DIALOGO CON MARGARET LENNOX
-[…]Voi siete la sua guerra santa, Francis.-
-E la vostra?-
Nel calore ondeggiante del fuoco vide che sorrideva. -La mia è solo guerra. Suvvia, dov'è finita
tutta quella noncurante licenziosità? Sorridete M. le compte! Tutto qui il brillante ingegno che avete da offrire al mio salotto?- e in tono irrisorio recitò sussurrando: -Cy gist qui pendant qu'il vivoit / fit tout mestier de gueserie / il soufloit, predisoit, rimoit / et coultivoit Philosophie...
-Qual'è il vostro nome, M. le compte de Sevigny?-
-Pazienza-, disse Francis Crawford. Aveva rimandato l'umiliazione totale, con rincrescimento, indietreggiando di due passi e appoggiando le spalle contro un'alta credenza.
[…]
Si era trattenuta, deliberatamente, fino a quando non aveva più nulla da temere in lui.
-Che cosa volete?- chiese Lymond, le parole sussurrate nella gola arsa.
-Implorate.-
A stento riusciva a stare dritto. Ma, a dispetto di sé, esplose in una breve risata sibilante. -Oh, Cristo, Margaret. Quello è il vecchio re Enrico. E' fuori moda da dieci anni.-
La donna si era alzata. -Non volete farlo?-
-No. Non voglio. Non piegherò il ginocchio e non bacerò le vostre affascinanti scarpette. Può darsi che cada lungo disteso sulla faccia, ma la cosa sarà del tutto involontaria.-
-Dunque resterete lì e mi consentirete di riferirmi a vostra madre come madame la putaine? Starete a guardare mentre chiamo il sergente per ascoltare quando vi marchierò come bastardo?-
-No.- Si poteva, come dimostrato, concentrare sulla propria forza di volontà. Si potevano prendere a prestito cinque minuti di forza, o forse meno, e conservarli fino a quel momento in cui lei era in piedi, sorridente, i magnifici capeli circondati dall'aureola del fuoco.
Bastarono tre lunghi silenziosi passa per raggiungerla; e una mano per afferrarle il vestito e l'altra per i capelli.
[…]
Quando morrete, gli aveva detto Margaret Lennox, Quando morrete - e io sarò presente - sarà un'esperienza che nessun uomo ha mai assaporato.
Era per ironia della sorte che adesso, senza cibo, senza acqua, senza calore, dovesse stare a guardare il giorno che cedeva il posto alla notte e la notte cedere il posto al giorno sapendo che il dono che Philippa gli aveva lasciato, e che Sybilla gli aveva tolto, poteva essergli restituito da una donna che non gli aveva augurato altro che disgrazie.
Non desiderava vivere. Come per la condizione della vita, anche la condizione della morte avrebbe dovuto dipendere da una scelta personale.
lungo tempo restò immobile ad ascoltare, gli occhi dilatati nell'oscurità verso la musica che Lymond, senza oppio e senza alcol, non aveva mai lasciato pervenire al suo orecchio.Le tempeste che ritardavano la Réal nel viaggio verso nord erano più imprevedibili. Dopo il quarto soggiorno in porto senza motivo il Conte andò a cercare il capitano e gli chise di rendere conto. Non si era accorto che il fratello si trovava sul ponte fino a circa metà delle spiegazioni ossequiose del marinaio, quando egli chiese amabilmente: -Quando è cambiato il vento?-
Il più riservato dei gentiluomini, che sembrava così fragile, non aveva fino ad allora attirato l’attenzione del capitano. –Come?-
-Quando è cambiato il vento? Sono trentasei ore che soffia a sud-sud-ovest, ma questa
mattina avete regolato l’albero di trinchetto già due volte. Siamo una nave scuola?-
-No-, rispose il comandante.
-…signore-, continuò l’altro.
-No, signore-, ripetè il comandante. –Soltanto onesti marinai che servono lealmente il propirio mestiere. È una nave vecchia e ha visto qualche battaglia. Bisogna tratarla con dolcezza.-
-Grazie-, ribattè il Gentiluomo. –Preferirei governarla. Ho il vostro permesso?-
Il capitano gli lanciò un’occhiata. –Non credo proprio che ai padroni piacerà, signore. Mi spiace. Ma forse voi e l’altro gentiluomo desiderate prendere il timone per un po’?-
-Vorreste prendere il timone per un po’, Conte?- chiese l’altro. Una domanda insignificante come tutte le conversazioni sostenute fino ad allora, nelle rare occasioni durante il viaggio in cui aveva cercato compagnia.
-No, a meno che non desideriate raggiungere Leith a nuoto-, rispose il Conte.
-Oppure, come la diabolica galea di ferro turca, filare per sempre sott’acqua. Si direbbe che la cosa pone certi problemi di governo.-
Alzò la voce solo di un poco, e la gettò a poppa. –M. le timonier? Bouge un peu, s’il vous plait. Et il faut larguer les voiles. Capitano?-
Il capitano era arrosito violentemente. –Signore, si può essere solo in uno a governare una nave.-
-Giustissimo. E voi gentilmente avete ceduto a me la vostra autorità per un giorno. Andate a dormire. Vi restituirò la nave prima di notte.-
A bocca aperta, il capitano si rivolse al Conte. –Farò io da garanzia- dichiarò quello con aria grave -Se scheggia il manico di un remo ve lo pagherò.-
Non era affatto sicuro che fosse una cosa saggia, ma sembrava essere quello che il Gentiluomo voleva e il fatto che volesse qualcosa era di per sé mportante. Si era accorto che il capitano, sebbene fosse stato scnfitto, si trovava ancora lì, sulla lunga rembata, a guardare. Poi, il Gentiluomo si avviò a poppa e voltandosi, le mani allacciate morbide dietro la schiena, esclamò: -Ecoutez, tout le monde…- e parlò con frasi brevi e trascinanti, mentre il dritto di poppa si inarcava verso il cielo e poi si sprofondava di nuovo nel mare appena dietro di lui.
Gli uomini vicino a lui ridevano, ma il Conte ignorava il gergo in uso sulle galee, e così non ne colse il senso. Capiva tuttavia, dal tono della voce di suo fratello, quando egli impartiva gli ordini e, aggrappato alla battagliola, osservava le file di uomini che andavano e venivano in un veloce scalpiccio di piedi nudi. Sopra la sua testa, con i piedi penzoloni, stavano facendo qualcosa agli imbrogli sull’estremità di un pennone. Il mare sibilava e la costa, grigia nella pioviggine, cominciò, sempre più rapidamente, a srotolarsi verso di loro.
Nel giro di un’ora la nave fu in assetto e non ci fu più nulla da fare.