spalle.
Ma non mi riuscì di turbare il suo incanto. Si mosse leggermente, gemette a contatto con la mia pelle, ma non interruppe il proprio sonno.
nonna (una vecchietta visionaria e simpatica che amava raccontare storie buffe e collezionare statuine), aveva un fratellino piccolo, Thomas, che lei chiamava Frodo in onore del più famoso degli hobbit, ed un amico immaginario il cui nome derivava da un'antica creatura mitologica, ma che da sempre si rifiutava di pronunciare per paura di offenderlo o di irritarlo con una cattiva pronunicia...
l'età le aveva ingiallite e spiegazzate qua e là.<<Homo Homini Lupus>>
CAPITOLO 1
In quel tempo ho vissuto i momenti peggiori della mia vita.
Arrestata senza un motivo valido, deportata lontano, in un carcere femminile a qualche giorno di diligenza dal mio paese, costretta a lavorare per un tozzo di pane duro ed un po’ d’acqua, con i miei occhi ho visto il dolore degli altri, con le mie mani ho accarezzato la disperazione, la tenerezza di chi ti guarda rannicchiato in un angolo e di chi non parla o parla troppo…In quel luogo, il mio compito era quello di pulire pavimenti, di disinfettare le latrine e di cambiare i letti dei malati. Non avevo contatti umani con nessuno se non con il direttore del manicomio. Definire umani i pazienti, poi, era molto al di là della mia immaginazione. I loro corpi, le condizioni in cui versavano, i loro occhi senza luce, le bocche spalancate, costantemente paralizzate in un gesto disperato: ho fame, ho sete, non farmi male, non guardarmi così, ho paura…Le loro mani che tremavano visibilmente quando docili le lasciavano sporgere oltre le sbarre per essere legati e lasciarti entrare per pulire il letto. I loro cuori che sussultavano con forza e con violenza ogni volta che qualcuno li avvicinava, li sfiorava, li osservava. Nella propria nudità e nel proprio terrore ognuno di essi si rendeva simile all’altro. Uomini, donne, giovani e vecchi a poco a poco finivano tutti per somigliarsi: le gambe lunghe, scheletriche, le braccia sottili, fragili, rese scure dal freddo e dure dallo sporco, dalla malattia; i loro volti scavati, ingrigiti, senza colore; gli occhi arrossati, annegati in un languore straziante di cui soltanto loro ne conoscevano l’origine.
Questa era la mia vita a quel tempo.
Sveglia. Lavoro.
Campana. Pranzo.
Campana. Lavoro.
Campana. Ritorno in carcere.
La mia esistenza, così come quella degli altri, era scandita da un susseguirsi di suoni acuti e striduli ad ognuno dei quali corrispondeva una cosa ben precisa.
Vivevo in un universo grigio e buio dove nessuno osava entrare se non per denaro o per costrizione. Un luogo dannato, senza memoria e senza ragione. Una prigione non scelta, non voluta, un luogo di schiavitù metafisica, di assenza, di non-vita.
Chiunque si trovava lì o era libero di fare qualunque cosa gli passasse per la testa, e allora faceva il sorvegliante o il medico, oppure l’unica libertà che possedesse era quella dello spirito, della mente, per quanto deviata e distrutta potesse essere, e allora era un paziente o un assistente, come me che non avevo bisogno né di cure, né di curare…
Un inferno. Il mio piccolo inferno personale dove ovunque si percepivano grida, pianti, disperzione.
Un inferno dove i dannati, i pazienti, venivano costretti alla solidutine più assoluta e alla follia. Già. Perché non tutti entravano nel manicomio per esigenza psichica: molti erano ladri, piccoli delinquenti rifiutati dal carcere ma che tuttavia dovevano essere rieducati, qualcuno aveva commesso gravi colpe (qualche ragazza adultera, qualche scolaro indisciplinato), altri si trovavano lì per volontà di terzi…
Come Nicholas, portato alla follia dall’odio e dalla cattiveria…
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?
Qualunque sia la risposta non ha più importanza…
Sono riuscito a rimediare questo pezzo di carta e questa matita
corrompendo una guardia…
Non so più nemmeno come si scrive…
Ogni lettera, ogni parola mi graffiano dentro e mi stringono la mente.
Ma non ha più senso…
Finché avrò la forza di scrivere il mio nome,
finché ricorderò come mi chiamo,
ricorderò me stesso e saprò chi sono…
Lavorare in un manicomio come quello non è facile. La presenza dei malati, i loro sguardi vacui e spenti, i loro sospiri ti seguono costantemente. In qualunque luogo, in qualunque momento della giornata, anche di notte quando ormai sei lontana, nel buio mentre cerchi di dormire, li avverti osservarti, li ascolti respirare dentro di te.
Era vietato avere contatti con i pazzi per quelli come me. Soltanto i sorveglianti, o i medici, o gli infermieri potevano. Perché è pericoloso, ci dissero, perché non si sa mai cosa può passar loro per la testa. Ma il giorno in cui conobbi Nicholas tutte queste verità divennero menzogne…
Era l’estate del 1870. Faceva un gran caldo. Era sabato, il giorno in cui i pazienti vengono portati nella stanza delle docce e costretti a lavarsi. Tenevo il conto dei giorni basandomi sulle mie abitudini di un tempo e sui miei ricordi, perché non c’erano calendari nel carcere e nel manicomio il tempo sembrava essersi bloccato nel passato.
Nicholas era l’ultimo. Non lo avevo mai visto prima (nei miei tre mesi e mezzo di lavoro era stato impossibile conoscere, anche solo di vista, tutti i pazienti) ma sapevo che si trovava in isolamento, in una parte della grande struttura grigia che io non avevo mai visitato.
Stavo pulendo le docce. I sorveglianti che avevano portato dentro il ragazzo non si erano accorti della mia presenza, così mi ero accovacciata in un angolo, in attesa che se ne andassero.
Ricordo di esser stata colpita dalla sua bellezza. La sua immagine è ancora viva nella mia mente nonostante siano passati quasi venti anni…Ricordo i suoi lunghi capelli ramati, i suoi occhi viola che si muovevano fulminei qua e là per la stanza, quel corpo esile e slanciato, emaciato per un qualche motivo assurdo, pieno di lividi e piagato qua e là. Ricordo le sue nudità, le sue intimità violate con così tanta superficialità dai sorveglianti che si divertivano a giocare con lui, incapace di difendersi, quelle stesse nudità che mi avevano fatta sentire strana, che, per la prima volta, avevano suscitato interesse in me per un uomo molto più giovane di me.
Aveva diciotto anni e probabilmente già allora la sua mente non era più in grado di fargli comprendere cosa gli stessero facendo.
Strillava, rannicchiata nel mio nascondiglio potevo vederlo contorcersi mentre due nerboruti gli legavano le braccia sul braccio della doccia e spingevano con forza sotto un getto d’acqua troppo caldo. Lo vedevo, da lì, vedevo il vapore bollente che usciva dalla cipolla e che gli si abbatteva sulle spalle e sulle natiche nude, facendolo gemere e muovere velocemente, a scatti.
Non parlava. Non diceva mai una parola. I medici le avevano tentate tutte per cavargli di bocca anche solo una frase, ma non avevano ottenuto nulla. Chiuso nel suo silenzio e nella sua solitudine, Nicholas nascondeva i suoi segreti e a nessuno era dato di penetrare quella barriera invisibile dietro la quale si celava la verità. Solo ogni tanto, sui muri della sua cella, i sorveglianti scoprivano un scritta. Il suo nome, per lo più, la sua data di nascita e qualche pensiero. Niente di importante, comunque, non per i medici.
-Sta’ fermo…- i sorveglianti lo frustavano con asciugamani bagnati, gli tiravano indietro il viso, tirandolo verso il getto d’acqua bollente. Lui gridava, ingoiava acqua, tossiva, talvolta scalciava, ma senza risultati. Un enorme donnone di mezza età gli passava sull’addome una spugna ruvida, struffando e grattando quasi con violenza lo sporco dalla sua pelle. Un altro si occupava delle gambe e dei genitali, colpendolo con forza ogni volta che i suoi movimenti si facevano troppo scattosi e ne impedivano l’operato. Un altro ancora (erano in quattro) gli grattava la testa, tenendola ben salda sotto l’acqua e spostandola qua e là a seconda delle reazioni del ragazzo.
In tutto questo, sotto ai miei occhi, nessuno di loro si era preoccupato di usare la delicatezza necessaria per trattare un corpo piagato, né avevano proposto di lasciarlo fare da solo.
Quando fu il momento, chiusero l’acqua calda e lo lasciarono quel qualche minuto inerme sotto un possente getto gelido che lo fece gridare ancora di più.
Poi, quando finalmente si furono stancati, chiusero i rubinetti e se ne andarono ad asciugarsi.
Nicholas rimase solo, nella stanza delle docce, solo con me…
29 Febbraio 1852
Nicholas:
Rividi Nicholas qualche settimana dopo, quando mi chiesero di cambiare un letto sporco nel reparto isolamento. Era rannicchiato in un angolo della cella con i polsi legati stretti, uno da una parte uno dall’altra di una sbarra. Si era seduto in modo tale da potermi osservare con quei suoi occhi strani, da gatto, che si aprivano e si chiudevano a seconda dei miei spostamenti. Teneva le labbra serrate. Si mordeva quello inferiore. Niente più ninne-nanne silenziose.
Sentivo il suo sguardo trapassarmi la schiena. Lo avvertivo respirare lentamente, profondamente, quasi senza muoversi.
Fingevo di ignorarlo. Non volevo incontrare ancora la sua sofferenza…
Mi dava fastidio, poi, che dovessero legare i malati per farmi lavorare. Era assurdo…non avrebbero mai reso danno a nessuno se non a se stessi, con le loro debolezze, con i loro corpi deformi e stremati.
Silenziosa, sfilai le lenzuola sporche, le ammonticchiai in un angolo della cella e mi preparai a mettere quelle pulite. Stesi con cura il coprimaterasso e mi affrettai a cambiare la federa. Gli occhi di Nicholas non si spostavano, restavano chini su di me, non mi abbandonavano. Questo suo comportamento mi rendeva nervosa, mi agitava. Era come essere sotto continuo giudizio, come se fossi nuda e non potessi far nulla per coprirmi. Era attento ad ogni mio movimento, scrutava le mie mani con insistenza, mentalmente contava il tempo che impiegavo nel mio lavoro.
Alzai lo sguardo sul muro, esasperata ed imbarazzata. L’attenzione cadde su un disegno stilizzato. Ricordava un bambino, un uomo e una donna, una famiglia forse, la famiglia di Nicholas. Accanto c’erano scritti il suo nome e una data, quella di nascita presumo.
Ma poteva essere veramente pazzo uno che ricordava così bene la propria data di nascita?
Continuavamo a restare confinati in mondi separati, ognuno internato nella propria solitudine, in silenzio. Lui, legato alle sbarre della cella come un cagnolino al guinzaglio. Io, che non sapevo cosa fare né come farlo.
Sospirai. Quella presenza così asfissiante mi rendeva incapace di continuare il mio lavoro. Sistemai il letto alla buona e mi voltai. Al suo sguardo perplesso risposi con un sorriso amichevole. Non si aspettava una simile reazione da me, si vedeva.
-Che cosa fai?- chiesi allora con dolcezza, come parlando ad un bimbetto sdentato –Mi guardi, tesoro? Non ti piace come rifaccio il letto?
Restò in silenzio. Nella sua mente non balenò affatto l’idea di aprire bocca e rispondere. Non parlava. Non mi avrebbe mai potuto dire nulla. Chinò la testa come offeso e la scosse lentamente, nascondendosi dietro le braccia. Aveva paura…
Mi faceva tenerezza. Era solo contro il mondo e solo contro se stesso…
Mi avvicinai sinuosamente, senza compiere gli scatti che avrebbero potuto spaentarlo, mi cucciai davanti a lui e gli poggiai una mano tra i capelli, morbidi e sottili. Ma, non appena lo sfiorai, si tirò indietro. I suoi occhi s’infransero nei miei.
Si mosse finché non mi costrinse a tirare via la mano. Sembrava furioso. Gli tremavano le labbra e gli occhi saettavano qua e là senza sosta.
Scossi la testa e feci per andarmene…
In risposta, lui incrociò la sua gamba sulla mia e per poco non mi fece cadere. Mi voltai di nuovo nella sua direzione per chiedere spiegazioni ma aveva le lacrime agli occhi e non osai aprire bocca. Ogni reazione si congelò a quella vista.
Aprì le labbra come per dire qualcosa, ma non produsse suoni. Si mosse verso le sbarre come per farmi spazio.
Voleva che sedessi accanto a lui…
Ubbidii e con la testa si abbandonò sulla mia spalla, posandomi la bocca sul collo e ricominciando a mugugnare e a singhiozzare chetamente. Sentivo le sue lacrime colarmi sulla giugulare, scivolandovi delicamente sopra. Le sue spalle sussultavano tranquillamente, a ritmo quasi regolare. Respirava e singhiozzava. Singhiozzava e respirava.
Senza possibilità di scelta, chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare nella sua disperazione. Annegai.
Non sapevo perché si comportasse così. Era la seconda volta che lo vedevo e, forse non lo avrei neanche mai più rivisto quel ragazzo che tanto dolcemente si era abbandonato alla mia clemenza e alle mie braccia.
Mi godetti quel momento immaginado la scena: una donna e un ragazzo accoccolati l’uno all’altra, una madre ed un figlio che si stringevano teneramente in un abbraccio che per sempre sarebbe rimasto sulla pelle dell’uno così come su quella dell’altra, cercai di non pensare al luogo che ci accoglieva, a quel limbo terribile dove non esistevano né tempo, né pietà e, per qualche istante, pensai che la creaturina indifesa che mi fremeva addosso, che tranquillamente si sfogava sul mio petto, fosse un angelo caduto dal cielo e non un dannato arso vivo dalle fiamme dell’inferno.
Accoccolati a quel modo eravamo un’unica cosa, un unico corpo ed un unico mondo…
Nicholas si raddrizzò di scatto e si raccolse ancora di più in sé, le ginocchia strette contro il costato, il viso nascosto.
Io lo baciai sulla testa e lo accarezzai. Poi, diedi un’ultima sistemata al letto ed uscii.
Una volta slegato, lo vidi correre verso il letto, salirci sopra e graffiare con le unghie qualcosa sul muro…era di nuovo solo…
Non riuscivo a stargli lontana. Pernsavo a lui ogni momento, anche quando, in carcere, mi distendevo sulla mia branda, e non sapevo perché…non riuscivo a capire: che cosa aveva di diverso lui da tutti gli altri malati? Perché mi aveva colpita così tanto?
Nicholas:
CAPITOLO 5
La cosa terribile fu scoprire, qualche mese dopo, il motivo per cui non riuscivo a stare lontana da quel ragazzino. Devo ammettere che, anche a distanza di tutti questi anni, ancora di notte, quando sono sola e mi abbandono ai ricordi, mi ripugna ciò che ho fatto e ciò che ho provato. Avevo bisogno di amore, di un punto fisso intorno al quale far ruotare tutta la mia vita, una certezza, per quanto effimera potesse essere, la certezza che almeno qualcuno attendeva me, che per quella lurida vita ci fosse uno scopo…
Il giorno in cui il mondo mi crollò addosso lo ricordo ancora: vivido nella mia mente è soprattutto il ricordo di Nicholas, di quei suoi bellissimi occhi senza luce che mi osservavano senza comprendere, che continuavano a vedermi come un qualcosa di dolce, di amabile, quando in realtà non ero altro che un mostro, una bestia, la peggiore tra tutte quelle che si trovavano al manicomio, la più orribile e perversa.
Il ragazzo era in isolamento. Per punizione a non so quale terribile crimine, il direttore aveva deciso di portarlo in una stanza buia, senza finestre, senza letto, senza latrina, un luogo minuscolo e malsano in cui sarebbe stato costretto a restare per tre giorni.
Niente cibo. Niente acqua.
Solo lui. Lui con se stesso e con la sua follia.
Dovettero trascorrere due giorni prima che le sue grida giungessero alle mie orecchie. Ovvio: aveva fame e voleva bere. Non avrebbe dato pace a nessuno se non gli avessimo dato quello che senza parole chiedeva.
Andai lì di nascosto. Rubai le chiavi della stanza ad una guardia che dormiva: non avevo nulla da perdere, ero già nei guai fin da prima di cominciare a lavorare lì dentro ed avrei fatto di tutto per aiutarlo…
Lui era in piedi, in un agolo. Picchiava il muro con un pugno, ormai sanguinante, mentre con l’altra mano incideva l’intonaco, graffiandolo con l’unghia del pollice.
Non si accorse di me quando entrai: la stanza era avvolta nell’ombra ed il suo corpo nudo ed esile si stagliava bianco contro la parete di fondo sulla quale era poggiato.
Lo avvicinai. Gli sfiorai la nuca.
I capelli si mossero lentamente in un fruscio delicato che anticipava il furore distruttivo degli occhi. Il respiro rimase calmo, pesante come sempre.
Nicholas si voltò leggermente verso di me. Il fascio di luce che mi ero lasciata alle spalle gli illuminava un piede. Mi voltai e feci per chiudere la porta.
Lui mi bloccò, afferrandomi per un polso e stringendolo con forza. Gemetti. Per quanto debilitato e giovane, era pur sempre un uomo e la sua stretta iniziava ad essere poderosa. Il mio polso si perse nella sua mano grande e fredda. Senza opporre resistenza, lo lasciai portarsi la mia mano alle labbra. Lo lasciai baciarmi le nocche e poi la punta dell’indice. Soltanto alla fine, quando ebbe fatto tutto ciò che aveva da fare, Nicholas mi lasciò andare e mi permise di chiudere la porta.
Allora restammo soli e fu lì che iniziai ad espiare la mia vita.
Senza rendermene conto, con lui docile che si abbandonava facilmente alle mie cure, non mi fu difficile commettere il mio delitto.
Nicholas era innocente. Era inviolabile. Era incapace di proteggersi e di volere. Io lo sapevo, ma non feci nulla per contrastare la furia di quel momento.
Rannicchiato sul mio grembo, nudo come la madre lo aveva generato, con il corpo esposto a qualunque volontà, offriva uno spettacolo di rara bellezza. Le sue fattezze, per quanto distrutte e trasformate dalla malattia che gli attenagliava la mente, erano meravigliosamente equilibrate e ben proporzionate. I suoi lineamenti, il disegno che creava mettendosi naturalmente in determinate posizioni facevano crescere in me una strana sensazione che non riuscivo a frenare.
Lo amavo, quel ragazzino. Lo volevo…
E fu così che, priva di ogni razionalità mi abbandonai al diavolo e mi lasciai strappare via l’ultimo briciolo di dignità che mi era rimasto.
Iniziai con una carezza innocente. Le spalle, le gambe erano ferite: volevo solo alleviare la sua sofferenza. Poi il ventre: era affamato ma io non avevo cibo con me. Le braccia, tese in avanti, abbandonate morbidamente sul pavimento gelido sul quale eravamo distesi. Sfiorandolo, lo convinsi a voltarsi. Gli baciai il viso, gli occhi velati dalle palpebre molli, la punta del naso, la fronte.
In tutto questo, lui non lasciò mai trapelare fastidio o timore: si fidava di me e faceva male a farlo.
Arrivai alle labbra per ultime. Chissà quanto tempo era passto dall’ultima volta che le aveva schiuse per pronunciare una parola. Le aprii con le mie, vi intrufolai dentro la lingua.
Nicholas restava calmo, incapace di fermarmi e di comprendere.
Coccolandolo, scivolai con la schiena a terra e lo portai sopra di me.
Sentivo il suo peso gravarmi sul ventre. Il suo bacino premere delicatamente contro il mio. Con la mano percorsi la curvatura della sua schiena. Lui teneva la testa poggiata sul mio petto, respirava lentamente: non si rendeva conto di chi fosse il mostro, tra noi due, non capiva che gli stavo carpendo la sua innocenza, che gli stavo portando via l’ultima luce pura che gli brillava dentro.
Dal canto mio, per quanto disgustata da quanto stavo facendo, io non riuscivo a smettere. Con la mano trovai le sue natiche: ne strinsi una e lasciai che fosse lui a ribellarsi. Ma non lo fece ed io non ebbi più modo di sottrarmi al mio destino.
Poteva essere mio figlio, mi ripetevo, era così giovane, ma più cercavo di pensare a questo più sentivo dentro di me crescere il desiderio di quell’incesto.
Nicholas scambiava le mie carezze per carezze d’affetto, le mie attenzioni, per lui, non erano nulla di diverso da quelle di una qualunque donna avesse mai conosciuto. Probabilmente conosceva già l’esito di quanto avevamo inziato: forse qualche infermiera facile o, peggio ancora, qualche sorvegliante, gli avevano fatto provare prima quella sensazione. Ma per me era diverso. Con la maledizione della razionalità, io ero in grado di afferrare la gravità delle mie azioni, anche se, da qualche parte nel mio cuore, desideravo che continuassero.
Mi sollevai la gonna e gli offrii il mio corpo. Nicholas mi prese senza tante cerimonie. Non sapeva cosa faceva e non sapeva come fermersi. Mi penetrò con la violenza di chi è inesperto, ma non contribuì a null’altro. Restava docile come un agnellino tra le mani dell’orco cattivo. Silenzioso, impassibile, mentre lo toccavo e lo baciavo.
Non aprì mai le labbra. Né per gemere, né per lasciarsi sfuggire un qualunque altro suono.
Sembrava senza vita. Un pupazzo nelle mie mani…
Gli occhi chiusi, il corpo immobile. Se almeno avesse cercato di contrastarmi o di compiacermi, almeno mi sarei sentita meno schifosa, più umana.
E, invece, no. Invece restava quieto nel suo mondo, al di là di quello reale, indiefeso come un bambino imprigionato nel corpo di un uomo.
Durò troppo perché troppo tempo impiegai per ritornare in me e per realizzare quella mostruosità. Non appena lo feci, mi liberai del ragazzo e scappai fuori. Non persi nemmeno tempo a risistemarmi. Mi sentivo orribile e forse lo ero veramente perché, nel mio piccolo, avevo contribuito ad uccidere un essere dotato di vita propria, senza ucciderlo fisicamente.
La strada di Nicholas, da quel momento in poi, non fu che in discesa.
I
TORTUGA, 27 MAGGIO
Come un corvo, avvolto nel suo mantello nero, lo straniero attraversava a grosse falcate la banchina instabile del porto. Sotto i suoi piedi alcune assi producevano un suono poco rassicurante, ma nulla lo avrebbe distolto dal suo intento, quella notte.
C’era la luna.
Le stelle si riflettevano a migliaia sul manto piatto e buio della superficie del mare.
E lei, la Perla Nera, era lì a schermarle e a creare una pozza scura nell’acqua salata e fredda di fine maggio. Lì, sola, facilmente abbordabile, maestosa e minacciosa, si ergeva l’ultima minaccia pirata dei Caraibi.
E il suo obbiettivo.
Scivolando nell’ombra come un pericoloso serpente velenoso, lo straniero non ebbe difficoltà alcune ad introdursi sulla vecchia ma solida nave e da lì, dal ponte, senza faticare o dover usare il fine pugnale che stringeva in mano, entrò nella stiva e, di conseguenza, nel piccolo ripostiglio oscuro dove il capitano nascondeva il rum.
II
La nave solcava veloce, sospesa sulle acque azzurro-verdi dell’oceano mattutino come un sogno sulle ali del vento. La Perla Nera, temibile nave dalle vele nere, s’incamminava verso il filo lontanissimo dell’orizzonte lasciandosi alle spalle il rumoroso e caotico porto di Tortuga. Un movimento elegante il suo che sembrava ripetersi all’infinito adagiato morbidamente sul frangersi delle onde.
A bordo, tra il gozzovigliare allegro della ciurma appena sveglia, le risa, i rumorosi litigi del signor Gibs con una scimmia dispettosa imbarcatasi clandestinamente durante l’ultimo viaggio, un canto meccanico si espandeva sul ponte.
“Pirati, corsari…gran bucanieri,
yoh-oh,
beviamoci su!!!”
Veniva dall’alto, dal tetto della cabina del capitano, dove un pappagallo zampettava allegramente in su e giù.
-Signor Pappagallo Cotton!- la voce che lo richiamò all’ordine era una voce brilla, bella e limpida, per quanto quest’ultimo termine possa essere indicato –Questa è la mia canzone!- e Jack Sparrow, pardon…il capitan Jack Sparrow saltò giù verso il timone con un movimento tanto agile quanto incerto e traballante.
In una mano stringeva una bottiglia di rum mezza vuota dalla quale, a intervalli irregolari, prendeva un lungo sorso, gettando la testa indietro ed alzando, per bilanciamento, il braccio. Nell’altra, uno stinto cappello a tre punte svolazzava a destra e sinistra in un eloquente gesto di saluto alla ciurma.
-Salve a tutti!- Jack Sparrow gettò il busto leggermente indietro ed alzò gli occhi al cielo. I lunghi capelli scuri, raccolti in spessi cordoni sotto una bandana rossastra, ondeggiarono e le perle produssero un delicato, quasi sordo, tintinnio colorato.
-Salve Jack!- rispose il signor Gibs e la scimmia, sentendosi chiamata in causa, si voltò a guardarlo –Non tu, rognosa bestiacca, l’altro Jack!
Ma l’animale se ne risentì e, con uno slancio, fu addosso al vecchio pirata.
Sparrow sorrise e si diresse, molleggiando sulle lunghe gambe, verso il timone…già occupato da qualcun altro. Contro il riflesso del sole, un largo cappello con una lunga piuma ad un lato non poteva appartenere che ad un unico uomo sulla nave…
-Barbossa!- sbottò il capitano non appena fu sicuro dell’entità dell’altro –Sbaglio o questa è la mia nave?- e lanciando un laconico sguardo verso l’alto si avvicinò, inciampando, al timone per prenderne il comando e scacciare l’intruso.
Barbossa si voltò verso di lui: -A davvero? E come mai non sei al timone, allora, capitano?- rispose con una voce nasale. Gli occhi brillanti e grigi come le profondità di una grotta piena di dobloni d’oro.
A quelle parole, Jack Sparrow aggrottò le sopracciglia scure e fece una smorfia. Sul suo volto dai vaghi lineamenti cherokee, si poteva benissimo leggere un leggero sentore di risentimento. La domanda suonava piuttosto derisoria: -Ci stavo giusto andando, guarda un po’!- e, dandogli una spinta verso destra, lo allontanò e prese ad accarezzare il timone.
Ma era fin troppo difficile costringere un capitano a non essere capitano.
-Jack Sparrow…io…
-Capitan Jack Sparrow, prego…
Ma a quel punto, Barbossa era talmente fuori di sé che lasciò cadere l’argomento e si allontanò a grandi passi verso la sua cabina, sbuffando e gridando ordini a chiunque gli fosse a portata di mano.
-Che cosa avete da guardare lurida massa di cani? A lavoro!

III
Alle undici del mattino il rum venne a mancare. La bottiglia dalla quale Jack Sparrow attingeva ogni tanto era definitivamente senza più una goccia di prezioso liquore e questo, si, poteva rendere il capitano un tantino più accigliato e scorbutico.
Dopo quasi dieci minuti di astinenza –una vera eternità se si è in giro in mezzo all’oceano, poco tempo se si è davanti a un bel camino in una bella casa- il pirata abbandonò la sua postazione e scese nel ripostiglio della stiva.
La nave era grande e perciò impiegò parecchio tempo a percorrere la distanza che lo separava dalla piccola stanzetta buia, tempo che impiegò ad ispezionare superficialmente le varie falle e i vari buchi che avevano permesso all’acqua di entrare nelle parti più nascoste della Perla Nera.
“Yoh-oh…yoh-ho…
la spada, il corvo…il mare”
Non fece caso ai molti scricchiolii del legno, né all’odore di muffa che proveniva da una vecchia botte, probabilmente vuota, di vino francese.
Proseguì per la sua strada, barcollando leggermente a destra e a sinistra e stringendo gli occhi scuri nei punti più bui della stiva.
Poi, finalmente, vide la stretta porticina del ripostiglio e, pescando nelle tasche della lunga giacca di pelle stinta, tirò fuori una piccola chiave arrugginita che infilò nella serratura.
I cardini non fecero molta resistenza e, in un batter d’occhi, Jack Sparrow fu dentro.
-Perché il rum finisce sempre?
IV
“Yoh-oh…yoh-ho…
la spada, il corvo…il mare”
La voce del capitano irruppe nel suo sonno silenzioso. Sobbalzando impercettibilmente dalla botte di legno sul quale era appollaiato, lo straniero spalancò gli occhi e strinse ancora di più la piccola lama nella mano. Il respiro quieto, ben controllato, non tradì la sua presenza nel ripostiglio, così come non lo fecero i suoi movimenti lesti e assolutamente sordi.
C’era poca luce, ma era più che sufficiente per quello che aveva da fare, poi…
Nascondendosi dietro alcune casse e bottiglie impolverate, lo sconosciuto osservò per qualche secondo l’uomo appena entrato, spiando di sottecchi la via che questi aveva fatto nella speranza che nessuno lo avesse seguito.
La porta era stata lasciata aperta.
Il pirata, dunque, aveva ancora una via di uscita, una via per una fuga che non avrebbe mai potuto permettersi. E così, mentre questi impegnato nell’ardua scelta tra due bottiglie di rum –una bombata nel fondo, l’altra dritta- fissava contro luce il liquido marrone, si mosse lentamente verso la porta.
Fu lì che compì il suo primo errore: nella sua ignoranza in fatto di navi, non aveva calcolato che i cardini arrugginiti sono difficili da chiudere.
La porta si chiuse con un leggero tonfo e, nonostante tutti i tentativi di mascherare l’acuto fischio che aveva prodotto, il capitano si voltò, incuriosito.
E non vide nessuno.
-Signor Gibs?- chiese al buio male illuminato da una piccola lanterna.
Ma neanche una voce si prese il disturbo di rispondere. L’intruso aveva trovato un improvviso riparo dietro uno scaffale e Sparrow tornò al suo intento precedente.
-Umm…vediamo…questa sembra più artistica, più…rotonda- girò il viso dall’altra parte –bleh! Questa, invece, sembra scivolosa, troppo dritta…-
Si perse nei suoi pensieri e lì rimase, fintanto che…
-Jack Sparrow!- una voce limpida, maschile, lo costrinse a riprendere la via verso la porta.
Jack se ne risentì: -Capitano Jack Sparrow, capitano…- sussurrò e, facendo dietro front, si ritrovò puntati addosso due occhi chiari, minacciosi e freddi.
E un pugnale d’argento di splendida fattura.
V
La piccola lama finemente decorata con spirali dorate e sottili ghirigori, luceva in quella minuscola stanza come se possedesse una luce propria, riflettendo quasi da specchio gli occhi gelidi di chi la brandiva con tanta noncuranza.
Jack Sparrow fissò entrambi con gli occhi spalancati.
-Tu non mi sembri il signor Gibs…- disse, inclinando il collo da un lato e fissando lo straniero come se volesse squadrarlo dalla testa coperta dal mantello ai piedi nascosti dal buio –A meno che tu non abbia perso trent’anni in trenta minuti…il che…
-Zitto!- la voce era autorevole e curata. Il tono aspro celava la delicatezza del volto –Zitto se non vuoi che finisca il mio lavoro prima del tempo!
Il capitano approntò un sorrisetto sbieco: -Mio caro, sia dia il caso che io sono il capitano Jack Sparrow e che tu…- avrebbe voluto continuare dicendo “ti trovi sulla mia nave, la Perla Nera” ma non fece in tempo, perché una mano spazientita, dal nulla, sbucò verso il suo volto e lui riuscì a malapena ad evitare il pugnale che puntava dritto al suo collo.
Il pirata si scansò da un lato e, prendendo l’altro alla sprovvista, si avventò contro di lui brandendo una fragile bottiglia di rum. Ma lo sconosciuto fu talmente veloce a muoversi, per quanto sorpreso fosse, che questa s’infranse su un vecchio scaffale di legno poco distante in un rumore di vetri rotti e schizzi di liquore.
-Che ignobile spreco!- sbraitò il capitano, osservando il lungo mozzicone di bottiglia rimastogli in mano con sguardo affranto –Ti appenderò all’albero maestro per questo, ragazzo!
E si voltò verso l’intruso e, di nuovo, fu colpito dalla luce sprigionata dai suoi occhi quasi inumani. L’altro scoppiò a ridere, una risata divertita e controllata.
-A meno che tu non faccia la sua stessa fine!- esclamò, poi sfoderò una piccola spada dalla lama leggera e rifinita e la puntò verso il suo avversario.
Sparrow sorrise. Quella scena l’aveva già vista da qualche parte.
-Ti sembra saggio incrociare la spada con un pirata?- domandò, andando a sua volta alla ricerca del codolo che gli pendeva ad un fianco.
-Hai forse paura che giochi sporco? Non temere: conosco tutte le tue mosse…ti ho studiato bene, sai…non temo più nulla…- e così dicendo, iniziò lo scontro.
Dopo un primo affondo, lo straniero dagli occhi di ghiaccio si spostò sulla destra, evitando per un soffio il fendente che il pirata si era apprestato a scagliargli contro.
Erano entrambi perfetti spadaccini, con tecniche diverse, si, ma con lo stesso carattere aggressivo e poco incline alla difesa.
-Bel gioco di gambe, ragazzo! Mi stai forse sfidando perché ti ho rubato la donna?- il rumore dell’acciaio che si infrangeva contro l’acciaio, creando scintille colorate tra i due contendenti, non confondeva nessuno dei due spadaccini. Ma nel parlare, Jack Sparrow aveva commesso un errore…
-Lei …- gli sibilò ad un orecchio lo sfidante, inaspettatamente sbucatogli dietro come dal fondo della nave –lasciala dov’è! Sta’ zitto e combatti!- e mollò un altro fendente, e stavolta colpì Sparrow, ferendolo di striscio ad una mano.
Il pirata si fermò un istante per esaminare il danno: portò l’arto davanti agli occhi e mosse le dita, osservando il sottile rivolo di sangue che scendeva dal dorso: -Mm…interessante…mi auguro per te che questo non sia il massimo che puoi fare!
Ma l’altro non si lasciò sfuggire l’occasione ed attaccò di nuovo, senza però avere risultati.
-Non temere, Sparrow, la prossima volta non sarò così clemente!- e il combattimento ricominciò nel caos di bottiglie che cadevano a terra e rum che macchiava stivali e pantaloni.
L’Assassino si prostrò dinnanzi all’uomo che lo aveva battuto al duello. Poggiò le labbra mascherate dalla ceramica sugli stivali dell’avversario ed implorò per quella pietà che non aveva mai concesso a nessuno. Dalla sua gola, uscirono soltanto tre parole, strascicate, tremanti. Nient’altro. Non ebbe né un sussulto, dettato dal timore della morte, né altro fremito. Si era già abbassato abbastanza per la sua vita.
“No, nessuna pietà” si ripeté dentro il vincitore. Aveva promesso la testa dell’Assassino a sua moglie, poco prima che gli morisse tra le braccia, trafitta da quella spada nemica senza un volto.
Il Re aveva addestrato lui stesso quell’animale. Gli proibiva affetto. Gli proibiva conforto. Ed ora, lo aveva spedito dinnanzi al Giustiziere, ora, che la sua vendetta era compiuta, ora che non gli serviva più. Nessuno conosceva il volto dell’Assassino, pochi avevano udito le sue parole, molti avevano tentato di ucciderlo…
-No,- esclamò il vincitore, tirando su la testa del vinto con violenza –nessuna pietà per chi non ne ha mai concessa!- e, così dicendo, inflisse una ferita mortale al costato dell’Assassino.
Egli non si lasciò sfuggire nemmeno un gemito. Chinò ancora la testa e crollò su un fianco, permettendo al Giustiziere di calciarlo al ventre, al petto, all’addome.
Fu allora che il Re si alzò dal suo trono d’oro e pietre preziose. Batté le mani con fare soddisfatto. Finalmente, ciò per cui aveva lavorato tanto, si stava per compiere. Alzò il braccio sinistro per pretendere il silenzio e scese giù, nell’arena dei combattenti, dove il suo allievo preferito stava morendo.
-Ben fatto!- esclamò in faccia al Giustiziere, ridendo sia con gli occhi che con le labbra –Hai ucciso senza prima sapere chi fosse la tua vittima! Complimenti!
L’uomo lo fissò, senza capire, mentre l’altro gli sfilava di mano il pugnale e si chinava sulla sua creatura agonizzante. Gli strappò via dal volto la maschera di ceramica. La lanciò lontana, verso la regina in lacrime.
Il Giustiziere spalancò gli occhi. No, non poteva essere. Era impossibile…
L’Assassino si contorceva sotto di lui. Il suo viso fin troppo giovane sfigurato da una sottile ragnatela di emozioni che andavano dalla paura, al dolore, all’innocenza.
Un ragazzo?
Solo un ragazzo?
Non avrebbe mai potuto fare tutto quello che aveva fatto. Eppure…
-Sono un buon modellatore!- si rifece il Re, posando il pugnale su quella gola sottile, pallida, che tremava al tocco delle sue dita pesanti –Posso prendere un ragazzo qualsiasi, insegnargli cos’è l’odio, precludergli qualunque via d’amore e trasformarlo in una macchina senza sentimenti!
Ma il Giustiziere continuava a non capire. Non riusciva a smettere di fissare quel volto stremato dal dolore, quegli occhi chiari, offuscati dall’orrore.
-Pietà, signore, pietà!- l’Assassino implorò una seconda volta, poi una terza ed un’altra ancora. Aveva paura. Provava l’unica sensazione che era riuscito ad infliggere alle sue vittime. Possibile?
Il Re lo ignorò del tutto, non gli interessava concedergli la grazia che chiedeva. Doveva morire. Doveva morire fin dall’inizio. La sua vita era stata già pianificata…
-Devo confessarti, però- continuò, spiegando al Giustiziere la fitta rete di inganni che aveva intessuto appositamente per lui –che questa volta non mi sono limitato ad un ragazzino qualunque!- sorrise ed accarezzò i capelli rossi dell’Assassino –Non è vero, Dehnian?
Il ragazzo si mosse leggermente nel sentir nominare il suo nome. Gemette e chiuse gli occhi per pochi istanti. Ansimava. Faceva fatica a respirare.
Dehnian?
No, per favore no!
Il Giustiziere spalancò le labbra, come per ribattere, ma aveva la gola secca e non sapeva cosa dire.
Dehnian?

Il ragazzo continuò a fremere. Il Re continuava a tenergli la testa gettata tra le spalle. Il pugnale continuava a serrargli la gola, minaccioso ed impavido.
No, per favore no!
-Hai dato ad una bestia il nome di mio figlio per umiliarmi?- la voce del Giustiziere tuonò al di sopra dei lamenti del giovane.
-Gli hai dato tu questo nome- sorrise il Re, compiaciuto –io gli ho solo dato uno scopo nella vita!
-Lui non è mio figlio!- gridò, le lacrime agli occhi –Mio figlio lo hai ucciso tredici anni fa!
-Tu credi?
Il sovrano infilò la mano sulla camicia del ragazzo e la strappò all’altezza dell’ombellico. Dehnian gridò quando le dita si soffermarono sulla ferita e si spinsero al suo interno.
Il Giustiziere lo fissò incredulo. Poco prima che il ventre incontri l’inguine, sulla pelle dell’Assassino spiccava un tatuaggio, un drago, per la precisione, un simbolo.
L’uomo spalancò gli occhi. Il cuore gli si ruppe in mille pezzi. Quel disegno…il bambino-Dehnian lo stringeva tra le mani l’ultima volta che lo aveva visto, poco prima che la sua casa venisse distrutta e la sua vita cambiasse radicalmente. Era l’unico ricordo che il ragazzo aveva serbato di sé, l’unico oggetto che congiungeva il suo passato, con un futuro angusto e travagliato.
In un istante cercò di muoversi, di strappare l’Assassino-Dehnian dalle braccia di quello che chiamava Maestro, di riprendersi quel figlio che tanto atrocemente avevano educato, quella macchina che pochi minuti prima voleva uccidere.
Non ci riuscì…
Il Re si lasciò andare in una fragorosa risata, mentre il giovane, sotto di sé, avvertiva ciò che gli stava per accadere. Il pugnale, gli premette ancora di più sulla gola.
-No, vi supplico, no!- riuscì a gridare con tutto il fiato che aveva in corpo, contorcendosi tra le braccia dell’unico uomo che si era preso cura di lui e che, ora, lo ghermiva come un avvoltoio con un coniglio, pur di ostacolare un estrema, disperata fuga –No! Per favore!
Le parole inciamparono nel sangue. Di loro si udì a mala pena un gorgoglio.
Le sue preghiere non furono ascoltate, né prese minimamente in considerazione.
Con un sorriso di trionfo sul volto, il Re sfregiò il viso del ragazzo. Le carni cedettero all’altezza dell’occhio sinistro, l’iride color ametista venne squarciata a metà. Dehnian lanciò un ennesimo stridio: -No!
Nel giro di pochi secondi la bocca gli si riempì del suo stesso sangue, minacciando di soffocarlo.
Dehnian tossì, sputò, tossì di nuovo cercando disperatamente di resistere. Qualcuno gridò il suo nome: il Giustiziere tentò nuovamente di strapparlo da quella morte assurda, dalle braccia del Re, tirandolo per una gamba.
Ma l’altro uomo non desistette. Gli tappò la bocca con una mano, gli spinse la testa ancora più indietro, scoprendo il collo vulnerabile e terribilmente sottile.
Dehnian gemette, diede uno strattone al suo Maestro. Dall’unico occhio iniziarono a colare lacrime. Il freddo lo assalì.
-Muori da eroe, Assassino!- sibilò il Maestro, compiaciuto.
-No!!!- la paura, l’orrore, lo strazio lacerarono lo sguardo fisso di Dehnian. Il ragazzo cercò di ribellarsi, ancora. Ma l’avvoltoio vinse sul coniglio. Il pugnale vinse sulla pelle sottile. Bastò un semplice movimento del polso e un fiotto di sangue schizzò verso il vuoto. Verso il Giustiziere. Verso il Padre.
Il giovane Assassino si accagliò tra le braccia del suo amato Maestro. Non un solo sibilo, gemito o gorgoglio uscì dalle sue labbra insanguinate e definitivamente serrate. Le mani piccole, dalle dita lunghe ed affusolate, crollarono sul terreno polveroso.
La notte si impossessò dell’unico occhio, quando da questi ne uscì una sottilissima lacrima.
Il drago scuro sul ventre ebbe un lievissimo sussulto. L’ultimo.
-No!!!- gridò la regina, scendendo dagli spalti alla ricerca di quel fanciullo che era stato suo.
-No!!!- ripeté il Giustiziere, quando per la seconda volta si ritrovò orfano di quel figlio che lui stesso aveva avviato verso il buio –Deeeehniaaaan!
Il Giustiziere si lanciò sull’Assassino.
Il padre si chinò sul figlio.
L’uomo asciugò una lacrima dal viso di quel ragazzo che nessuno mai avrebbe potuto ridargli.
Il Re lo osservava inorridito dall’alto. Aveva abbandonato Dehnian a terra subito dopo avergli reciso la carotide e, da allora non aveva fatto altro che complimentarsi con sé stesso per il lavoro svolto. Il bimbo-Dehnian era stato rapito quando aveva appena imparato a fare pipì senza bagnarsi, educato a suon di frustate e di aspri rimproveri. Qualcuno gli aveva, poi, insegnato l’odio e dato una missione: uccidere quella donna che tutti consideravano una strega. Ma nessuno gli aveva spiegato chi, la strega in questione, fosse in realtà, né il motivo per cui andava eliminata. E Dehnian aveva ubbidito, come ogni brava macchina da guerra tra le mani di un ottimo stratega. Non aveva fatto domande. Ed ora, era stato ricompensato…
La donna doveva morire per far si che l’attenzione del Giustiziere si concentrasse sul giovane Assassino. Che lo uccidesse.
Ma perché? Perché scatenar l’ira di un Padre sul proprio figlio? Perché far crescere un ragazzo nel dolore quando già è stata decretata la sua fine?
Follia? Forse.
Vendetta? Possibile.
Il Giustiziere prese Dehnian tra le braccia e se lo strinse forte al petto, come fosse tornato bambino, come se si potesse ancora proteggere…
Non gli importava più cosa avesse fatto. Non aveva voluto lui quel destino…
Una sola parola restava sospesa tra le sue labbra, in bilico tra il dolore e la rabbia. Una parola strozzata, dal suono dolce e malinconico…
Una parola ripetuta all’infinito…
Una parola persa nel vento…e nel vuoto…
Un suono inutile, ormai. Inutile.
O forse no?
Tra le braccia del Giustiziere, Dehnian ebbe un sussulto. Per pochi istanti, il suo corpo sempre più freddo parve non volersi arrendere. Con un immane sforzo, il giovane Assassino aprì l’unico occhio rimastogli.
Non sapeva chi fosse l’uomo che lo stringeva tra le braccia. Non aveva più importanza, ormai, nemmeno tentare di estorcere un nome. Ma il ragazzo non poteva fare a meno di fissare quegli occhi, completamente uguali ai suoi, che durante il duello non aveva notato. L’immagine del Giustiziere gli riportò alla mente qualcosa.
“Papà ora deve andare, Dehny, ma ti lascia questo disegno per proteggerti e farti compagnia…”
Papà…?
Dehnian fu scosso da un conato di vomito. Ebbe dei fremiti di dolore. Ma sulle sue labbra regnava qualcosa che il Re aveva cercato in tutti i modi di reprimere…
L’Assassino sfiorò il tatuaggio a forma di drago che portava impresso sul ventre.
Sorrideva. L’occhio che brillava di lacrime e di dolore.
-Il mio disegno!- agognò poi, prima di esalare l’ultimo, dolorosissimo, respiro –L’ho perso!