ho scritto che ti avrei fatto la mia descrizione e, invece, ho sciorinato giù quel bel racconto sulla mia famiglia. Che cosa imperdonabile! Guarda, ora mi metto in ginocchio e imploro la tua pietà!

Mi vedi?

Sono qui! Davanti a te!

 CHE COSA SIGNIFICA “PAZZO”?

Ok. Facciamo un gioco. Ti va? Proviamo a ciccare sul termine “pazzo” con il tasto destro del topo, o mouse –ma chi gli ha dato questo nome? Cielo! E poi sono io quello fuori di testa!- e stiamo un po’ a vedere cosa succede. Anzi no, ho cambiato idea. Fallo tu e dimmi cosa leggi.

Fatto?

No?

E adesso?

Neanche?

Va bene, non ti sforzare genio. Lo faccio io.

Dicesi PAZZO: un eccentrico, anormale, folle, squilibrato, mentecatto, scemo e maniaco. Un bel repertorio, eh? Qui, pronto per essere analizzato. E da chi poi!

Ed ecco a voi Mr Universo!

Sto scherzando.

Ohi, non offenderti. Adesso non penserai mica che sono quelle cose sopra elencate tutte insieme, vero?

Va bene, va bene. Faccio il serio.

Dunque: eccentrico. Strano, insolito, anticonformista. Credo siano degli aggettivi che potrebbero anche calzarmi, forse come un cappello troppo stretto o un paio di scarpe tre taglie più piccole. Ma potrebbe calzarmi.

Anormale: eccezionale, anomalo, strano. Ok, perfetto.

Saltiamone qualcuno.

Scemo: stupido, sciocco, idiota, imbecille. Ma questi sono sinonimi o insulti? Non credo che mi piacerebbe molto essere di nuovo definito così. Si, certo, magari ho qualche problemino, questo non lo nego. Ma da lì alla stupidità c’è un abisso, no?

Ultimo: maniaco. Fissato, esaltato, pazzo.

E siamo da capo un’altra volta. Pazienza. Questo significa che esistono tanti modi di definire uno come me.

Personalmente, ti va di sentire la mia versione dei fatti? La mia spiegazione della parola pazzia?

Come no? Non ti piacerebbe sapere come si vedono le cose dall’altra parte del abisso? No?

D’accordo, d’accordo. Non arrabbiarti. Tanto te lo dico lo stesso. Sono io che decido qui.

Dunque. PAZZIA.

Nel dizionario Morgan-Voce Voce-Morgan c’è scritto così:

 “…dicesi pazzia un comportamento anticonvenzionale non universalmente

riconosciuto in qualità di evasione, fantasia, ricerca di affetto e di  tutto ciò possa concernere

questo ultimo campo…”

eccetera, eccetera, eccetera…soddisfacente no?

D’accordo. Sono pazzo.

      Ma ora tocca a te…


MORGAN:

Pa-parappa-pa-pà! Eccomi finalmente giunto al punto cruciale di tutta la storia.

CHI SONO IO?

E tu dirai: “Un idiota! E un buffone. Come fai a non sapere chi sei?”

Giusto! Bravo il mio capoccia.

Ragioniamo così, per assurdo: non sono schizofrenico, quindi non ho una doppia personalità, non sono un “normale”, anche se questo non significa che possiedo venticinquemila occhi e sette braccia, e vivo in una specie di ospedale psichiatrico per adolescenti. Ehi! Ci sono! Forse sono un adolescente anch’io? Uno di quelli che va in giro camminando a zig-zag con una cuffia infilata nell’orecchio e i pantaloni tirati talmente giù che meno male che porto le mutande? Oppure sono di quelli che quando prendono un bella cotta per qualcuno gli vanno dietro sbavando e ululando come un lupi affamati? Forse. O forse no. Io non ho mai conosciuto qualcuno cui sbavare dietro, né credo che lo farei se potessi. Non è il mio genere di comportamento.

D’accordo. Mettiamo da parte l’adolescente con gli ormoni in disordine –anche perché i miei non si sono mai fatti sentire…ancora- e prendiamo in esame qualche altra prospettiva. Un alieno? Se davvero fosse così, credo di essermi perso le chiavi dell’astronave. Un mostro? Ma sotto quali punti di vista? Non mi sembra che gli altri mi reputino proprio da mandare allo sfascio. Ok, allora un mutaforma? Uno di quelli che si leggono in Harry Potter –o era un altro libro?- di giorno adolescente disadattato e di notte…

Morgan? Si, forse si. Forse sono solo Morgan.

Senza cognome, senza data di nascita, senza legami né con una famiglia né con Dio.

È semplice da dire, no? M-o-r-g-a-n!

Si. Sono io.

Ed è la mia libertà.

      MORGAN.
postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 19, 2007 20:52 | link | commenti
categorie: buon giorno
lunedì, 01 ottobre 2007

Buon giorno, signor Madness

Qualcosa gli premette contro le labbra. Fu una breve pressione che si distrusse subito.

Le molliche del biscotto gli caddero sul petto e rimbalzarono verso le gambe. Morgan respirava affannosamente, Robert Hochback, alle sue spalle, continuava a ridacchiare con voce tonante, il ghigno orribile sul suo volto ancora non se ne era andato.

Il ragazzo non lo vedeva, era girato di spalle, ma riusciva ad immaginarlo. Lo stesso ghigno che più di una volta aveva accompagnato gesti ed atti del tutto sgraditi.

L’uomo che un tempo era stato Robbyamore strinse tra le dita l’orlo sdrucito dell’accappatoio e lo tirò verso il basso, denudando la spalla destra del ragazzo. Morgan ne prese un lembo e lo rimise a posto.

Un altro biscotto gli si avvicinò alla bocca. Lui serrò le mascelle e storse il viso.

-Vuoi morire di fame?- il fiato di Hochback gli si infranse sul collo, dandogli un brivido. Il pasticcino iniziò a sbriciolarsi a contatto con i suoi denti.

-Non voglio cib…- non riuscì a terminare la frase. Non appena le labbra avevano creato un passaggio sufficentemente ampio, infatti, Robert lo aveva riempito infilandogli in gola il biscotto.

Sputalo…

Morgan riaprì la bocca e lo sputò.

La poltiglia giallastra gli cadde su una gamba, ma lui non vi fece caso più di tanto: si piegò in avanti a si tappò la bocca con antrambe le mani.

-Ma come!- sbottò allora Robbyamore, prendendo tra le mani una ciocca di capelli rossicci e tirandola indietro –Erano i tuoi preferiti, no? Era questo che mangiavi quando eri piccolo!

Gli afferrò un polso e cercò di allontanarlo dal volto. Morgan fece resistenza, ma non durò a lungo.

Colpiscilo…

Strattonò ancora, ma senza ottenere nulla.

-Liberami!

Alle loro spalle, Laura sorrideva, poggiata allo stipite della porta come se nulla fosse, come se quel uomo non stesse commettendo violenza su suo figlio. Scosse la testa ed avvicinò i due sul materasso.

Arrivata davanti a Morgan si cucciò accanto a lui e gli accarezzò il viso.

-Liberami…- ripeté il ragazzo, puntando i suoi occhi in quelli della madre –ti prego…

                                

Lei lo avvicinò ancora e, con le labbra, gli sfiorò il naso, vi posò un tenero bacio sulla punta. Tra le braccia di Hochback, la vittima aveva tutta la disponibilità di spazio che dispone una bambola in una scatola.

-Perché dovrei?- rispose, con voce mielosa ed acuta –Io mi sono fatta sette anni di carcere per colpa tua…- tentò un nuovo bacio, stavolta toccandogli le labbra, ma le fu impedito.

Morgan scosse debolmente la testa. L’idea che sua madre avesse tentato di baciarlo lo aveva disgustato. Nemmeno Bianca era arrivata a tanto: -Non è colpa mia…- piagnucolò, cercando in tutti i modi di ricacciare indietro le lacrime che gli erano salite agli occhi.

Oh, si che lo è…

-No! Non è vero!- muovendosi, lo sguardo gli era caduto in un angolo avvolto nel buio. Lì il Morgan bambino che aveva popolato i suoi incubi ad occhi aperti negli ultimi giorni annuiva accondiscendente e gli mostrava le ferite sulle braccia.

D’istinto, Morgan cercò le sue cicatrici. Si portò le mani a coprirsi il viso, strappandole da quelle di Robert.

Ma ad occhi chiusi fu ancora peggio.

Nella mente, i volti di tutti coloro che aveva conosciuto in vita sua gli apparivano sdegnati e lo accusavano. Michael, l’infermiera che gli misurava la pressione e che gli portava la cena in camera, la donna alla portineria, i dottori che lo avevano visitato, i suoi compagni di classe, i professori, Amanda, Michael, il dottor “Condor”, Bianca tutti erano lì e lo ritenevano colpevole.

Ma quel che era peggio era che anche la sua Voce ed il piccolo Morgan lo giudicavano imputabile, assillandolo ancora più di quanto fosse lecito.

Un dolore fortissimo lo investì. La testa sembrava voler prendere fuoco tutto d’un tratto.

Morgan iniziò a gridare con tutta la forza che aveva nei polmoni.

I suoi strepiti allontanarono Laura ed i suoi movimenti convulsi Robert.

Tornò a distendersi sul materasso, cercò con tutto il corpo la freschezza del muro. Faticava a riprendere il controllo del respiro.

Sei tu il colpevole, Morgan. È tutta colpa tua se ci hanno fatto questo…

Implorare, ormai, non aveva più importanza.

Laura e Robert, sconcertati dalla reazione del ragazzo, si presero un istante per comprendere la situazione, fissandolo mentre si contorceva a terra e spargeva ovunque il sangue che gli usciva dalla caviglia. Poi, non capendo, scoppiarono a ridere e decisero di lasciarlo solo.

Per tutta la notte lo sentirono piangere e tossire finchè, esausto, non fu il suo stesso corpo a cedere. E, come più volte gli era accaduto in passato, la gioia di cadere per un po’ nell’inconscio e di restarvi, gli riempì la testa di una tranquillità e di una pace che, forse, non avrebbe più avuto.

postato da: 34AF7KO2 alle ore ottobre 01, 2007 20:54 | link | commenti
categorie: buon giorno
lunedì, 24 settembre 2007

Tanti auguri Mr MADNESS!!!!!!!!



Tutti quelli che mi conscono sanno bene che, per me, questo, è un grande giorno. Un anno fa, infatti, ho dato vita ad un personaggio strano e peculiare a cui sono realmente molto affezionata: Morgan.
Anche se prima di lui ne sono venuti altri -ricordo Chris, Dehnian, Alexander, William...- per me questa creatura resta il numero uno sia per importanza che per il fatto che molto di lui è parte di me.
Perchè Morgan è un'estraneo a sé stesso come agli altri.
Morgan è quella parte che tutti possediamo e che pochi riescono a mettere veramente in luce.
In fondo, come lui stesso dice, un pizzico di follia è più che necessario nella vita per far si che non si sprofondi nella monotonia e nell'ordinario.
TANTI AUGURI MR MADNESS!!!!!!!!!!!
postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 24, 2007 14:20 | link | commenti
categorie: buon giorno
venerdì, 21 settembre 2007

Buon giorno, signor Madness

I RICORDI DI

MORGAN

Scrisse una volta un uomo che la mente umana è una sorta di grande cassettiera piena di minuscoli scomparti a doppi o tripli fondi. Un altro, poi, amò aggiungere un concetto strano, affascinante che non sto qui a raccontarvi.

Ebbene, di qualunque cosa io stia parlando, è dato da sapere che di tutto questo Morgan non aveva mai compreso un granché.

Di cassetti e cassettini più o meno grandi lui non ne aveva mai sentito parlare.

Ne esistevano pochi nella sua testa, prima che un abile falegname ne aprisse di più.

Tre, perlopiù. Un numero magico, gli avevano sempre sussurrato:

Ø       la paura del buio;

Ø       la paura delle mani;

Ø       la Follia.

Ma, tra tutte, sovrastando le altre anche quando le altre non c’erano ancora, quella strana sensazione che gli derivava dall’essere sfiorato, quella nota stonata che, apparentemente, non avrebbe mai potuto avere un senso.

All’epoca Morgan aveva, senza saperlo, appena compiuto sette anni. Era piccolo, innocente. Un bambino sudicio e piagnucoloso che a difficoltà si sarebbe potuto riconoscere. Non comprendeva ancora il perché della sua misera esistenza. Viveva una strana tranquillità, insolita per quanto ne possa ricordare ora o per quanta, in verità, si possa credere. Nessuno si curava di lui e, questo, nella sua ottica, era un bene, un privilegio di cui non avrebbe più potuto godere nei successivi quattro anni.

Era notte. Faceva caldo. Troppo caldo perché si potesse respirare bene in una casa piccola e quasi senza finestre. A lui, che non aveva ancora né nome né entità, era stato permesso, in via del tutto eccezionale, di uscire dalla sua buca. Una gentilezza visto la temperatura afosa.

Aveva vagato per l’appartamento abusivo per quasi due ore. Smarrito, stordito dalla calura e dal rumore assordante del televisore acceso in salotto, i capelli unti ormai senza più un colore ben preciso, nudo come un verme e privo di pudore, era finito in possesso di un vecchio paio di forbici da cucina. Gli piacevano le cose che brillavano sotto la luce, come gli piaceva affacciarsi di nascosto dalla finestra della sala grande, quella che dava sulla strada a quattro corsie di cui non aveva mai capito il nome. Ma, in televisione, aveva visto che con quel genere di attrezzi ci si poteva fare male. Ci giocò solo un po’, poi, le rimise al loro posto.

Erano le undici della sera. Il bambino si strascicava dolente sulle mattonelle fredde del pavimento. Ed era assurdo per lui che nessuno si fosse accorto della piccola pozza di pipì che aveva lasciato sul pavimento del corridoio. O forse no: la mamma era uscita di casa quella mattina e non si era ancora rifatta viva e il suo compagno, quello che lei chiamava Robbyamore, russava clamorosamente sulla poltrona davanti al televisore. Anche lui aveva bagnato il pavimento, qualche minuto prima, perché ubriaco com’era aveva urtato una bottiglia di birra e questa era caduta per terra.

Per rimediare allo spreco, Robbyamore aveva tentato di prendere il bambino e costringerlo a leccare le mattonelle una ad una, ma lui si era rintanato tra il frigorifero rubato e lo scaffale dello stereo, un posto che solitamente ospitava a mala pena tre scope, imponendogli una resa.

Per un po’ di tempo, poi, era rimasto lì a paventare come un topolino che scappa dal gatto, finché, sentendo il gatto russare di nuovo e mosso da una fame cieca suggerita da quella giornata a digiuno, non aveva deciso di tornare, strisciando i piedi, in cucina ed assaltare la fortezza inespugnabile del barattolo dei biscotti. Perché, in fondo in fondo, sapeva che l’enorme recipiente non era poi così inaccessibile, lo aveva raggiunto più di una volta, e più di una volta qualcuno lo aveva colto in flagrante e non gli era successo nulla, se non qualche schiaffo o poco più.

Camminando piegato così che nessuno potesse rendersi conto dei suoi movimenti nella casa, il bambino raggiunse la sua meta. Il barattolo dei biscotti se ne stava tranquillo tranquillo sopra un basso scaffale di legno che la mamma aveva comperato per quattro soldi da un ricettatore di sua conoscenza. Imponente, di porcellana con sopra dipinti tanti omini col cappello a triangolo che passeggiavano sotto ombrellini graziosi, blu, rosso e bianco con le rifinitura in oro puro, sembrava che lo stesse aspettando, che lo chiamasse a gran voce o che fosse lì, a portata di mano, solo per lui.

Il bambino si leccò le labbra screpolate e sanguinolente. Strofinando il viso sulla spalla, poi, si pulì il naso. Allungò una manina tremante, alzandosi in punta di piedi per arrivare meglio a togliere il coperchio. Ci riuscì. Infilò le dita nella bocca del vaso ed estrasse, trionfante, tanti biscotti quanti erano i suoi occhi. Uno per mano, per non esagerare. Se Laura fosse tornata ed avesse contato i biscotti nel vaso, avrebbe sempre potuto discolparsi dicendo che Robbyamore li aveva mangiati. Per questo non poteva prenderne di più.

Se li sarebbe fatti bastare.   

Sorridendo sdentato perché in quel periodo i denti piccoli avevano deciso di cadere per lasciare il posto a quelli grandi, che facevano pure male, fissò soddisfatto il suo prezioso bottino. Poi, si allungò nuovamente verso l’alto per richiudere il barattolo e tornarsene, finalmente, nella buca dove viveva. Si sentiva eccitato, contento di essere riuscito ancora a rubare qualcosa da mettere nello stomaco. Nel farlo, però, perse l’equilibrio e, urtando coperchio e pancia del vaso, lo fece barcollare qua e là in un modo del tutto temibile. Fu dopo una breve danza, infine, che lo vide perdere il suo asse e crollare definitivamente verso il vuoto del pavimento. E l’urlo che cacciò in quell’istante e il fracasso della porcellana che s’infrangeva a terra svegliò Robbyamore.

Fu un errore madornale che non si sarebbe mai più perdonato… 

Piangendo e gridando per il terrore, con il suono sempre più forte dei passi furiosi del compagno di sua madre che gli risuonavano nelle orecchie e la sua voce impastata che tuonava di rimando alla sua, debole e infantile, il bambino scappò per tutta casa. Tentò di infilarsi negli armadi, di nascondersi sotto i letti, dietro ai mobili, accanto al frigorifero. Ma invano, perché ogni volta che gli sembrava di vedere una via di uscita, Robbyamore gli si parava davanti, costringendolo a cambiare direzione.

Non aveva capito qual era stato il suono che lo aveva svegliato, né il motivo per cui lo stupido moccioso stava scappando a quel modo. Per quanto lo riguardava, con la mente annebbiata dall’alcol e ancora assonnata, l’unica cosa che gli interessava in quel momento era divertirsi. E poco importava, in tutto ciò, se l’oggetto del suo desiderio fosse un ragazzino esile e sudicio o una prostituta avvenente e disponibile.

Afferrò il bambino mentre questi sbucava terrorizzato da un angolo, dietro una tenda. Gli mise una mano sulla faccia e lo rivoltò su sé stesso come un pupazzo. Lo odiava, odiava la sua sola esistenza in quella casa e lo stava dimostrando senza remore.

Lo prese per i fianchi e lo sbatté con violenza sul muro, tenendolo alto in modo tale che il collo fosse alla portata delle sue labbra. Spostò le braccia per costringerlo a stare fermo, cingendogli la schiena con uno e l’inguine con l’altro.

Robbyamore non badò neppure un secondo alle grida disperate del bambino, né alle briciole di biscotti che gli cadevano con frequenza sulla fronte e tra i capelli. Il solo lottare contro quella violenza immane, contro tutto quell’orrore che lo circondava del ragazzino bastava ad eccitarlo e a farlo fremere ancora di più.

Arrivò al punto da non sentire più nemmeno i calci che gli venivano sferrati addosso. Il suo isolamento sembrava totale. La sua mente era concentrata al massimo in quell’incubo senza fine.

In quel momento la pelle del bambino era l’unica cosa che importava. Ruvida, secca, piena di graffi e lividi e irritazioni cutanee sparse un po’ ovunque.

Lo staccò dal muro, lo portò sul tappeto ancora umido e puzzolente di birra del salotto. L’odore dell’alcolico diede idea al ragazzino di afferrare una bottiglia e di spaccarla sulla testa del suo aggressore, ma le braccia erano ancora troppo corte e gli sembrava più importante riuscire prima a pararsi il viso. Lo sentiva ovunque. Quelle mani enormi, appiccicose, stavano rovistando sul suo corpicino troppo leggero con una velocità ed una brutalità esasperante. Gli toccavano il viso, poi scendevano sempre più giù, sul collo, sul torace piccolo, la pancia, le gambe. Ogni tanto si posavano e lo pizzicavano. Giocavano a rincorrere i suoi brividi d’orrore e i suoi movimenti ostacolati dal peso dell’altro. Ma più di tutto amavano soffermarsi in un punto ben preciso. Per il resto della sua vita, infatti, Morgan avrebbe sempre ricordato quel gioco disgustoso, quelle dita grasse che si divertivano a stuzzicare troppo in anticipo la sua sessualità, quella sensazione di orrendo calore che fino a tardi avrebbe ripudiato e rifiutato come una punizione.

Solo alla fine, però, Robbyamore riuscì a voltare il bambino come avrebbe voluto. Quella schiena esile e sottile contro il suo addome prominente. Infilò il volto grasso e ruvido di barba tra i capelli unti del bambino. Gli sussurrò all’orecchio parole che quegli non poteva comprendere e, finalmente, arrivò ad ottenere ciò che aveva sempre desiderato e, spingendo contro quel corpo che non poteva offrirgli resistenza, denudò il ragazzino delle ultime cose che gli erano rimaste: la sua dignità e la speranza di ottenere, dal futuro, una vita come tutte le altre.

Quella sera, dopo aver vomitato più di una volta, rinchiuso nel suo armadio sgangherato e con nient’altro se non la voglia di sparire per sempre dalla faccia della terra, il bambino cominciò la sua nuova vita. Nella sua testa, come gli dissero successivamente, qualcosa si era spezzato, un filo sottilissimo e molto delicato, che a detta degli altri separava l’uomo dalla bestia, si era rotto, abbandonando la sua mente in uno stato di totale sbaraglio.

Quella notte, errando nella disperazione e nel dolore, con le gambe che gli dolevano e gli occhi rossi per le lacrime, il bambino aveva incontrato una nuova amica: la Follia che gli avrebbe fatto da compagna fino all’adolescenza.

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 21, 2007 14:42 | link | commenti (1)
categorie: buon giorno
venerdì, 14 settembre 2007

Buon giorno, signor Madness

RIFLESSIONI SULLA MIA VITA,

L’APOTEOSI DI: “THE SHOW MUST GO ON”

“Empty spaces, what are we living for? Abandoned spaces, I guess we know the score…on and on …this anybody know what are we looking for…?” no. Non sto cantando, se è questo che credi. Sono solo le parole della mia canzone preferita. Per me “The Show must go on” dei Queen costituisce una regola di vita da rispettare.

E l’ho sempre fatto, io.

Un altro eroe, dice il testo, un altro crimine senza ragione..

Wow! Sembra la storia della mia vita!

Forse, se ci penso abbastanza intensamente e abbastanza a lungo riesco a convincermene.

È terribile. Ritrovarsi in un incubo buio e troppo stretto per te. E gridare, gridare. Gridare al vento ogni tua sensazione, ogni tua emozione. Gridare a squarciagola dal più profondo dei tuoi orrori.

Senza risposta.

Solo il tuo eco è interessato a te. Solo il tuo eco si degna di risponderti.

Bravo, Morgan.

Grida. Grida al vento,

forse lui ci sarà a raccogliere il tuo cuore quando cadrà in frantumi per l’ennesima volta.

Grida, avanti. Grida più che puoi. Non c’è nessuno che può sentirti. Nessuno che vuole farlo. Gli esseri umani, quelli veri, non sono fatti per raccogliere le tue stupide lacrime inutili.

Per cosa stiamo vivendo? Spazi vuoti, spazi abbandonati…dice la canzone. Ah, si? È davvero questo il senso della vita? Vivere e sfruttare tutte le qualità che uno possiede solo per riempie un’idiota di spazio rimasto vuoto. Si. Vuoto.

Ma vuoto per te. Tutto tuo.

La mia anima è dipinta come ali di farfalle, ali senza libertà che danzano nell’inferno dei ricordi e nell’angoscia che, prima o poi, qualcosa si possa ripetere.

Ma perché?

Perché gli uomini si ostinano a ricordare? Non sarebbe meglio una vita senza Memoria? Compi un’azione e…puff! due secondi dopo non l’hai fatta più…possiedi un’immagine…-guarda è la mamma che ti sorride!-…e, tre minuti dopo, non la possiedi più!

                                                

Nel corso della mia vita, qualcuno mi ha detto che devo trovare il coraggio di andare avanti. Che devo trovare il vento giusto che possa spingermi il più lontano possibile dai ricordi. È bella questa frase. Mi piace. Bastasse solo il vento a darti la forza per spingerti ad andare avanti, a vivere la tua vita come Cristo comanda. Ma, purtroppo, non è così. Nulla può essere così facile, nemmeno canticchiare sotto la doccia lo è, nemmeno parlare con il dottor “Condor” lo è.

È quello in cui credi. Solo questo ti aiuta a guardare dritto, davanti a te. Quello che da sempre sogni, quello che quando allunghi la mano per afferrarlo e farlo tuo, si fa sempre più lontano.

Eppure ti resta vicino.

Come me. Come la mia Voce.

Ad un passo da te. Un passo sempre troppo lungo perché si possa compiere tutto in una volta.

Si rincorre sempre ciò che non si può avere. Si rincorre l’effimero, l’inutile, si rincorre quella frazione di felicità che sai che non potrai mai ottenere. Ma, anche se ne sei cosciente, anche se sei cosciente che non raggiungerai mai ciò che più ti sta a cuore, continui a volargli dietro.

Un cerchio sempre più stretto e più grande.

Com’è possibile?

Forse è colpa mia. Forse è perché sono una specie di pazzoide che non riesco a capire tante cose. Forse, dovrei prendere la vita con più filosofia e smetterla con queste domande troppo fuori mano per uno come me.

Sai, quando ero piccolo, l’unico modo che avevo per passare il tempo era riflettere sul tempo stesso. Le ore che si assottigliavano man mano, le giornate che si sfumavano e perdevano la propria luminosità a favore di quella delle stelle. trascorrevo settimane intere senza mai spostarmi da una finestra perché nevicava o, magari, perché c’era semplicemente il sole e, io, pazzo esaltato che non sono altro, non riuscivo a spiegarmi minimamente quale via scegliesse il padre di Pollon-combina-guai per trainare il suo bel carro d’oro.

Io. Io che lo inseguivo per tutto il cielo volando sulla mia fantasia, io che mi sentivo così affascinato da quella palla di fuoco, tanto da cercarla in qualunque momento del giorno.

Io non riuscivo a capire. Non riuscivo a vedere.

Perché cambiava percorso ogni volta che mi scorgeva vicino al mio intento, ogni singola volta che mi sentivo veramente arrivato alla soluzione del mio enorme rebus? Quali erano le sue alternative?

Tutte. Tranne quelle che vedevo io.

Ero escluco da tutto. Persino da quello. Ma perché? Perché ero cos’ diverso dagli altri bambini?

In quei giorni mi sembrava quasi che il mondo volesse crollarmi addosso. Investirmi e tagliarmi in due come un verme alla lezione sulla vivisezione. Avevo paura che anch’io, prima o poi, avrei fatto quella fine…

D’accordo, d’accordo. Ti ho annoiato abbastanza con i miei discorsi filosofici.

Non arrabbiarti.

In fin dei conti, lo spettacolo deve andare avanti, no?

The Show must go on.

Ed è più che inutilie, ormai, volgere le spalle al futuro e fissarsi nella placida contemplazione di un passato che non avresti mai riconosciuto come tuo.

Ora lo so. Nessuno mi ridarà più quello che ho perso: il mio primo giorno di scuola, gli amichetti dell’asilo, quelli che ti prendono una manina paffutella e ti portano a vedere una lumaca in un secchiello di plastica gialla. Ho perso molto della mia vita in quegli anni e nessuna terapia sarà mai in grado di farmi diventare come sarei diventato…senza quel mondo.

Perché, in fondo, è questo lo scopo di pianti, di dolori e di sofferenze. Trasformare l’essere umano in un MOSTRO. Fare di un mostro chi ne conosce ogni singolo filo della ragnatela. Chi sa di non potersi mai riconquistare una vita normale.

Per me è stato così. Mi sentivo intrappolato in quella strana e soffocante morsa, come una piccola preda che, scappando, finisce dritto dritto nella trappola del cacciatore.

Ma la mia storia è diversa, diversa da quella di tutti gli altri.

In fin dei conti, qualunque cosa sia stata, resta parte della mia vita.

Mia. Di nessun altro.

Nessuno potrà mai farmi diventare qualcuno di diverso dal Morgan che sono adesso…

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 14, 2007 19:34 | link | commenti
categorie: buon giorno
martedì, 11 settembre 2007

Buon giorno, signor Madness

 I RICORDI DI

MORGAN

Scrisse una volta un uomo che la mente umana è una sorta di grande cassettiera piena di minuscoli scomparti a doppi o tripli fondi. Un altro, poi, amò aggiungere un concetto strano, affascinante che non sto qui a raccontarvi.

Ebbene, di qualunque cosa io stia parlando, è dato da sapere che di tutto questo Morgan non aveva mai compreso un granché.

Di cassetti e cassettini più o meno grandi lui non ne aveva mai sentito parlare.

Ne esistevano pochi nella sua testa, prima che un abile falegname ne aprisse di più.

Tre, perlopiù. Un numero magico, gli avevano sempre sussurrato:

Ø       la paura del buio;

Ø       la paura delle mani;

Ø       la Follia.

Ma, tra tutte, sovrastando le altre anche quando le altre non c’erano ancora, quella strana sensazione che gli derivava dall’essere sfiorato, quella nota stonata che, apparentemente, non avrebbe mai potuto avere un senso.

All’epoca Morgan aveva, senza saperlo, appena compiuto sette anni. Era piccolo, innocente. Un bambino sudicio e piagnucoloso che a difficoltà si sarebbe potuto riconoscere. Non comprendeva ancora il perché della sua misera esistenza. Viveva una strana tranquillità, insolita per quanto ne possa ricordare ora o per quanta, in verità, si possa credere. Nessuno si curava di lui e, questo, nella sua ottica, era un bene, un privilegio di cui non avrebbe più potuto godere nei successivi quattro anni.

Era notte. Faceva caldo. Troppo caldo perché si potesse respirare bene in una casa piccola e quasi senza finestre. A lui, che non aveva ancora né nome né entità, era stato permesso, in via del tutto eccezionale, di uscire dalla sua buca. Una gentilezza visto la temperatura afosa.

Aveva vagato per l’appartamento abusivo per quasi due ore. Smarrito, stordito dalla calura e dal rumore assordante del televisore acceso in salotto, i capelli unti ormai senza più un colore ben preciso, nudo come un verme e privo di pudore, era finito in possesso di un vecchio paio di forbici da cucina. Gli piacevano le cose che brillavano sotto la luce, come gli piaceva affacciarsi di nascosto dalla finestra della sala grande, quella che dava sulla strada a quattro corsie di cui non aveva mai capito il nome. Ma, in televisione, aveva visto che con quel genere di attrezzi ci si poteva fare male. Ci giocò solo un po’, poi, le rimise al loro posto.

Erano le undici della sera. Il bambino si strascicava dolente sulle mattonelle fredde del pavimento. Ed era assurdo per lui che nessuno si fosse accorto della piccola pozza di pipì che aveva lasciato sul pavimento del corridoio. O forse no: la mamma era uscita di casa quella mattina e non si era ancora rifatta viva e il suo compagno, quello che lei chiamava Robbyamore, russava clamorosamente sulla poltrona davanti al televisore. Anche lui aveva bagnato il pavimento, qualche minuto prima, perché ubriaco com’era aveva urtato una bottiglia di birra e questa era caduta per terra.

Per rimediare allo spreco, Robbyamore aveva tentato di prendere il bambino e costringerlo a leccare le mattonelle una ad una, ma lui si era rintanato tra il frigorifero rubato e lo scaffale dello stereo, un posto che solitamente ospitava a mala pena tre scope, imponendogli una resa.

Per un po’ di tempo, poi, era rimasto lì a paventare come un topolino che scappa dal gatto, finché, sentendo il gatto russare di nuovo e mosso da una fame cieca suggerita da quella giornata a digiuno, non aveva deciso di tornare, strisciando i piedi, in cucina ed assaltare la fortezza inespugnabile del barattolo dei biscotti. Perché, in fondo in fondo, sapeva che l’enorme recipiente non era poi così inaccessibile, lo aveva raggiunto più di una volta, e più di una volta qualcuno lo aveva colto in flagrante e non gli era successo nulla, se non qualche schiaffo o poco più.

                                

Camminando piegato così che nessuno potesse rendersi conto dei suoi movimenti nella casa, il bambino raggiunse la sua meta. Il barattolo dei biscotti se ne stava tranquillo tranquillo sopra un basso scaffale di legno che la mamma aveva comperato per quattro soldi da un ricettatore di sua conoscenza. Imponente, di porcellana con sopra dipinti tanti omini col cappello a triangolo che passeggiavano sotto ombrellini graziosi, blu, rosso e bianco con le rifinitura in oro puro, sembrava che lo stesse aspettando, che lo chiamasse a gran voce o che fosse lì, a portata di mano, solo per lui.

Il bambino si leccò le labbra screpolate e sanguinolente. Strofinando il viso sulla spalla, poi, si pulì il naso. Allungò una manina tremante, alzandosi in punta di piedi per arrivare meglio a togliere il coperchio. Ci riuscì. Infilò le dita nella bocca del vaso ed estrasse, trionfante, tanti biscotti quanti erano i suoi occhi. Uno per mano, per non esagerare. Se Laura fosse tornata ed avesse contato i biscotti nel vaso, avrebbe sempre potuto discolparsi dicendo che Robbyamore li aveva mangiati. Per questo non poteva prenderne di più.

Se li sarebbe fatti bastare.                       

Sorridendo sdentato perché in quel periodo i denti piccoli avevano deciso di cadere per lasciare il posto a quelli grandi, che facevano pure male, fissò soddisfatto il suo prezioso bottino. Poi, si allungò nuovamente verso l’alto per richiudere il barattolo e tornarsene, finalmente, nella buca dove viveva. Si sentiva eccitato, contento di essere riuscito ancora a rubare qualcosa da mettere nello stomaco. Nel farlo, però, perse l’equilibrio e, urtando coperchio e pancia del vaso, lo fece barcollare qua e là in un modo del tutto temibile. Fu dopo una breve danza, infine, che lo vide perdere il suo asse e crollare definitivamente verso il vuoto del pavimento. E l’urlo che cacciò in quell’istante e il fracasso della porcellana che s’infrangeva a terra svegliò Robbyamore.

Fu un errore madornale che non si sarebbe mai più perdonato…                     

Piangendo e gridando per il terrore, con il suono sempre più forte dei passi furiosi del compagno di sua madre che gli risuonavano nelle orecchie e la sua voce impastata che tuonava di rimando alla sua, debole e infantile, il bambino scappò per tutta casa. Tentò di infilarsi negli armadi, di nascondersi sotto i letti, dietro ai mobili, accanto al frigorifero. Ma invano, perché ogni volta che gli sembrava di vedere una via di uscita, Robbyamore gli si parava davanti, costringendolo a cambiare direzione.

Non aveva capito qual era stato il suono che lo aveva svegliato, né il motivo per cui lo stupido moccioso stava scappando a quel modo. Per quanto lo riguardava, con la mente annebbiata dall’alcol e ancora assonnata, l’unica cosa che gli interessava in quel momento era divertirsi. E poco importava, in tutto ciò, se l’oggetto del suo desiderio fosse un ragazzino esile e sudicio o una prostituta avvenente e disponibile.

Afferrò il bambino mentre questi sbucava terrorizzato da un angolo, dietro una tenda. Gli mise una mano sulla faccia e lo rivoltò su sé stesso come un pupazzo. Lo odiava, odiava la sua sola esistenza in quella casa e lo stava dimostrando senza remore.

Lo prese per i fianchi e lo sbatté con violenza sul muro, tenendolo alto in modo tale che il collo fosse alla portata delle sue labbra. Spostò le braccia per costringerlo a stare fermo, cingendogli la schiena con uno e l’inguine con l’altro.

Robbyamore non badò neppure un secondo alle grida disperate del bambino, né alle briciole di biscotti che gli cadevano con frequenza sulla fronte e tra i capelli. Il solo lottare contro quella violenza immane, contro tutto quell’orrore che lo circondava del ragazzino bastava ad eccitarlo e a farlo fremere ancora di più.

Arrivò al punto da non sentire più nemmeno i calci che gli venivano sferrati addosso. Il suo isolamento sembrava totale. La sua mente era concentrata al massimo in quell’incubo senza fine.

In quel momento la pelle del bambino era l’unica cosa che importava. Ruvida, secca, piena di graffi e lividi e irritazioni cutanee sparse un po’ ovunque.

Lo staccò dal muro, lo portò sul tappeto ancora umido e puzzolente di birra del salotto. L’odore dell’alcolico diede idea al ragazzino di afferrare una bottiglia e di spaccarla sulla testa del suo aggressore, ma le braccia erano ancora troppo corte e gli sembrava più importante riuscire prima a pararsi il viso. Lo sentiva ovunque. Quelle mani enormi, appiccicose, stavano rovistando sul suo corpicino troppo leggero con una velocità ed una brutalità esasperante. Gli toccavano il viso, poi scendevano sempre più giù, sul collo, sul torace piccolo, la pancia, le gambe. Ogni tanto si posavano e lo pizzicavano. Giocavano a rincorrere i suoi brividi d’orrore e i suoi movimenti ostacolati dal peso dell’altro. Ma più di tutto amavano soffermarsi in un punto ben preciso. Per il resto della sua vita, infatti, Morgan avrebbe sempre ricordato quel gioco disgustoso, quelle dita grasse che si divertivano a stuzzicare troppo in anticipo la sua sessualità, quella sensazione di orrendo calore che fino a tardi avrebbe ripudiato e rifiutato come una punizione.

Solo alla fine, però, Robbyamore riuscì a voltare il bambino come avrebbe voluto. Quella schiena esile e sottile contro il suo addome prominente. Infilò il volto grasso e ruvido di barba tra i capelli unti del bambino. Gli sussurrò all’orecchio parole che quegli non poteva comprendere e, finalmente, arrivò ad ottenere ciò che aveva sempre desiderato e, spingendo contro quel corpo che non poteva offrirgli resistenza, denudò il ragazzino delle ultime cose che gli erano rimaste: la sua dignità e la speranza di ottenere, dal futuro, una vita come tutte le altre.

Quella sera, dopo aver vomitato più di una volta, rinchiuso nel suo armadio sgangherato e con nient’altro se non la voglia di sparire per sempre dalla faccia della terra, il bambino cominciò la sua nuova vita. Nella sua testa, come gli dissero successivamente, qualcosa si era spezzato, un filo sottilissimo e molto delicato, che a detta degli altri separava l’uomo dalla bestia, si era rotto, abbandonando la sua mente in uno stato di totale sbaraglio.

Quella notte, errando nella disperazione e nel dolore, con le gambe che gli dolevano e gli occhi rossi per le lacrime, il bambino aveva incontrato una nuova amica: la Follia che gli avrebbe fatto da compagna fino all’adolescenza.

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 11, 2007 20:39 | link | commenti
categorie: buon giorno

Buon giorno, signor Madness

DAL DIARIO DI MORGAN:

PRIMO GIORNO 

PREMESSA:

C’è chi la chiama Follia e chi semplicemente la ritiene una Stranezza. Forse…un po’ troppo strana. Personalmente? La considero una via d’uscita, un modo di convivere con sé stessi e di accettarsi anche quando se ne farebbe volentieri a meno.

Io mi chiamo Morgan.  E questo è il mio incubo.

Benvenuto nella mia vita. 

CONSIDERAZIONI PERSONALI:

Bèh, iniziamo con qualcosa di sufficientemente semplice. Se sapessi con precisione che cosa sono ve lo direi.

Un ragazzo? Si, si, una volta mi definivano così, per convenzione, vista la mia età.

Ma ora sono un piccolo mostro.

Un essere umano? Perché insistere? Non sono io quello uscito di testa che vive ascoltando una Voce interiore che gli gestisce le giornate?

Allora un pazzo? Non precisamente. Il mio medico preferisce il termine “DISADATTATO.

Ma che vuol dire?

Cliccando col tasto destro del mouse –ah! Sto scrivendo un diario con il computer dello psicologo che mi segue, passo dopo passo, dagli ultimi sei anni- mi compaiono tre sinonimi: disinserito, asociale ed emarginato.

Bene! Ma c’è ancora un piccolo problema: come si può inserire in una società una persona, in questo caso uno come me, che la società stessa ha rifiutato?

Il dottore dice, con quella sua solita aria da buon samaritano, che non devo preoccuparmi, che da qualche parte in questo schifoso mondo esiste qualcuno che mi vuole bene. Ok, perfetto. Grazie dottor “Condor” per la fiducia che ha…negli altri.

Ora il problema è: se esiste veramente qualcuno in grado di volermi bene, e mi vuole bene come me ne hanno voluto fino ad adesso, preferisco scappare di casa, abbandonare tutto e tutti, e rifugiarmi in Antartide con i pinguini senza smoking.

In Antartide?

No, no, forse fa troppo freddo.

Facciamo così: prima di andare a trovare i pinguini faccio una capatina in Australia, rapisco un canguro e lo porto via con me. Così potrò essere come le lumache ed avere una casa porta-con-te. Qual è quella parola francese? Port-con-toi?

Che ne pensi? Mica male, eh? 

D’accordo, d’accordo. Forse sono veramente pazzo. Hai ragione. Perdonami.

Considerazioni per il lettore: sono le diciotto e tredici minuti del 24 settembre 2006 e tu hai appena iniziato a leggere le parole di un pazzo. Complimenti! Sei il prossimo…

Diciotto e sedici…

LA STORIA DELLA MIA VITA:

Ehilà! Bravo! Hai avuto il coraggio di voltare pagina. Che impavido! Io non lo avrei mai fatto, ma visto che sei qui, lascia che ti racconti un po’ di me…poi, ti prometto, sarai tu a tirare le somme.

In bocca al lupo…

PRESENTAZIONE E DESCRIZIONE:

Quanti anni hai? Vai ancora a scuola? Oppure ti sei già realizzato e aspetti che da un momento all’altro qualcuno bussi alla tua porta e ti dica, un sorriso stampato sulla faccia da ebete: “complimenti hai appena vinto un tour gratuito del mondo intero! Che fai accetti?”.

Siediti. È meglio.

Forse ricorderai la tua infanzia, quando ridendo ti buttavi tra le braccia della tua mamma o le raccoglievi le più belle margherite del giardino accanto, oppure quando ti portavano un nuovo regalo, l’attesa di Babbo Natale, la calza della Befana, la delusione del carbone o di un giocattolo che si rompe…il primo giorno di scuola…magari hai addirittura pianto perché non ti strappassero dalla gonna materna…

Io no…

Io non ho avuto tutto questo…

“Ebbene?” dirai tu, tornando indietro nel tempo, fino ai gloriosi giorni dell’asilo quando te ne andavi in giro col tuo prezioso grembiulino a quadri e lo zaino del cartone animato più in voga. “Non si finisce mica col sentire le Voci solo perché non si ha avuto qualcosa. Anche a me è mancato qualcosa…per esempio quel nuovo pallone di cuoio firmato da quello sportivo. Come si chiamava?”

Ecco appunto: come si chiamava?

Quando ti viene in mente fammi uno squillo.

Io non sono mai andato a scuola, non ho mai indossato un grembiule a quadri né avuto uno zaino.

“Bene! E come fai a scrivere questa roba?”

Il dottor “Condor” mi ha insegnato, quando mi ha tirato fuori dalla mia vecchia casa e mi ha portato qui. All’epoca avevo da poco compiuto undici anni –la data del mio compleanno me l’ero scelta, perché nessuno si era preso la briga di dirmela, e la spostavo al bisogno, più vicina o meno vicina- e pesavo come uno di sei. Un po’ sottopeso, non ti pare? Ancora cerco di recuperare.

I miei genitori non mi avevano mai preso in considerazione.

Ero un fantasma.

Un fantasma nella loro bella vita snaturata.

Un impiccio.

Forse è per questo che mi sono sempre nutrito da solo, quando trovavo degli avanzi o quando cadeva qualcosa per terra.

Non mi volevano, non mi hanno mai voluto. Eppure io c’ero e, per questo, ero diventato il loro sfogo, il loro divertimento. Un giocattolo, come quelli che hai avuto tu, forse appena un po’ più grande e di pelle e ossa –non carne, credo di non averne mai avuta.

Mi odiavano.

E mi usavano come uno straccio per pulire.

Ero io a gironzolare per casa con la scopa in mano, attento a non farmi vedere da nessuno, a non farmi sentire da nessuno.

Ero io quello che quando aveva gli incubi o si faceva male si rinchiudeva in un armadio mezzo rotto.

Ero io quello che quando vedeva la mamma o il papà, o uno dei suoi compagni non saprei, si nascondeva sotto il letto, o dietro una porta, o in un angolo buio in mezzo all’immondizia e allo sporco, per paura delle botte, per paura di essere toccato.

Detestavo le loro mani.

Le temevo.

Ovunque, come e sempre.

Le odiavo così come loro odiavano me.

Le odiavo così come odiavo tutto quello che avevo intorno e faceva parte della mia misera, deforme vita. La coperta di lana d’inverno, le solite mutandine mezze scucite d’estate, il pennarello rosso che aveva smesso di scrivere da anni, ma che tutt’ora conservo, i mobili, i soprammobili, tutte cose che non potevo toccare perchè, altrimenti, le avrei sporcate.

Perché ero io, sempre io, quello sporco in casa.

Sempre io quello che combinava guai, quello che puzzava, quello con le mani tremanti e i capelli unti.

Quello brutto. Quello stupido. Quello insignificante e invisibile.

Ma perché? Perché?

Io, io, io, sempre e solo io quando si trattava di cose disgustose, orribili, malsane.

Loro, loro, loro, sempre e solo loro quando, invece, si trattava di chi era importante, di chi era bello e contava in quello schifo di vita. Le loro esigenze. I loro bisogni. Le loro vite.

I loro desideri.

Avevo paura quando li sentivo tornare a casa e li vedevo venirmi incontro –quelle rare volte che lo facevano- perché era per picchiarmi o per mettermi le mani addosso.

No, lo so quello che pensi. Non sono un idiota.

Ma picchiare qualcuno e mettergli le mani addosso, per me sono due gesti diversi. Il primo ti toglie il respiro, ti dà dolore. Il secondo ti strappa via ogni sensazione. Ti denuda della tua dignità, per quanto poca ne puoi avere. E questo, si, finché sei piccolo e non capisci e ti senti dita ovunque, tra i capelli, tra le gambe, sulle braccia, sul viso, questo si che è la cosa più disgustosa e degradante che possa pensare. E anche una delle più dolorose. Parola mia.

Ero solo.

Io, Morgan, me stesso, la mia solitudine, il mio timore, i miei incubi port-con-toi.

Un esercito di io messi tutti insieme che non riuscivano a darmi un essere umano completo, che non riuscivano a dirmi: tu sei…

Finché un giorno non iniziai a parlare da solo.

A parlare. Parlare.

Io, io soltanto.

E qualcuno mi rispondeva. Nella mia testa senza istruzione, senza Dio, senza più la volontà di combattere, una voce si degnava di me, mi consolava quando ne avevo bisogno, mi coccolava quando nessuno lo faceva.

E: “Morgan, tesoro, sta calmo, sta tranquillo. Va tutto bene. Ci sono io con te! Non aver paura.”

La Voce mi capiva.

La Voce mi voleva bene.

Mi parlava. Mi vedeva come un essere umano.

E io? Che potevo fare io? Non avevo mai avuto nessuno. Nessuno mi aveva mai chiamato tesoro, o piccolo mio, o angelo caro. Nessuno.

Nessuno, se non lei. La mia Voce.

La mia unica, vera famiglia.

La mia unica, vera amica.

D’accordo, ora, se lo stai facendo, smetti di avere pietà di me. Smetti di pensare a questo povero, piccolo infante violato. Smetti di commiserarmi per le mie sventure.

Il dottor “Condor” dice che, se continuo con le cure e gli presto ascolto, molto più di quanto abbia mai fatto, forse un giorno avrò un’altra famiglia. Chissà, magari sarà proprio la tua. Potremmo vivere insieme e tu potrai finalmente scoprire che significa avere un pazzo sciolto in casa, uno di quelli che guarda per aria quando cammina e inciampa su un sassolino.

Ma il dottor “Condor” non sa che sono io a non volere un’altra famiglia. Il dottor “Condor” non conosce la sensazione che ti suscita quando, chiudendo gli occhi, una lunga serie di immagini ti comincia a sfilare davanti come in un film. Ed è il film della tua vita.

 

postato da: 34AF7KO2 alle ore settembre 11, 2007 20:16 | link | commenti
categorie: buon giorno
domenica, 05 agosto 2007

Buon giorno, signor Madness

I RICORDI DI

MORGAN

Il bambino giaceva disteso sul suo piccolo lettino fatto di sacchi e di stracci. I capelli arruffati, le gambine rannicchiate malamente sotto un lenzuolo buttato alla rinfusa sulle spalle.

Dormiva protetto dai sogni caldi e confortevoli di un mondo diverso, migliore, un mondo che apparteneva soltanto a lui, dove gli orchi cattivi e i mostri non potevano entrare.

Non c’erano ombre nel regno della fatina buona che lo aveva accolto, nessun segno di oscurità né di paura. Avvolto nella dolcezza di un timido raggio di sole, il bimbo sonnecchiava sereno dove nessuna mano avrebbe mai potuto raggiungerlo, dove non c’erano carezze, non c’erano baci o coccole…

Dove non c’erano incubi e giganti maligni.

Si mosse leggermente ed infilò un ditino sottile e scuro nella bocca. Tra i dentini poteva avvertire  la soffice consistenza della pelle, dura sul palato. Non aveva un buon sapore, ma non importava.

Nel suo sogno, quel ditino era una caramella alla frutta…

Lentamente, il sapore acidulo della carne sporca divenne fragola, mela, banana…

Il piccolo iniziò a succhiare avidamente.

La fatina buona gli voleva tanto bene e non avrebbe mai permesso che restasse senza cibo.

Le caramelle gli piacevano. Se la sarebbe gustata finché non fosse diventata piccola piccola, poi, l’avrebbe presa fra i dentini e avrebbe chiuso la bocca. Allora, l’ultima goccia di sapore che era rimasta sarebbe finalmente stata sua e la distruzione della caramella avrebbe avuto un senso.

Intorno a lui c’erano tanti fiorellini colorati. Poteva avvertirne il profumo, era in grado di sfiorarne i petali delicati con la punta delle dita.

Il sole gli riscaldava il corpicino, rendendo il nero degli occhi chiusi un po’ più chiaro e un po’ più arancione.

Poi, però, all’improvviso tutto cambiò.

Un serpente viscido prese a strusciarsi sul suo pancino indifeso.

Il bambino cercò di scacciarlo, di mandarlo via dal suo sogno, ma il serpente era più forte.

Le gambine si strinsero ancora di più verso il petto.

No. Non poteva essere.

Doveva richiamare il suo esercito di eroi al più presto possibile: il mostro gigante lo stava attaccando, lo sentiva, stava lentamente abbattendo le mura di cinta del suo castello fortificato.

Il bimbo iniziò a gridare parole sconnesse, ad agitarsi sempre di più.

Le manine e le braccia scattarono in difesa del visino. I singhiozzi presero a scuoterlo tutto.

No, dov’erano i soldati? Dov’erano gli elfi che gli avevano promesso protezione?

Le spire del serpente gli si strinsero attorno a polso. Con forza lo allontanarono dalla guancia rigata dalle lacrime e livida.

Dov’era la sua fatina buona? Perché non tornava e faceva un incantesimo per lui?

Qualcosa di forte e schifoso gli sfiorò la pelle poco più in là della bocca. Spinse forte verso l’interno, mentre gli tirava indietro la testa, tirandolo per i capelli.

Il bambino urlò.

In un istante, il mondo fatato fatto di caramelle e dolcezze, sfumò in un inferno tetro e buio.

Qua e là qualche chiazza di rosso compariva dove il dolore era più insopportabile. Poi scuriva e lentamente diventava nera.

Il serpente cominciò a parlargli delicatamente ad un orecchio.

-Sh…buono…va tutto bene…sta fermo…vogliamo solo giocare noi, non è vero? Stiamo solo giocando…

Ma era un gioco crudele…che a lui non piaceva.

Il mostro prese forma umana. Divenne enorme.

Il bambino si richiuse in sé stesso, digrignò i denti ed emise uno strano e prolungato suono gutturale.

La paura prese il sopravvento. Qualcosa lo assalì da dentro, come una morsa atroce che gli stringeva lo stomaco e i polmoni. Per qualche secondo smise di respirare.

L’orco cattivo gli strisciava addosso come con un cagnolino. Gli teneva la testa premuta contro il cuscino. Non poteva permettersi che qualcuno lo sentisse gridare.

O gli elfi sarebbero arrivati e per lui non ci sarebbe più stata via di uscita.

Le sue labbra grosse gli mordevano il collo e la spalla destra.

Il piccolo scalciò, ma colpì soltanto aria e stoffa. Il lenzuolo che aveva addosso ne aveva limitato i movimenti.

Aprì gli occhietti. Li richiuse accecato dal dolore e dal terrore.

Il sogno era finito.

Era tornato a casa.

La fatina buona lo aveva abbandonato anche lei.

Gli elfi non esistevano, erano solo una baggianata della scatola con le immagini per illudere i bambini piccoli.

Non c’erano mai stati fiori o caramelle.

Il suo ditino sanguinava. Ai bordi c’erano impresse le impronte dei suoi dentini.

Per qualche minuto il bambino continuò a lottare. Poi, piombò nell’odio profondo e nell’apatia più completa. Una mossa dettata dalla disperazione e dal continuo subire…

Scelse di restare fermo. Se lo avesse fatto, forse, l’uomo cattivo avrebbe smesso di fargli del male. Avrebbe tolto quelle sue mani unte e grosse dal suo ventre e se ne sarebbe andato via, lontano lontano.

Perché non era vero che gli orchi esistevano solo nelle favole.

O, per lo meno, non era vero per lui.

postato da: 34AF7KO2 alle ore agosto 05, 2007 20:25 | link | commenti (1)
categorie: buon giorno

Chi sono

Utente: 34AF7KO2
Nome: Michela Bianconi
'Soyez hardis, en joye mis, Chascun s'asaisonne, La fleur de lys, Fleur de hault pris Y est en personne. Suivez Francoys . . ."

Commenti recenti

0Andromaca0 in Il Gioco dei Re
34AF7KO2 in Il Gioco dei Re
0Andromaca0 in Il Gioco dei Re
34AF7KO2 in Il gioco dei re
34AF7KO2 in Questo post è estra...
0Andromaca0 in Il gioco dei re
0Andromaca0 in Questo post è estra...
34AF7KO2 in Il gioco dei re
34AF7KO2 in Questo post è estra...
0Andromaca0 in Il gioco dei re

Archivio

oggi
novembre 2009
settembre 2009
agosto 2009
maggio 2009
marzo 2009
febbraio 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---

Categorie

34af7ko2
buon giorno
damien
estratti
favole della notte
francis crawford
i libri da non perdere
il cavaliere nero
le favole del puffo pazzoide
nosferatu incubus
piccole storie
piccoli incipit
poesie
safe in the dream
sceneggiature
un angelo cattivo

Links

A caccia di vampiri
Facciamo pubblicità al fratello....
La mia scrittrice preferita: Dorothy Dunnett
Liga+
Maximum Ride
Per approfondimenti su Morgan
Per i fan di Edward e Bella
Per trovare un libro...
Peter Pan a caccia di vampiri
Quanto sai di Francis Crawford?
Un blog per gli amanti del cinema...
Which Lymond character are you?

Partecipano

Foto recenti

Bottoni


Contatore

visitato *loading* volte